...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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PARMA PONTI E CYNAR
COME LA CITTÀ STA CAMBIANDO.
IN PEGGIO
Uno scrittore parmigiano, in «esilio» temporaneo a Bologna, racconta i suoi luoghi dopo gli ultimi episodi di razzismo e la deriva a destra. E prima, quando il «negro» era meridionale
Paolo Nori
Il manifesto, 4 Ottobre 2008
Un po' di tempo fa ero a Napoli, in piazza Municipio, prendevo un caffè, e un signore, al bancone del bar, che aveva sentito il mio accento esotico, mi aveva chiesto: Di dov'è lei? Di Parma, gli avevo detto io. Ah, Parma, mi aveva detto lui. Poi aveva fatto una pausa e aveva detto Si sta rovinando, Parma. Io avevo avuto allora la stessa reazione che si ha di solito quando si sente uno straniero parlare male dell'Italia.
Cioè noi dell'Italia parliamo malissimo, e come si fa, oggi, a parlarne bene, ma quando sentiamo qualcuno che viene da fuori che ne parla male ci scatta dentro una specie di istinto che non so cosa sia.
Mi ricordo una volta, a Bologna, su un treno, c'era una ragazza ucraìna che era stata beccata senza biglietto. E, come succede in quei casi, nella carrozza si manifestava un'istintiva simpatia per quella ragazza che magari non aveva soldi, che poi in fondo cos'erano, i cinque euro che costava il biglietto per arrivar fino a Rimini, e un'istintiva antipatia per il controllore e per il suo rigore anacronistico e cieco. Era anche una bella ragazza, e il controllore non me lo ricordo ma non credo che fosse un gran bel controllore. E la ragazza si giustificava, in un italiano discreto, col fatto che le avevano spiegato male in biglietteria, o che aveva capito male lei, e si rifiutava di pagare la multa e di far vedere i documenti, e alla minaccia del controllore di chiamare la forza pubblica, la ragazza aveva reagito dicendo Lei chiami chi vuole, non è colpa mia, è colpa della vostra lingua di merda.
Questa espressione, La vostra lingua di merda, aveva spento tutti i rumori della carrozza e aveva determinato, nei passeggeri, la fine della benché minima simpatia per la ragazza ucraìna. Io, mi ricordo, avevo pensato Sarà bello l'ucraìno. È più un dialetto, che una lingua.
Allora forse è per quello, che quando qualche mese fa il manifesto mi aveva chiesto di commentare la fotografia, pubblicata da Repubblica on line, di una ragazza seminuda gettata per terra nella cella di un comando della polizia municipale di Parma, io avevo cominciato, a scrivere qualcosa, ma mi ero fermato poi subito. Mi aveva trattenuto quella specie di istinto che non so cosa sia.
Era luglio, se non ricordo male, e su tutti i quotidiani italiani si parlava di questo fatto di Parma, e se ne parlava male, come si faceva, a parlarne bene, gli unici che ne parlavano bene erano gli amministratori della città. Ma io, che avevo appena pubblicato un romanzo nel quale si parlava, tra le altre cose, degli amministratori della città, e se ne parlava male, come si fa, a parlarne bene, io avevo avuto la stessa reazione che avevo avuto col napoletano. Al napoletano avevo detto Ma no, quella è gente venuta da fuori (credo che lui, il napoletano, si riferisse in particolare al caso di Tommaso, il bambino rapito e ucciso a Casalbaroncolo), e della polizia comunale di Parma e dei suoi amministratori avevo forse pensato la stessa cosa, che quella fosse gente venuta da fuori, anche se eran di Parma così come me e forse qualcuno più ancora di me.
Perché la sostanza, di Parma, che io ritrovo nella sua aria, nella sua luce, e non posso scrivere La sua luce, riferito a Parma, senza commuovermi, è una mia debolezza che dipende dal fatto che sono in esilio a Bologna, la sostanza che ritrovo nel suo dialetto e nel suo italiano, nella cantilena con la quale noi di Parma buttiam giù le frasi, nell'incanto di alcune espressioni come Bon bonbé, per dire che qualcosa è molto buono, o Putòst che gnènta l'è méj putòst, per dire che piuttosto di niente è meglio piuttosto, espressione che dà a questo avverbio di modo, Piuttosto, quasi la statura di un personaggio, la sostanza di questa città, quel che c'è sotto, quello da cui siamo venuti fuori tutti noi parmigiani, la sostanza a me sembrava fosse rimasta quella descritta da Bruno Barilli nella prima metà del novecento: Popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale, popolo turbolento e temibile, popolo che disprezza il villano, odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova, quello di Parma, scrive Barilli.
Che è una cosa completamente diversa dall'immagine che di Parma e dei parmigiani si ha fuori dalla città: la nobiltà, l'aristocrazia, la raffinatezza, la cultura. Che non è che non ci siano, ci sono anche quelle, ma non è lì, secondo me, la sostanza; la sostanza io credo che sia ancora quella delle barricate del '22, in quella sinistra inclinazione musicale che ha fatto di Parma l'unica città italiana che ha resistito, con successo, al fascismo. Quell'altra a me sembra come una vernice che si è sovrapposta, all'estero, all'immagine di Parma, e che ha dato l'idea di una grandeur che ai parmigiani che intendo io fa un po' ridere.
Quando per esempio gli attuali amministratori hanno fatto un ponte sul torrente Parma, che essendo un torrente è piccolo, e per la maggior parte del tempo in secca, quando gli amministratori hanno fatto questo ponte che sembra il ponte di Brooklyn e per inaugurarlo ci hanno portato il direttore dell'Agenzia europea per l'alimentazione, che credo fosse un belga, e quando questo direttore ha detto Bellissimo ponte, peccato che non avete il fiume, gli amministratori della città sembra che non abbiano riso, mentre i parmigiani che dico io devono aver riso parecchio.
Devono aver riso meno, i parmigiani che dico io, quel popolo là con la sinistra inclinazione musicale, quando il sindaco di Parma, un paio di anni fa, dopo che in provincia di Parma una ragazza di diciassette anni era stata uccisa da un ragazzo di Parma ventenne con una ventina di coltellate, e poi questo ventenne era andato a bere in un bar con dei suoi amici e poi aveva preso un taxi e quando era stato il momento di pagare aveva tirato fuori la pistola e aveva ucciso il tassista, il sindaco di Parma, quel giorno lì, quando gli han chiesto cosa aveva da dire di questa cosa lui aveva detto Vuol dire che dopo aver pensato alla città delle infrastrutture, penseremo alla città delle persone. Per i parmigiani con una sinistra inclinazione musicale credo non ci sia stato niente da ridere, a sentire questo cinismo soddisfatto e sconcio e a sentirsi paragonati a delle infrastrutture.
E non c'è niente da ridere adesso che i vigili urbani possono arrestare dei ragazzi di ventidue anni e spogliarli nudi e farli andare avanti e indietro nudi per il loro comando e dirgli robe da schioppi, come dicono a Parma.
