...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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Nel Belpaese dell'intolleranza
il microrazzismo quotidiano
Non ci sono solo aggressioni. In Italia la xenofobia
passa anche attraverso gesti in apparenza minori.
Sempre più numerosi
di CARLO BONINI
La Repubblica, 25 ottobre 2008
ROMA - Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare al bando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo se cittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a un annuncio per cuochi, scoprirono che l'albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E "non per una questione di razzismo", gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, "perché in giardino, ad esempio", lavoravano "da sempre solo i pachistani". Il giorno in cui S., deliziosa adolescente napoletana, finì nella sala d'attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: "Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?".
Il Razzismo italiano è un "pensiero ordinario". Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell'autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani.
L'Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest'anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio "naturale", dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un capo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l'aggressione di uno studente angolano all'uscita di una discoteca nel genovese.
Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall'Europa la cui esistenza, significativamente, l'Italia ignora. Si chiama "Unar" (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800901010) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l'anno, proteggendo l'identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili.
Nei primi nove mesi di quest'anno l'Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell'intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell'Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini.
In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: "Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato (...) La cifra degli abusi è l'assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell'etnia o del colore della pelle". Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa "senso comune".
Appare impermeabile al contesto degli eventi e all'agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l'aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso "marcatori etnici" che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie".
Dice Antonio Giuliani, che dell'Unar è vicedirettore: "I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese".
L'ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell'Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un'aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché "fatti non costituenti reato".
Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell'auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene "è in una black list" che farebbe della Romania la patria dei furti d'auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire "la sosta anche temporanea dei nomadi".
La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente "troppo contigui" e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un'equazione empirica dell'intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l'indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent'anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti.
Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull'Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: " È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla.
Si può discutere di tutto, ma senza un'opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l'assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all'ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata".
Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del "pensiero ordinario", l'aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell'Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che "gli immigrati non vengono serviti" (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle "3 botti" di via Buonarroti, che annunciava il divieto l'ingresso a "Negri, irregolari e pregiudicati"). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti.
Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. "Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all'autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L'autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa". T., appoggiata dall'Unar, ha fatto causa all'azienda dei trasporti. L'ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l'aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. "Prova ora a mandare un'altra lettera", le ha detto.
http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/intolleranza-razzismo/intolleranza-razzismo/intolleranza-razzismo.html
PARMA PONTI E CYNAR
COME LA CITTÀ STA CAMBIANDO.
IN PEGGIO
Uno scrittore parmigiano, in «esilio» temporaneo a Bologna, racconta i suoi luoghi dopo gli ultimi episodi di razzismo e la deriva a destra. E prima, quando il «negro» era meridionale
Paolo Nori
Il manifesto, 4 Ottobre 2008
Un po' di tempo fa ero a Napoli, in piazza Municipio, prendevo un caffè, e un signore, al bancone del bar, che aveva sentito il mio accento esotico, mi aveva chiesto: Di dov'è lei? Di Parma, gli avevo detto io. Ah, Parma, mi aveva detto lui. Poi aveva fatto una pausa e aveva detto Si sta rovinando, Parma. Io avevo avuto allora la stessa reazione che si ha di solito quando si sente uno straniero parlare male dell'Italia.
Cioè noi dell'Italia parliamo malissimo, e come si fa, oggi, a parlarne bene, ma quando sentiamo qualcuno che viene da fuori che ne parla male ci scatta dentro una specie di istinto che non so cosa sia.
Mi ricordo una volta, a Bologna, su un treno, c'era una ragazza ucraìna che era stata beccata senza biglietto. E, come succede in quei casi, nella carrozza si manifestava un'istintiva simpatia per quella ragazza che magari non aveva soldi, che poi in fondo cos'erano, i cinque euro che costava il biglietto per arrivar fino a Rimini, e un'istintiva antipatia per il controllore e per il suo rigore anacronistico e cieco. Era anche una bella ragazza, e il controllore non me lo ricordo ma non credo che fosse un gran bel controllore. E la ragazza si giustificava, in un italiano discreto, col fatto che le avevano spiegato male in biglietteria, o che aveva capito male lei, e si rifiutava di pagare la multa e di far vedere i documenti, e alla minaccia del controllore di chiamare la forza pubblica, la ragazza aveva reagito dicendo Lei chiami chi vuole, non è colpa mia, è colpa della vostra lingua di merda.
Questa espressione, La vostra lingua di merda, aveva spento tutti i rumori della carrozza e aveva determinato, nei passeggeri, la fine della benché minima simpatia per la ragazza ucraìna. Io, mi ricordo, avevo pensato Sarà bello l'ucraìno. È più un dialetto, che una lingua.