Che io, se questa cosa sia o non sia vera, e come siano andate davvero le cose, io non lo so, e non posso saperlo, magari davvero l'occhio nero che ha quel ragazzo se l'è fatto da solo, magari davvero la parola negro su quella busta se l'è scritta da solo, è una cosa difficile da immaginare, ma magari è così. Solo che a me, questa Parma città della tolleranza zero, città della grandeur anche nella lotta ai barboni, agli spacciatori da strada, agli ambulanti e ai negri, dipenderà dal mio esilio, non so, ma a me ormai sembra una città che ha preso il sopravvento, rispetto a quella che conoscevo io.
E questo fatto di quel ragazzo che sembra sia stato arrestato, picchiato, spogliato, insultato dalla polizia municipale di Parma, col pieno appoggio degli amministratori, che hanno il pieno appoggio della maggioranza della popolazione, mi fa venire in mente una cosa che è successa poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, quando ancora abitavo a Parma, due settimane prima di trasferirmi a Bologna.
Poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus e siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori.
Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui.
Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo. Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevam molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato. Io e Tim continuavamo a mangiare il riso. La signora si è rivolta al cameriere e gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa, l'ha diretta contro il muro della pizzeria e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile. Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro. Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Ottobre-2008/art13.html
la forza senza cultura
GAD LERNER
la Repubblica, sabato, 04 ottobre 2008
È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della "tolleranza zero" ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell´inciviltà, ma anche l´ordine pubblico.
Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l´umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all´aeroporto di Ciampino ? quali che siano gli esiti delle indagini ? evidenziano un´impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l´ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai "difensori del territorio". Fino a quando c´è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l´autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.
Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a "Annozero", abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell´eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove "solo quando i morti sono neri"! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second´ordine. Temo che quell´infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.
Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani "a pregare e pisciare nel deserto". Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all´intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di "clandestino" a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l´impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.
Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all´offensiva reazionaria ? l´espediente retorico di una sicurezza che non sia "né di destra né di sinistra"; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio "diritti e doveri" degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d´integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?
Tra i sintomi della regressione culturale c´è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell´integralismo religioso. Persone che hanno avuto l´intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=8494
Il frutto avvelenato della tolleranza zero
di CURZIO MALTESE
La Repubblica, 1 ottobre 2008
A Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese, Emmanuel Bonsu Foster, e ha scritto sulla sua pratica la spiegazione: "negro". Davano la caccia agli spacciatori e hanno trovato Emmanuel, che non è uno spacciatore, è uno studente. Anzi è uno studente che gli spacciatori li combatte. Stava cominciando a lavorare come volontario in un centro di recupero dei tossici. Ma è bastato che avesse la pelle nera per scatenare il sadismo dei vigili, calci, pugni, sputi al "negro".
Parma è la stessa città dove qualche settimana fa era stata maltrattata, rinchiusa e fotografata come un animale una prostituta africana. L'ultimo caso di inedito razzismo all'italiana pone due questioni, una limitata e urgente, l'altra più generale.
La prima è che non si possono dare troppi poteri ai sindaci. Il decreto Maroni è stato in questo senso una vera sciagura. La classe politica nazionale italiana è mediocre, ma spesso il ceto politico locale è, se possibile, ancora peggio. Delegare ai sindaci una parte di poteri, ha significato in questi mesi assistere a un delirio di norme incivili, al grido di "tolleranza zero". In provincia come nelle metropoli, nella Treviso o nella Verona degli sceriffi leghisti, come nella Roma di Alemanno e nella Milano della Moratti.
A Parma il sindaco Pietro Vignali, una vittima della cattiva televisione, ha firmato ordinanze contro chiunque, prostitute e clienti, accattoni e fumatori (all'aperto!), ragazzi colpevoli di festeggiare per strada. Si è insomma segnalato, nel suo piccolo, nel grande sport nazionale: la caccia al povero cristo. Sarà il caso di ricordare a questi sceriffi che nella classifica dei problemi delle città italiane la sicurezza legata all'immigrazione non figura neppure nei primi dieci posti. I problemi delle metropoli italiane, confrontate al resto d'Europa, sono l'inquinamento, gli abusi edilizi, le buche nelle strade, la pessima qualità dei servizi, il conseguente e drammatico crollo di presenze turistiche eccetera eccetera. Oltre naturalmente alla penetrazione dell'economia mafiosa, da Palermo ad Aosta, passando per l'Emilia.
I sindaci incompetenti non sanno offrire risposte e quindi si concentrano sui "negri". Nella speranza, purtroppo fondata, di raccogliere con meno fatica più consensi. Di questo passo, creeranno loro stessi l'emergenza che fingono di voler risolvere.
Provocazioni e violenze continue non possono che evocare una reazione altrettanto intollerante da parte delle comunità di migranti. Al funerale di Abdoul, il ragazzo ucciso a Cernusco sul Naviglio non c'erano italiani per testimoniare solidarietà. A parte un grande artista di teatro, Pippo Del Bono, che ha filmato la rabbia plumbea di amici e parenti. La guerra agli immigrati è una delle tante guerre tragiche e idiote che non avremmo voluto. Ma una volta dichiarata, bisogna aspettarsi una reazione del "nemico".
L'altra questione è più generale, è il clima culturale in cui sta scivolando il Paese, senza quasi accorgersene.
Nel momento stesso in cui si riscrive la storia delle leggi razziali, nell'urgenza di rivalutare il fascismo, si testimonia quanto il razzismo sia una malapianta nostrana. L'Italia è l'unica nazione civile in cui nei titoli di giornali si usa ancora specificare la provenienza soltanto per i delinquenti stranieri: rapinatore slavo, spacciatore marocchino, violentatore rumeno. Poiché oltre il novanta per cento degli stupri, per fare un esempio, sono compiuti da italiani, diventa difficile credere a una forzatura dovuta all'emergenza. L'altra sera, da Vespa, tutti gli ospiti italiani cercavano di convincere il testimone del delitto di Perugia che "nessuno ce l'aveva con lui perché era negro". Negro? Si può ascoltare questo termine per tutta la sera da una tv pubblica occidentale? Non lo eravamo e stiamo diventando un paese razzista. Così almeno gli italiani vengono ormai percepiti all'estero.
Forse non è vero. Forse la caccia allo straniero è soltanto un effetto collaterale dell'immensa paura che gli italiani povano da vent'anni davanti al fenomeno della globalizzazione. La paura e, perché no?, la vergogna si sentirsi inadeguati di fronte ai grandi cambiamenti, che si traduce nel più facile e abietto dei sentimenti, l'odio per il diverso. La nostalgia ridicola di un passato dove eravamo tutti italiani e potevamo quindi odiarci fra di noi. In questo clima culturale miserabile perfino un sindaco di provincia o un vigile di periferia si sentono depositari di un potere di vita o di morte su un "negro".
http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/prostituta-reazioni/commento-maltese/commento-maltese.html
Da revolution is on da phone
BINYAVANGA WAINAINA
Mail & Guardian, Sep 11 2008
Sigh.