Allora forse è per quello, che quando qualche mese fa il manifesto mi aveva chiesto di commentare la fotografia, pubblicata da Repubblica on line, di una ragazza seminuda gettata per terra nella cella di un comando della polizia municipale di Parma, io avevo cominciato, a scrivere qualcosa, ma mi ero fermato poi subito. Mi aveva trattenuto quella specie di istinto che non so cosa sia.
Era luglio, se non ricordo male, e su tutti i quotidiani italiani si parlava di questo fatto di Parma, e se ne parlava male, come si faceva, a parlarne bene, gli unici che ne parlavano bene erano gli amministratori della città. Ma io, che avevo appena pubblicato un romanzo nel quale si parlava, tra le altre cose, degli amministratori della città, e se ne parlava male, come si fa, a parlarne bene, io avevo avuto la stessa reazione che avevo avuto col napoletano. Al napoletano avevo detto Ma no, quella è gente venuta da fuori (credo che lui, il napoletano, si riferisse in particolare al caso di Tommaso, il bambino rapito e ucciso a Casalbaroncolo), e della polizia comunale di Parma e dei suoi amministratori avevo forse pensato la stessa cosa, che quella fosse gente venuta da fuori, anche se eran di Parma così come me e forse qualcuno più ancora di me.
Perché la sostanza, di Parma, che io ritrovo nella sua aria, nella sua luce, e non posso scrivere La sua luce, riferito a Parma, senza commuovermi, è una mia debolezza che dipende dal fatto che sono in esilio a Bologna, la sostanza che ritrovo nel suo dialetto e nel suo italiano, nella cantilena con la quale noi di Parma buttiam giù le frasi, nell'incanto di alcune espressioni come Bon bonbé, per dire che qualcosa è molto buono, o Putòst che gnènta l'è méj putòst, per dire che piuttosto di niente è meglio piuttosto, espressione che dà a questo avverbio di modo, Piuttosto, quasi la statura di un personaggio, la sostanza di questa città, quel che c'è sotto, quello da cui siamo venuti fuori tutti noi parmigiani, la sostanza a me sembrava fosse rimasta quella descritta da Bruno Barilli nella prima metà del novecento: Popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale, popolo turbolento e temibile, popolo che disprezza il villano, odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova, quello di Parma, scrive Barilli.
Che è una cosa completamente diversa dall'immagine che di Parma e dei parmigiani si ha fuori dalla città: la nobiltà, l'aristocrazia, la raffinatezza, la cultura. Che non è che non ci siano, ci sono anche quelle, ma non è lì, secondo me, la sostanza; la sostanza io credo che sia ancora quella delle barricate del '22, in quella sinistra inclinazione musicale che ha fatto di Parma l'unica città italiana che ha resistito, con successo, al fascismo. Quell'altra a me sembra come una vernice che si è sovrapposta, all'estero, all'immagine di Parma, e che ha dato l'idea di una grandeur che ai parmigiani che intendo io fa un po' ridere.
Quando per esempio gli attuali amministratori hanno fatto un ponte sul torrente Parma, che essendo un torrente è piccolo, e per la maggior parte del tempo in secca, quando gli amministratori hanno fatto questo ponte che sembra il ponte di Brooklyn e per inaugurarlo ci hanno portato il direttore dell'Agenzia europea per l'alimentazione, che credo fosse un belga, e quando questo direttore ha detto Bellissimo ponte, peccato che non avete il fiume, gli amministratori della città sembra che non abbiano riso, mentre i parmigiani che dico io devono aver riso parecchio.
Devono aver riso meno, i parmigiani che dico io, quel popolo là con la sinistra inclinazione musicale, quando il sindaco di Parma, un paio di anni fa, dopo che in provincia di Parma una ragazza di diciassette anni era stata uccisa da un ragazzo di Parma ventenne con una ventina di coltellate, e poi questo ventenne era andato a bere in un bar con dei suoi amici e poi aveva preso un taxi e quando era stato il momento di pagare aveva tirato fuori la pistola e aveva ucciso il tassista, il sindaco di Parma, quel giorno lì, quando gli han chiesto cosa aveva da dire di questa cosa lui aveva detto Vuol dire che dopo aver pensato alla città delle infrastrutture, penseremo alla città delle persone. Per i parmigiani con una sinistra inclinazione musicale credo non ci sia stato niente da ridere, a sentire questo cinismo soddisfatto e sconcio e a sentirsi paragonati a delle infrastrutture.