I do not come from the YoYo generation. So I had no idea dat P-Squared, a very phat duo of identical twins from Nigeria, had landed in Nairobi to give a concert that turned da city upside down. I had no idea that these twins had won a competition in Nigeria called "Grab Da Mike". I do not know da guy called DJ Space of MOB DJs, who worries about being lynched if a P-Squared song is not played every 15 minutes.
I suspect our ministry of education does not know who DJ Space is either. Nor does the music department of Kenyatta University. I can just see the course curriculum: Dis Hip-Hop Course aims to be da Bomb.
We do produce a lot of people who can play da flute. We also can do praise-singing choirs. In our National Schools Music Festival, there is no Hip-Hop category, or anything that came after 1930. There are choirs singing things such as Waltzing Matilda and "Were you ever in Quebec, rowing timber on the deck".
When I was in school, we had a teacher of great enthusiasm for what they called the set piece. Unfortunately he had a Meru accent which mangled all the hard consonants. The song went something like this: "A pigeon flew over to Galilee, Fre cru". The choir had to find our inner bird and trill, over and over again, "Fre Cru, fre cru, fre cruuuuuu." Poor man was only able to say Mblee Clu …
There are categories for sopranos, and altos and choral groups. There is no rhumba or benga. With the exception of the traditional music categories, there is nothing that in any way ties the tastes of any Kenyans or Africans, or even Quebec Canadians I know. There is nothing that ties any known market that has ever existed in Kenya: in pre-colonial Kenya, in post-colonial Kenya, in post-election violence Kenya, in science fiction Kenya. The buyers of the products of the music festival can only be dictators needing praise choirs and retired schoolteachers from small-town America in the late 1930s and the officials of the Music Festival.
For Kenya to become a middle income country by 2030, our government decided to remove music and art from our syllabus. The idea there I guess, is that there is no money or future in it. South Africa and Senegal make millions of dollars from cultural products - in part because their education systems celebrate local languages and culture.
The reason why Kenyans are bad musicians is because we are out of touch with our own tastes and instincts. The most important thing we learn in school is to demean who we are and where we come from. The reason why Kenyans are so culturally unconfident is because we stand in music halls and pretend to be rowing timber on the deck in Quebec. To this day the lobbies of our five-star hotels play this sort of music.
So while we were trying to be a sort of impossible and imaginary Western person - serving no market or idea - another billion-dollar market quietly landed at the feet of African artists everywhere a few weeks ago.
When the Zain group announced the arrival of a mobile phone network that covers 500-million people, from the Middle East to Nigeria, it fulfilled a vision by the founders of Celtel International to build the first true pan-African mobile phone network - inspired by the Nkrumahs and Marcus Garveys of this world.
Soon, and I mean in a matter of months, we will have a cheap, borderless platform from which to share ideas, music, words and conversations with millions of people. I will be able to produce a song and somebody in minutes in Nigeria or Congo or Gabon will scroll down his phone and buy it.
I will be able to do the same with animation, comic strips, graphic novels, romance ebooks, how-to multimedia and soap operas.
Many businesses are aware of this, as are many policy people, ICT experts and money people in London. But the producers of this content have been caught flat-footed. There is no partnership between capital, policy and artists. It truly escaped the minds of our foggy old policy people that this 20-year-old season called the Information Age is the one of the content creator: Da musician, Da writer, Da artist.
The mobile phone has brought the distribution we have all been dreaming about for over a century.
Already big British and American money is sniffing around to develop this content and sell it back to us. Most of Nairobi's animators have been bought up.
Harvard now has a team documenting the rise of African hip-hop. Meanwhile, our students stand on stage and sing, "Fre Cru, Fre cru, Fre cru". That Harvard graduate will be the guy to make the millions of dollars from our own cultural products.
Source: Mail & Guardian Online
http://www.mg.co.za/article/2008-09-11-da-revolution-is-on-phone
“Para mí, todo teatro es político y social”
La obra, que se verá desde mañana en diversos espacios no tradicionales, ensaya una reflexión sobre el papel de la clase media en la crisis. El director reflexiona sobre el estado de la cultura en la Italia de Berlusconi.
Por Hilda Cabrera
Página/12, Miércoles, 3 de Septiembre de 2008
“Nosotros inventamos una manera de estar fuera del sistema teatral, porque a veces la cultura es hostil a sí misma. Los que están en el sistema no te escuchan y uno no puede esperar.” Manuel Ferreira, porteño de Talcahuano y Corrientes, partió en 1991 con una beca a Milán y se fue quedando, hasta que seis años atrás se asoció a un grupo de artistas italianos integrando la Compañía Alma Rosé. La estrategia que dice haber inventado se relaciona con la diversidad de lugares en los que presenta sus trabajos: teatros, fábricas, escuelas, universidades, cárceles, museos... Luego de una investigación en Argentina, y de las respuestas a sus cuestionarios hechos a conocidos y amigos, armó un espectáculo que ya estrenó en Italia y ahora quiere mostrar en Buenos Aires y provincias. El título es Gente como uno, su particular mirada sobre esa clase media argentina que salió a la calle durante el estallido de diciembre de 2001. Aquella fecha coincidió con una de sus visitas al país, y de ese impacto nació Gente.... Este actor y director –que se inició en la escuela de Alejandra Boero– recuerda hoy a sus compañeros de aquellos años, a Eduardo Rivas y Luciano Suardi, entre otros, y su participación en la renovadora Romeo y Julieta expulsados del Paraíso, de Claudio Nadie. “Las giras son una necesidad en Italia –dice–, donde no hay público suficiente para las obras y el teatro oficial sufre el recorte de su presupuesto. Los distintos gobiernos se encaminaron hacia los cortes en cultura, lo que no significa que estén ahorrando dinero”, puntualiza Ferreira en diálogo con PáginaI12.
–En Gente como uno el acento está puesto en la clase media argentina. ¿Interesa esto en Italia?
–Confieso que me asustaba estrenar un espectáculo sobre la crisis de 2001, pero me decidí porque la intención de la compañía es hablar de la memoria del presente, un tema universal. El quiebre de 2001 puede darse en cualquier sociedad, y en toda persona que sufre las consecuencias de un Estado que no ofrece garantías. En Europa la gente siente mucho temor ante esa pérdida de garantías.
–¿Aunque se trate de sociedades con experiencias e historias diferentes?
-El miedo es el mismo, porque el sistema es el mismo. La gente vive en un estado de contradicción permanente, atrapada en el consumo, que no critico, porque también yo consumo. Pero eso no quiere decir que olvide cuál era mi actitud y la de mis amigos en mis visitas previas a la Argentina. Ellos me agasajaban y me invitaban a una quinta como si nada estuviera ocurriendo. Cuando estalló la crisis, me pregunté qué había mirado yo hasta entonces. ¿Había puesto atención en lo que se estaba perdiendo, en las privatizaciones y el cierre de fábricas, por ejemplo? En Italia, el ciudadano tiene, digamos, un colchón más grande en cualquier caída, pero el susto existe y le interesa lo sucedido en Argentina, porque la ve como a la América en la que es posible el progreso.
–¿Aun con el reclamo de los bonistas?
–Sí, porque no les robaron los ciudadanos argentinos sino los bancos. Esto lo digo en Gente..., donde toco también el asunto de las fábricas recuperadas. Ante esa escena, el público se relaja, pero en cuanto lo relaciono con el cierre, cada vez más numeroso, de las fábricas italianas la atmósfera se tensa.
–¿O sea que el estallido de 2001 es también un alerta para el Primer Mundo?
–Argentina fue, en mi opinión, el mejor alumno del neoliberalismo, y cuando cae, como cayó entonces, impresiona. Lo sabemos porque nuestro público tiene la oportunidad de participar, y hasta de llevar más público cuando se entusiasma, por ejemplo cuando nos convoca un consorcio de edificios en Milán. Estos consorcios son en realidad cooperativas, una modalidad de la década de 1960. En esas presentaciones, el lugar y el público son verdaderos protagonistas, y muestran interés por esos temas.
–¿Cuáles son sus lugares en Argentina?
–La Universidad de las Madres, el Hospital Borda, teatros como El Galpón de Catalinas... Vinimos para cumplir un programa. Quiero aclarar que no hago lo que comúnmente se denomina teatro político. Para mí todo teatro es político y social. Lo digo por aquellos que gustan etiquetar, actitud habitual en Italia, como aquí, creo, la tendencia a rechazar todo espectáculo que parezca una crónica.
–¿La visita de diciembre de 2001 fue casual?
–Vine para Teatro X la Identidad, porque conozco a la actriz Valentina Bassi y a otras personas que están en eso. Llegué el 19 de diciembre, y en esos días estuve con las Abuelas de Plaza de Mayo. Me conmovió ver que ellas, como las Madres y los hijos de víctimas y desaparecidos por la dictadura militar, estaban entre los pocos que mantenían el ánimo y la fuerza. Me conmueven estas Madres y Abuelas que dieron vuelta el cliché de la señora que sufre, que, creo, es una figura que toda Europa quiere ver. Porque, vamos a ser sinceros, Europa ha convertido a los desaparecidos y el baile del tango en asuntos de los que vale la pena hablar.
–¿Sucede algo similar con el temor a desaparecer como clase media?
–En Europa se ponen muy tensos con eso. Es increíble, pero el tema se convirtió en un fenómeno comercial. Un ejemplo: ahora recibo por Gente... más ayuda de organismos no teatrales. Llevamos un registro documental de los circuitos que hemos hecho en Italia, y esto también entusiasmó. En Buenos Aires, le propuse realizar un documental a la directora Sandra Gugliotta, que fue compañera de estudios y es amiga desde hace mucho tiempo, porque mi sueño es tender un puente con Argentina, que tiene un público extraordinario, fiel al teatro, al cine...
–¿Se llevó alguna sorpresa en las giras?
–Aprendimos cuándo es necesario llevar un espectáculo y cuándo no. Hemos hecho funciones en cárceles, y siempre bien, salvo una última vez: presentábamos un trabajo sobre Auschwitz y a los organizadores se les ocurrió llevar a las detenidas en la hora libre, en la que pueden fumar y charlar. Eso no sirve. Es muy importante el grado de disposición del huésped, porque de lo contrario el espectáculo se transforma en un capricho nuestro. También está el caso de que nos inviten porque está de moda hablar sobre el horror y la miseria.
–¿Lo ve como una actitud que lava conciencias?
–Es lo que pienso. Me impresiona tanto como ver a un gran modista haciendo un desfile en una villa. Algunos elencos organizan una función en una estación de trenes abandonada o en un comedor de pobres y después no vuelven nunca más.
–¿Cómo se organiza Alma Rosé en este punto?
–Nuestro trabajo es de persona a persona. Gente... es parte de un proyecto que denominamos “Memoria del presente”, en el que estoy junto a Annabella Di Costanzo y Elena Lolli, las dos de nacionalidad italiana. El año pasado estuve en Argentina conociendo gente para interesarla en la propuesta, porque para mí era necesario traer esta obra después de probarla en Italia, donde día a día se privatiza con más liviandad y donde los presidentes son o se convierten en empresarios.
–¿Se acabó el proyecto país?
–Mi impresión es que se acabó el aspecto social de la política. Ahora la pregunta que se hacen los que están en el poder es si un proyecto deja o no deja dinero. En Italia se está discutiendo en estos momentos la construcción de una red ferroviaria para un tren veloz que partiría de Francia y tendría como terminal la ciudad de Milán, elegida para la Expo Universal de 2015. Ese tren contaminaría las montañas con amianto, pero eso no importa si trae dinero. Aclaro que no estoy en contra de que el dinero circule, sino de la falta de un proyecto que contemple los problemas que arrastra este tipo de emprendimiento.
–¿Cuánto influye en su teatro el hecho de ser argentino?
–Uno no se olvida nunca de lo que es, y eso me lo decían mis padres, que eran gallegos. Ahora lo entiendo. Es una elección personal dejar el país, pero hay que saber que el costo afectivo es muy alto. Mi mujer es italiana, tengo un bebé y me gustaría que cuando crezca conozca la Argentina. No quiero “llorar la Argentina”, pero confieso que me tira.
–¿Qué le dice la frase “gente como uno”?
–Pensaba poner otro título al espectáculo: El mejor alumno. Preferí el de Gente... porque en Italia ese “uno” equivale a nosotros, a gente encaminada hacia el bien. Cuando me inscribí en la escuela de teatro, mi mamá me dijo que ésa no era gente como nosotros, y cuando ella pudo comprarse un tapado de piel –y con eso pasó de ser inmigrante gallega a señora– me pareció que era más gente como uno.
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Il silenzio davanti alle schedature etniche
ADRIANO PROSPERI
La Repubblica, 15/07/2008
L´Italia che ricorda in quest´anno 2008 il settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali è sotto accusa di razzismo per alcune misure varate dal governo attuale.
E´ inevitabile che questa situazione dia un tono particolare alla rievocazione e alla discussione di quel che accadde nel 1938. Un gruppo di scienziati italiani, ad esempio, ha sentito la necessità di ribattere punto su punto le tesi di un celebre manifesto di alcuni scienziati di allora e di affermare esplicitamente che le razze umane non esistono.
Questo "manifesto degli scienziati antirazzisti" è stato presentato nei giorni scorsi nel parco toscano di San Rossore in un meeting antirazzista dedicato dal presidente della Regione Claudio Martini a una riconsacrazione laica del luogo dove settant´anni fa Vittorio Emanuele III firmò le leggi razziali.