E non c'è niente da ridere adesso che i vigili urbani possono arrestare dei ragazzi di ventidue anni e spogliarli nudi e farli andare avanti e indietro nudi per il loro comando e dirgli robe da schioppi, come dicono a Parma.
Che io, se questa cosa sia o non sia vera, e come siano andate davvero le cose, io non lo so, e non posso saperlo, magari davvero l'occhio nero che ha quel ragazzo se l'è fatto da solo, magari davvero la parola negro su quella busta se l'è scritta da solo, è una cosa difficile da immaginare, ma magari è così. Solo che a me, questa Parma città della tolleranza zero, città della grandeur anche nella lotta ai barboni, agli spacciatori da strada, agli ambulanti e ai negri, dipenderà dal mio esilio, non so, ma a me ormai sembra una città che ha preso il sopravvento, rispetto a quella che conoscevo io.
E questo fatto di quel ragazzo che sembra sia stato arrestato, picchiato, spogliato, insultato dalla polizia municipale di Parma, col pieno appoggio degli amministratori, che hanno il pieno appoggio della maggioranza della popolazione, mi fa venire in mente una cosa che è successa poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, quando ancora abitavo a Parma, due settimane prima di trasferirmi a Bologna.
Poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus e siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori.
Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui.
Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo. Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevam molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato. Io e Tim continuavamo a mangiare il riso. La signora si è rivolta al cameriere e gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa, l'ha diretta contro il muro della pizzeria e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile. Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro. Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Ottobre-2008/art13.html
la forza senza cultura
GAD LERNER
la Repubblica, sabato, 04 ottobre 2008
È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della "tolleranza zero" ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell´inciviltà, ma anche l´ordine pubblico.
Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l´umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all´aeroporto di Ciampino ? quali che siano gli esiti delle indagini ? evidenziano un´impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l´ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai "difensori del territorio". Fino a quando c´è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l´autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.
Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a "Annozero", abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell´eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove "solo quando i morti sono neri"! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second´ordine. Temo che quell´infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.
Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani "a pregare e pisciare nel deserto". Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all´intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di "clandestino" a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l´impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.
Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all´offensiva reazionaria ? l´espediente retorico di una sicurezza che non sia "né di destra né di sinistra"; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio "diritti e doveri" degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d´integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?
Tra i sintomi della regressione culturale c´è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell´integralismo religioso. Persone che hanno avuto l´intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=8494
Il frutto avvelenato della tolleranza zero
di CURZIO MALTESE
La Repubblica, 1 ottobre 2008
A Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese, Emmanuel Bonsu Foster, e ha scritto sulla sua pratica la spiegazione: "negro". Davano la caccia agli spacciatori e hanno trovato Emmanuel, che non è uno spacciatore, è uno studente. Anzi è uno studente che gli spacciatori li combatte. Stava cominciando a lavorare come volontario in un centro di recupero dei tossici. Ma è bastato che avesse la pelle nera per scatenare il sadismo dei vigili, calci, pugni, sputi al "negro".
Parma è la stessa città dove qualche settimana fa era stata maltrattata, rinchiusa e fotografata come un animale una prostituta africana. L'ultimo caso di inedito razzismo all'italiana pone due questioni, una limitata e urgente, l'altra più generale.
La prima è che non si possono dare troppi poteri ai sindaci. Il decreto Maroni è stato in questo senso una vera sciagura. La classe politica nazionale italiana è mediocre, ma spesso il ceto politico locale è, se possibile, ancora peggio. Delegare ai sindaci una parte di poteri, ha significato in questi mesi assistere a un delirio di norme incivili, al grido di "tolleranza zero". In provincia come nelle metropoli, nella Treviso o nella Verona degli sceriffi leghisti, come nella Roma di Alemanno e nella Milano della Moratti.
A Parma il sindaco Pietro Vignali, una vittima della cattiva televisione, ha firmato ordinanze contro chiunque, prostitute e clienti, accattoni e fumatori (all'aperto!), ragazzi colpevoli di festeggiare per strada. Si è insomma segnalato, nel suo piccolo, nel grande sport nazionale: la caccia al povero cristo. Sarà il caso di ricordare a questi sceriffi che nella classifica dei problemi delle città italiane la sicurezza legata all'immigrazione non figura neppure nei primi dieci posti. I problemi delle metropoli italiane, confrontate al resto d'Europa, sono l'inquinamento, gli abusi edilizi, le buche nelle strade, la pessima qualità dei servizi, il conseguente e drammatico crollo di presenze turistiche eccetera eccetera. Oltre naturalmente alla penetrazione dell'economia mafiosa, da Palermo ad Aosta, passando per l'Emilia.