Di commemorazioni e di riparazioni simboliche dello stesso genere se ne prevedono altre. Intanto, su di un binario parallelo a quello dei riti e dei simboli si srotolano i fatti concreti di una società italiana che, pur lontana anni luce da quella di allora, viene accusata di ricadere negli stessi errori . Fra tante altre misure che dividono e discriminano la popolazione tra chi è al di sopra e chi è al di sotto di ogni sospetto ce n´è una che ha colpito in modo speciale l´opinione pubblica: il censimento delle impronte dei piccoli zingari. La storia non si ripete, certo, anche se è difficile non ricordare che alle leggi razziali si arrivò nel 1938 dopo un censimento dei cognomi ebraici. Una cosa è certa: queste misure prese in nome della sicurezza diffondono insicurezza. Si è creato un circuito perverso tra paure socialmente diffuse e ricerca politica del consenso. Chi parla di maniera forte e tolleranza zero copre l´inefficienza delle istituzioni e stimola la paura nei confronti dei gruppi marginali. Mendicanti, vagabondi, gente senza casa e senza lavoro si trasformano così nella percezione sociale in gruppi pericolosi.
E´ un fenomeno antico. Come abbia segnato la storia dell´Europa e dell´Italia ce lo ha raccontato in saggi bellissimi il grande storico e uomo politico polacco Bronislaw Geremek morto improvvisamente in questi giorni, che a quella umanità diversa, perdente e ribelle ha dedicato una vita di studi. Oggi, in una situazione di crisi delle società affluenti assistiamo al riprodursi di meccanismi antichi: aumentano i gruppi di sradicati, emarginati, migranti e cresce la paura nei loro confronti. Su quella paura crescono fortune politiche mentre le relazioni sociali si spogliano rapidamente di ogni traccia di umanità. Che la stragrande maggioranza degli italiani, inclusi i membri del governo, non sia disposta a dichiararsi razzista niente toglie alla cupezza di ciò che avviene. Qui non sono in gioco fedi razziste. E tuttavia la discriminazione su base etnica che colpisce gli zingari in Italia solleva una grande questione morale e giuridica. Minimizzarla o coprirla con una untuosa retorica paternalista , parlarne come di una misura protettiva verso gli stessi zingari significa non rendersi conto che attraverso questa misura passa una offesa alla dignità dell´individuo, alla parità dei diritti fra tutti gli esseri umani, all´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La democrazia ne è colpita in un frammento della popolazione tanto più indifeso quanto più esposto a essere ferito. E se l´offesa fatta ai bambini ci offende in modo speciale è anche perché all´origine della sensibilità morale della nostra cultura nei confronti dei bambini c´è una indimenticabile pagina dei Vangeli cristiani. Il limpido manifesto antirazzista degli scienziati non si muove a questo livello e non può far reagire una società italiana che non si sente razzista. E´antica tra noi la coscienza della nostra realtà di paese di passo, aperto a tutte le presenze del mondo. "L´origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell´Europa": lo diceva perfino il manifesto razzista del 1938 con parole che, in tempi di criminalizzazione legale dell´immigrazione clandestina e di sfruttamento bestiale dei lavoratori africani e orientali condannati alla clandestinità, sembrano venire da un altro mondo. Resta il fatto che alla discriminazione poliziesca di quel piccolo contingente di bambini (di volta in volta definiti "pericolosi" o "in pericolo" , a seconda della franchezza o dell´ipocrisia di chi parla) si dovrà opporre un rifiuto fermo. Chi ha autorità per farlo la usi. Chi si vergogna del paese che fa questo lo dica. Nel 1938 ci fu un italiano che alla lettura delle leggi razziali esplose gridando che si vergognava di essere italiano. Si chiamava Achille Ratti ed era Papa col nome di Pio XI. (L´episodio è emerso grazie a uno studio di P. Giovanni Sale sulla "Civiltà cattolica").
Se il Papa non giunse a dichiarazioni pubbliche conseguenti e adeguate, ciò si dovette solo alla morte che lo colse di lì a poco. Le parole di un Papa contano. Contano anche i silenzi. Qualcuno immaginerà che si voglia qui riaprire la questione del cosiddetto "silenzio" del successore di Pio XI , un altro italiano di diversa personalità: Papa Pacelli. Non è questo il punto. Si vuole solo ricordare una realtà a tutti evidente: il Papa aveva allora in Italia e sulle cose italiane uno speciale campo di azione e di governo. Lo ha ancor oggi: e non certo meno di allora. L´esercizio del diritto papale a fare politica è un dato di fatto. Che di recente l´attuale maggioranza di governo se ne sia fatta garante è piuttosto una mossa del gioco politico che una sanzione al di sopra delle parti. Potrebbe il Papa di oggi avvertire lo stesso sentimento di vergogna del suo predecessore Pio XI? Difficile immaginarlo. Ci si vergogna per il paese a cui si appartiene, così come i bambini si vergognano per i genitori. Ma qui si pone un problema non di sentimenti bensì di atti politicamente e socialmente rilevanti. Sia l´eventuale parola del Papa sia un suo perdurante silenzio avranno il loro peso in una lacerazione della società e in un disagio che emergono oggi soprattutto dalle voci del mondo cattolico più impegnato nel volontariato e nel governo pastorale; un disagio tanto più forte quanto più vasta è l´apertura di credito fatta al nuovo governo italiano da parte delle autorità della Chiesa. Nell´Italia del 1938 al papato guardarono con speranza gli ebrei italiani, in nome di una antichissima tradizione storica che aveva costituito il vescovo di Roma come il protettore supremo della comunità ebraica. Ebbene, anche gli zingari hanno costruito nei secoli un vincolo di tipo protettivo col pontefice. Come ha raccontato Bronislaw Geremek, gli zingari ricorsero molto spesso alla protezione papale . Si appellarono al Papa perfino per dimostrare che, se rubavano, lo facevano con un suo permesso scritto (apocrifo, naturalmente). Anche questa è una storia tutta italiana. Ne fu protagonista quella stessa minoranza di antica presenza nella penisola che è stata vittima di recenti gravissime violenze e che oggi è nel mirino di misure legali di discriminazione. Discriminazione etnica: non diremo razziale perché le razze non esistono.
L’Italia che vive tra egoismo e paura
IN CHE MISURA ILLEGALITÀ E CRIMINALITÀ COINCIDONO?
FRANCESCO MERLO
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
Solo in Italia li chiamiamo clandestini perché il nostro lessico è povero e spaventato come noi. Ma il suono marcio della parola clandestini denomina
(e non domina) più il disagio di noi clandestinatori che la condizione umana
dei clandestini, che in Inghilterra sono illegal immigrants, in Francia ormai da venti anni sono les sans-papiers, in Spagna los sin papeles e in Germania illegale Einwanderer (violatori di confine). Alla fine solo noi ancora ci illudiamo che basta guastare un parola per trasformare l’immigrato, che alla luce del sole è senza documenti, nel male vivente che “si nasconde al giorno”, nel “clam dies tinus” dei latini, nel clandestino che traffica nel buio come le mammane degli aborti “clandestini” o come i terroristi che in “clandestinità” confezionano bombe e agguati.
Per non sentirci sopraffatti dalla prepotenza della loro miseria
li clandestinizziamo di prepotenza.
Dunque, già friggendo una parola, e ben prima che i razzisti della Lega conquistassero il ministero degli Interni, avevamo cominciato a trasformare in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante del delinquere, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio, e persino la rabbia etnica quando c’è: da attenuanti generiche ad aggravanti attraverso un imbroglio lessicale che rimanda a interessi squallidi e sordidi e dunque clandestini. In questo modo l’intruso inopportuno è subito un parassita, l’emarginato è una minaccia, chi non è invitato scrocca, la dannazione diventa una condizione attiva e non subìta: il clandestino è penalmente responsabile della sua miseria.
E dunque: guai ad aiutarli.
Il coraggioso e generoso Maroni vorrebbe punire addirittura con la confisca chi affitta le case ai clandestini, che, anche negli Stati Uniti – il paese con il maggiore afflusso di immigrati irregolari – , non sono degradati a clandestini ma a illegal aliens, che è anche il titolo di una famosa canzone dei Genesis del 1984. E magari Maroni, che strimpella e balla, è con quelle strofe che ha capito come quei furbastri clandestini lo fanno fesso e sottraggono le case – centomila “ville” secondo Il Giornale! – agli italiani: «Ho una cugina che ha un amico, il quale pensa che sua zia conosca un tipo che forse potrebbe aiutarmi... »,
I got a cousin and she got a friend, Who thought that
her aunt knew a man who could help...
In realtà non può esistere neppure come idea una clandestinità di massa e infatti non c’è nulla di più visibile dei flussi migratori. La clandestinità è invece una condizione individuale o limitata a piccoli gruppi come nel caso degli antifascisti italiani, o dei bolscevichi sotto lo zarismo. Prima che venisse contraffatta e guastata dalle mammane e dalle Brigate rosse, la parola aveva in realtà un buon sapore familiare di avventura e di rischio, di anticonformismo e di sfida. Ad arricchire la storia della libertà ci sono stati giornali clandestini e lotte clandestine; erano clandestini i carbonari e i massoni nel Risorgimento e furono clandestini anche L’ Unità e l’Avanti!, ed era pericolosamente clandestino l’ascolto di Radio Londra. E ci sono state persino lingue clandestine come l’argot della mala francese, o come il tedesco degli ebrei di Praga che, attraverso Kafka, ha poi profondamente trasformato l’allora pomposo tedesco ufficiale.
Nel Fermo e Lucia, che è la prima stesura dei Promessi Sposi, Agnese spiega a Lucia che basta presentarsi davanti a don Abbondio con due testimoni e pronunziare di sorpresa la formula di rito per essere sposati, anche senza la volontà del prete. Gli esperti di Diritto canonico sanno che questo si chiama matrimonio clandestino: “sine consensu parentum”. Ebbene Agnese lo chiama “matrimonio gran destino”.
Commenta il Manzoni: «Fra persone colte è un inconveniente molto comune quello di pronunziare rettamente le parole e annettervi idee spropositate. Ad Agnese era accaduto il contrario, ella storpiava il vocabolo ma aveva un’idea precisa della cosa». Così va il mondo della parola clandestino; o, voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.
Una volta la clandestinità era una scelta personale, spesso definitiva e irreversibile: il clandestino non voleva diventare palese, non elemosinava in pieno giorno i documenti come invece fa il clandestino cantato
da Manu Chao: «Sono una riga nel mare, fantasma nella città /
la mia vita è proibita dicono le autorità ».
E ci sono stati anche gli amori, gli incontri, le letture e i piaceri clandestini. Nelle famiglie bacchettone e democristiane degli Anni Cinquanta e Sessanta erano clandestini i libri di Pavese e di Fenoglio, e poi La Nausea, Lo Straniero, Il Manifesto del partito comunista, le riviste Playboy e Abc, e Sulla strada di Kerouac che era il territorio clandestino del popolo notturno, il viaggio clandestino verso l’emancipazione e la vita. Ed erano clandestini il sesso dentro la Fiat Cinquecento, il fumo durante la ricreazione, i sentimenti di madame Bovary. La clandestinità era lo spirito del tempo perché clandestini erano il proibito, il peccato, il rischio, e anche quel continuo girare attorno al comunismo senza caderci mai dentro, la pernacchia ai benpensanti, la mossa del cavallo; clandestino era il malessere che volevamo contagiare a tutti... E a forza di giocare con la clandestinità scoprimmo i mondi ancora più clandestini di certi personaggi scomodi della destra come Céline...
Capita che oggi ci siano clandestini, che so?, tra i gli ex comunisti post-imperiali, anime vaganti nell’Occidente, lavavetri e magnaccia, contrabbandieri di armi e muratori, bevitori e qualche volta interpreti, un’umanità nomade ed esausta scagliata come schegge dall’esplosione del comunismo. Hanno sul corpo la grandezza e la tragedia di una storia perché la scheggia è coerente con l’universo da cui proviene, ne ha la stessa natura. Nel dicembre del 1998 uno di questi clandestini senza nome riuscì incredibilmente ad attraversare a piedi il tunnel sotto la Manica saltando tutti i controlli di sicurezza che rilevavano, a quel tempo, qualsiasi cosa, ma non il pedone, non il clandestino. Cercò la libertà nel sottosuolo e nel sottomare mentre tutti la cercano nel cielo, nello spazio, sempre in alto e mai in basso. In quel clandestino, come in tutti i profughi dell’Est che si aggirano per l’Europa, c’è più Lenin di quanto ce ne sia nel mausoleo della Piazza Rossa, nei partiti post-comunisti di tutto il mondo, nella falce e martello di Bertinotti e di Diliberto. C’è Lenin perché sempre la fine
porta i segni del suo inizio, e perché tutte le gallerie hanno un foro d’entrata e uno d’uscita.
Ed è vero che sbucano da tutti i fori perché il più vistoso problema che l’umanità ricca si trova a dovere affrontare è con quali mezzi controllare i tre quarti più poveri della popolazione del pianeta resi furenti dalla sempre più soffocante trappola malthusiana dell’esaurimento delle risorse, dalla malnutrizione, dall’inedia, dalla conflittualità sociale, dall’emigrazione forzata e dalle guerre. Nelle capitali dei Paesi cosiddetti normali interi quartieri sono stati abbandonati ai clandestini e ci sono immense periferie arabe e nere, dove neppure alla polizia è consentito entrare, che brulicano di sottoccupati in cerca di cibo, vestiti, alloggi e lavoro. Vagabondi e arrabbiati di ogni razza riempiono galere, case dei poveri, brefotrofi e manicomi. E i governi d’Europa, ben prima dell’Italia, hanno
già sperimentato tutte le forme di solidarietà e di durezza, dai charter pieni di immigrati alle sanatorie, dalle “quote” alle cariche della polizia, alla decisione di mandare a scuola gli immigrati irregolari e poi “riaccompagnarli” nella loro patria con una professione.