I sindaci incompetenti non sanno offrire risposte e quindi si concentrano sui "negri". Nella speranza, purtroppo fondata, di raccogliere con meno fatica più consensi. Di questo passo, creeranno loro stessi l'emergenza che fingono di voler risolvere.
Provocazioni e violenze continue non possono che evocare una reazione altrettanto intollerante da parte delle comunità di migranti. Al funerale di Abdoul, il ragazzo ucciso a Cernusco sul Naviglio non c'erano italiani per testimoniare solidarietà. A parte un grande artista di teatro, Pippo Del Bono, che ha filmato la rabbia plumbea di amici e parenti. La guerra agli immigrati è una delle tante guerre tragiche e idiote che non avremmo voluto. Ma una volta dichiarata, bisogna aspettarsi una reazione del "nemico".
L'altra questione è più generale, è il clima culturale in cui sta scivolando il Paese, senza quasi accorgersene.
Nel momento stesso in cui si riscrive la storia delle leggi razziali, nell'urgenza di rivalutare il fascismo, si testimonia quanto il razzismo sia una malapianta nostrana. L'Italia è l'unica nazione civile in cui nei titoli di giornali si usa ancora specificare la provenienza soltanto per i delinquenti stranieri: rapinatore slavo, spacciatore marocchino, violentatore rumeno. Poiché oltre il novanta per cento degli stupri, per fare un esempio, sono compiuti da italiani, diventa difficile credere a una forzatura dovuta all'emergenza. L'altra sera, da Vespa, tutti gli ospiti italiani cercavano di convincere il testimone del delitto di Perugia che "nessuno ce l'aveva con lui perché era negro". Negro? Si può ascoltare questo termine per tutta la sera da una tv pubblica occidentale? Non lo eravamo e stiamo diventando un paese razzista. Così almeno gli italiani vengono ormai percepiti all'estero.
Forse non è vero. Forse la caccia allo straniero è soltanto un effetto collaterale dell'immensa paura che gli italiani povano da vent'anni davanti al fenomeno della globalizzazione. La paura e, perché no?, la vergogna si sentirsi inadeguati di fronte ai grandi cambiamenti, che si traduce nel più facile e abietto dei sentimenti, l'odio per il diverso. La nostalgia ridicola di un passato dove eravamo tutti italiani e potevamo quindi odiarci fra di noi. In questo clima culturale miserabile perfino un sindaco di provincia o un vigile di periferia si sentono depositari di un potere di vita o di morte su un "negro".
http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/prostituta-reazioni/commento-maltese/commento-maltese.html
Un passo indietro di mezzo secolo
Gad Lerner
La Repubblica, 12 settembre 2008
Il principale canale televisivo pubblico di questo paese sta dedicando ben quattro prime serate al concorso di Miss Italia, in cui vengono scrutati e votati centinaia di corpi femminili.
Dubito che ciò accada in altre nazioni progredite.
La più nota manifestazione culturale di un partito di governo si chiama Miss Padania, celebrata alla presenza del suo segretario politico che è anche ministro della Repubblica.
Notevole clamore suscitò la presenza al Telegatto del futuro ministro alle Pari Opportunità, particolarmente ammirata in tale circostanza dall´attuale presidente del Consiglio. La stessa Mara Carfagna, del resto, deve la sua prima notorietà a spettacoli televisivi incentrati sull´esibizione seduttiva della femminilità.
La mercificazione del desiderio sessuale maschile è un fenomeno esasperato da tale offerta consumistica, che viene riconosciuta fra le cause principali del boom della prostituzione. Comprare le prestazioni di una donna – in un contesto culturale che autorizza la mortificazione pubblica della sua dignità – è scorciatoia considerata sempre meno riprovevole, come dimostra l´espansione del mercato anche fra i giovani e le fasce sociali abbienti. La fatica di un rapporto sentimentale, la ricerca di partner gratificanti in quanto corrispondono al modello pornografico televisivo, determinano fenomeni crescenti di violenza sopraffattrice e di impotenza. Moltiplicano il bisogno di incontri occasionali e le frustrazioni di coppia.