Ma il dibattito tra duri e solidali, che in Europa è la preistoria dell'immigrazione, non può neppure cominciare con un ministero degli Interni in mano agli squadroni plebei di Bossi che da sempre vedono un clandestino in ogni diverso che incontrano sulla loro strada: nel meridionale c’è un mafioso clandestino, nel romano è clandestino il ladrone, nel negro è clandestino il ricettacolo di infezioni, nell’ebreo il banchiere senza patria, nel musulmano il barbaro stupratore.
In Europa ci sono ovviamente brividi razzisti di vario genere, ma sono razzismi – questi sì – clandestini, oscuri, nascosti al giorno, anche se non sempre sono tenuti a bada.
E dunque, prima di ricominciare a parlare seriamente di sicurezza, bisognerà anche in Italia rimandare il razzismo in clandestinità.
QUELLE FIGURE ESCLUSE
CHE NON HANNO PIÙ DIRITTI
Cosa significa mettersi nei panni di un clandestino. L’esperienza di un cronista
GAD LERNER
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
Nello scompartimento del treno locale Genova – La Spezia entra ondeggiando col cartone di Tavernello in mano un vecchio freak scapigliato, la chitarra a tracolla e il cane bastardo al guinzaglio.
«Da quando la moglie mi ha buttato fuori casa, basta libri, solo vino», ironizza brillo e malinconico. È un tedesco di Essen, da anni residente a Chiavari se il divorzio non l’avesse sospinto a vagabondare per la Liguria.
Dove trova ricovero la notte? Di colpo lo sbandato d’aspetto sessantottino si trasforma, furibondo. «Lo sai cosa mi dicono ai centri d’accoglienza? Rivolgiti all’ambasciata di Germania, mi dicono! Lì prendono solo quegli schifosi dei clandestini, sudamericani violenti, arabi parassiti.
Con che diritto loro vengono a casa nostra? E invece guarda che roba: se non sei clandestino niente diritti. Ci vorrebbero di nuovo Hitler e Mussolini per fare pulizia».
In un attico confortevole della Milano bene è invece la colf boliviana a compiacersi dei controlli di documenti avviati in questi giorni sui tram e nel metro. Che strano, lei è stata regolarizzata per il rotto della cuffia con l’ultima sanatoria, vive con un fidanzato e una sorella che lavorano ma privi di permesso di soggiorno. Eppure: «I nordafricani mi fanno paura, mi sta bene se la polizia ferma quei clandestini violenti, non sono neanche cristiani, ce ne sono troppi in via Padova sotto casa mia».
La nozione di clandestino è sdrucciolevole, ne trovi sempre uno da collocare al gradino sotto di te nella scala degli aventi diritto. Tanto più in un paese come l’Italia che non conosce ancora tempi certi e procedure trasparenti nell’acquisizione del permesso di soggiorno, figuriamoci della cittadinanza.
Almeno tre o quattro volte sono stato clandestino anch’io nei quasi trent’anni passati da apolide fra il mio arrivo in Italia e la concessione del passaporto tricolore, più volte respinta, e giunta infine solo grazie al matrimonio. Chi ha fatto decine di ore di fila agli uffici stranieri delle questure, per poi magari scoprire che la pratica non avanza in quanto all’anagrafe gli hanno storpiato il nome straniero, e ha incrociato supplichevole lo sguardo di un funzionario esausto, sognandolo corruttibile con regalini da poco quando l’immigrazione non era ancora una baraonda… non si leva più quell’inquietudine di dosso.
La limitazione vissuta nella libertà di movimento, la laboriosità
o l’impossibilità dell’espatrio, lasceranno in chi le ha vissute il dubbio di restare comunque un irregolare, per una catena di circostanze non riparabili a seguito delle quali il destino ti ha relegato in serie B. La clandestinità dunque s’introietta, è un segreto esistenziale che affligge prima ancora di essere riconosciuto dai “regolari” che hai di fronte, e si manifesta in un riflesso condizionato: pensarsi sempre privo di diritti.
Prima di diventare italiano consideravo dunque un privilegio,
una concessione che l’Ordine dei Giornalisti mi lasciasse pubblicare articoli con un contratto impiegatizio, iscrivendomi a uno speciale “elenco stranieri” cui erano preclusi scatti di carriera e condivisione previdenziale.
Festeggiai l’agognata cittadinanza, nel febbraio del 1986, affrontando con la protezione del passaporto italiano un viaggio lungo tutta la penisola travestito da immigrato senza casa e in cerca di lavori occasionali. L’Espresso ovviamente lo pubblicò col titolo: “Il clandestino. Dalla Sicilia alla Lombardia un nostro redattore si è messo nei panni di uno straniero immigrato. Ha vissuto l’umiliante ricerca del lavoro nero, le notti all’aperto. Ecco il suo diario”.
Sono passati ventidue anni ma siamo ancora lì, alle prese con il clandestino che nel frattempo s’è generalizzato come incubo minaccioso. Già da un decennio facevo il giornalista ma fu solo alla fine di quel 1986, con apposito esame, che la corporazione mi accolse come professionista in quanto connazionale. E consentì perfino la promozione a inviato. La nozione di clandestino nel corso di questi ventidue anni ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio stigma. Un marchio consolidato nella relazione quotidiana che sperimentiamo tra il virtuale e il reale. La tv ci mostra con intenti compassionevoli le vite di scarto rinchiuse nei campi profughi delle varie povertà mondiali; poi quegli stessi occhi scuri li troviamo che ci scrutano sui bus o per strada, nelle immediate vicinanze di casa nostra. Il derelitto assume così oggettivamente una pericolosità che prescinde dalle sue buone o cattive intenzioni. Anzi, è proprio mettendoci nei suoi panni che dubitiamo lui possa relazionarsi con noi serenamente visto ciò che irreparabilmente ci divide: non tanto l’identità, l’appartenenza comunitaria, ma la titolarità o meno di un diritto all’inclusione.
Luigi Manconi denuncia giustamente quanto sia grossolana l’equazione immigrato-clandestino-criminale, in seguito alla quale si dimentica che quasi sempre il cittadino straniero irregolare è entrato con visto turistico, o è titolare di un permesso scaduto, e dunque può semmai essere considerato responsabile di un illecito, e lungi dall’essere pericoloso
svolge un’attività lavorativa.
Ma non dobbiamo stupirci se lo stigma della clandestinità turba così prepotentemente il cittadino italiano, e induce i politici Pdl e Pd a fare a gara in tv su chi sia il più efficiente nel garantire l’“espulsione dei clandestini”. Perché il mantenimento di una disparità di diritti fra chi è titolare di cittadinanza e chi rivendica solo per bisogno di vivere sul “nostro” territorio potrà imbarazzare i liberali più coerenti, ma è percepito come necessità vitale di sopravvivenza dai primi. Nel suo bel saggio
Ai confini della democrazia. Opportunità e rischi dell’universalismo democratico (Donzelli), la docente di Teoria politica Nadia Urbinati è molto abile nel metterci in imbarazzo.
Le democrazie liberali spesso si trovano costrette a difendere una nozione vecchia di confini nazionali, contraddicendo i principi liberali che le ispirano, limitando cioè la libertà di movimento come se non rientrasse fra i diritti umani fondamentali fuggire dalla fame e dalla carestia.
Ma se vogliono restare democrazie, finora non possono rinunciare a una linea di demarcazione che circoscriva i titolari della cittadinanza politica.
La clandestinità è il portato esistenziale di una disuguaglianza ancor oggi troppo impervia da lenire: per conservare i nostri diritti, abbiamo bisogno di sapere che altri vicini a noi non li detengono. Ce lo dimostrano candidamente pure il barbone tedesco arrabbiato con chi offre un giaciglio ai clandestini e la colf boliviana che vuole più controlli sui nordafricani ma ospita dei connazionali irregolari. Nadia Urbinati può così descrivere la migrazione transnazionale come un dilemma che dilania al cuore le democrazie occidentali, «facendone il teatro di plateali contraddizioni tra i loro proclamati princìpi egualitari e le loro restrittive politiche di naturalizzazione e perfino di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo».
Temo che tale scrupolo riguardi ormai solo una sparuta pattuglia
di accademici liberali.
Quando racconto in giro che fatica fosse rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno in Italia e tentare di ottenere il visto dei pochi Stati esteri in cui potevo viaggiare, vedo facce incredule. Del resto nessuno considera “clandestino” lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota
la vigna o fa le pulizie nel condominio. Clandestini sono sempre gli altri:
buttateli fuori!

STRANIERI A NOI STESSI
E INCAPACI DI ASCOLTO
Come ripensare le categorie della cittadinanza
ENZO BIANCHI
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
«Stranieri e pellegrini», così l’autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell’Asia minore nel primo secolo dell’era cristiana. Termini che non mirano soltanto a indicare metaforicamente quanti «non hanno quaggiù una città stabile ma cercano quella futura» nei cieli, ma che tengono conto della reale composizione sociologica delle prime comunità di discepoli di Gesù di Nazaret: schiavi e liberi, giudei e greci, mercanti e artigiani, partecipi di fermenti e mobilità lavorative e abitative che possono oggi apparirci sorprendenti. Del resto, già l’Antico Testamento aveva usato il paradigma della stranierità e del peregrinare per plasmare l’identità del popolo di Israele, facendo di un insieme di eventi storici del passato più o meno mitico una cifra di comprensione del presente. Così una volta installato nella “terra promessa”, il popolo dovrà ripetere a se stesso e davanti a Dio questa ricostruzione della propria vicenda: «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente
e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa...» e agli stessi
patriarchi di Israele la Lettera agli Ebrei attribuirà la condizione di
«stranieri e pellegrini sopra la terra».
Proprio il ricordo dell’essere stato “forestiero nel paese d’Egitto” - alimentato dal “fare memoria” religiosa da parte di generazioni ormai sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra - determina per il popolo di Israele una disposizione legislativa fondamentale di sorprendente modernità nell’antico oriente: «Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore». Una condivisione del tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà dall’asservimento al tempo e al lavoro costituito dall’astenersi nel settimo giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo diritto civile, oltre che dovere religioso.
E, scavando nel tessuto culturale del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi romana, come dimenticare la sacralità dell’ospitalità presso popolazioni che ben conoscevano l’asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della siccità e delle carestie, l’angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente decantata eredità ebraicocristiana, il suo intersecarsi con la cultura ellenistica e il successivo confrontarsi con l’irruzione dell’Islam dobbiamo riconoscere che princìpi come quello dell’accoglienza, della solidarietà, dell’apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri “simili”, con la paura del diverso, con l’egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso.
Ora, il confronto-scontro tra queste due visioni dei rapporti tra popoli, etnie e nazioni si rivela quanto mai attuale nell’odierna società globalizzata, in cui il fenomeno migratorio assume dimensioni proporzionate alle maggiori possibilità materiali di spostamenti di massa. Quello che va ripensato allora non sono spicciole misure di contenimento o di repressione del fenomeno migratorio, ma un insieme ben più complesso di problematiche sociali e culturali: il rapporto tra sovranità nazionali e universalità dei diritti umani, l’opzione giuridica tra l’antico ius sanguinis e il più articolato ius soli, l’emergenza continua e la certezza del diritto, la sostenibilità dello sviluppo e dell’accoglienza, il mercato del lavoro e l’ingerenza umanitaria, il partenariato economico e lo sfruttamento delle risorse naturali...
Davvero, cristiani e non cristiani, dobbiamo oggi ripensare alle categorie della cittadinanza, della stranierità, dell’ospitalità, non come mero esercizio dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso della nostra convivenza civile, sull’orizzonte che vogliamo dischiudere alla nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a venire.
In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l’ammonimento di Edmond Jabès: «La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso noi stessi». Sì, essere consapevoli di abitare noi stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi nell’agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti “stranieri” ci aiuterebbe a cogliere l’altro nell’interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta. Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell’ascolto e dell’incontro, non dell’esclusione, dell’arroganza e dell’autosufficienza.
E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come “norma” e, quindi, di esercitare pressioni
per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti
le etiche laiche.
Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della “maggioranza” che impone le proprie certezze con quella dell’influenza
del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori.
Ma in ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché,
come scriveva Michel de Certeau, «lo straniero è a un tempo
l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere».
DIARIO DI REPUBBLICA n 37
http://www.repubblica.it/diario/2008/index.html?ref=hpsbsx
Con la scusa del popolo
di Gad Lerner
La Repubblica, 16 maggio 2008
La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.
Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.
Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?
La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.
Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.
Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.
La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.
Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.
Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.
Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-3/lerner-rom/lerner-rom.html
Il Pogrom moderno
Adriano Prosperi
La Repubblica, 16 maggio 2008
"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest´uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un´Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.
Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale.
La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta – per la prima volta – gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell´Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c´è un´altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani.
Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt´altro.
Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom – i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall´odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti.
Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l´integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E´ una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l´arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te.
Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine – quelle scattate nelle aule del Parlamento – ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi.
Di fatto nel Palazzo circola un´aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l´Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l´Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari.
Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ´500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c´è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India».
Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza.
Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori.
http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=51154
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