Eludendo tale enorme questione culturale, che incrementa il mercato delle ragazze dell´est e di colore con il falso mito della loro sottomissione, oggi il governo accomuna nella sbrigativa nozione di "reato" le prostitute e i loro clienti. Si illude di fare pulizia, compiendo un passo indietro di mezzo secolo. Al contempo bacchettona e sporcacciona, nel segno dell´ipocrisia, la destra di governo legifera sovrapponendo il volto di uno Stato intrusivo nel magma dell´eros da marciapiede. Quelle ragazze si vendono sotto giganteschi tabelloni pubblicitari di cui riproducono la volgarità. Tanto bastò, nel giugno scorso, perché un emendamento al decreto sulla sicurezza poi ritirato le indicasse tra le «persone pericolose per la sicurezza e la pubblica moralità». Un binomio ideologico che è tutto un programma: «sicurezza» e «pubblica moralità», ovvero Autorità e Valori.
Ma ora che il disegno di legge Carfagna aggiunge tra i colpevoli pure i loro clienti, il decisionismo governativo deve per forza autolimitarsi, occupandosi solo della visibilità del fenomeno: punibile sarà la prostituzione di strada, indubbiamente sgradevole per molte categorie di cittadini perché contribuisce al degrado urbano.
Il ministro Carfagna dichiara «orrore» di fronte alle persone che vendono il loro corpo, senza distinguere fra coloro che lo fanno per scelta (quanto libera?) e quelle sfruttate da organizzazioni criminali. Si espone così all´obiezione della portavoce delle prostitute Carla Corso, la quale le ricorda che – sebbene in forma diversa – anch´essa ha utilizzato la desiderabilità del suo corpo per conseguire il successo professionale. Ma pur senza addentrarsi nel rapporto elusivo e insincero con il proprio passato del ministro Carfagna, è lecito chiederle: se la prostituzione è un «orrore», perché vietarla solo per strada?
Vietare la prostituzione di strada sarebbe accettabile – così come la legge già punisce i rapporti a pagamento con minorenni e il racket – se contemplasse ambiti legali e tutelati per il sesso mercificato. Invece la falsa categoria dell´«orrore» – che è solo un´invettiva, una manifestazione di disprezzo, e consente di chiudere gli occhi di fronte alla malattia dell´amore degradato – viene esibita per negare pure l´alternativa di una prostituzione esercitata in luoghi più degni. Cioè per evitare scelte politiche che la stessa dottrina cattolica accetta come "riduzione del danno".
Non stupisce allora che la stessa Caritas si opponga al nuovo reato di "prostituzione di strada", denunciando il rischio di favorire lo sfruttamento nella clandestinità delle persone più deboli. Così come il "reinserimento nel paese d´origine" dei minorenni risponde più a una logica di espulsione sbrigativa che di accudimento pietoso.
Se davvero venisse applicato l´arresto e l´incarcerazione di prostitute e clienti, al di là di qualche retata spettacolare da trasmettere nei telegiornali, le nostre prigioni ne verrebbero ben presto saturate. Suppongo che le forze dell´ordine impegnate sul fronte del crimine abbiano altre priorità, e dunque non si preveda di andare oltre l´effetto dissuasivo e simbolico.
Anche se con la capienza degli istituti di pena non si può scherzare a lungo: tra non molto, c´è da giurarci, il decisionismo governativo troverà il modo di importare pure in Italia il business delle carceri private, unica soluzione per una popolazione detenuta destinata a rapido incremento.
Avremo con ciò un paese più pulito o più sporco? Davvero qualcuno crede che la lezione di morale sessuale del ministro Carfagna risulti credibile ai suoi stessi elettori? E che questa destra diretta emanazione dello show business televisivo, specializzato in vallettopoli, sappia tutelare il rispetto per il corpo femminile?
La prostituzione è un fenomeno alimentato dalla povertà e dalla misoginia reazionaria, cause difficili da estirpare.
E infatti secoli di storia del potere italiano, clericale e libertino, narrano di vizi occultati e di svergognate colpevoli puttane.
Il futuro non promette di meglio.
http://www.gadlerner.it/index.php/2008/09/12/bacchettoni-e-puttanieri.html
ABUSO DI POTERE
Alessandro Robecchi, il manifesto, 14/08/2008
Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo.
A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare».
Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio.
L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere.
Ai tempi del colera.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Agosto-2008/art2.html
L´invenzione della paura
Adriano Prosperi
La Repubblica 27 luglio 2008
Proviamo a dare all´emergenza italiana i volti dei due bambini morti di stenti nella traversata del Canale di Sicilia. Non conosciamo quei volti e non li vedremo mai più. Ma è quello lo specchio dove gli italiani debbono imparare a guardare le loro paure. Nelle categorie inventate dalla legislazione della paura non ci sono gli esseri umani nella loro concretezza. Vi si parla di clandestini, di saturazione. Queste parole, oltre ad essere astrazioni create per veicolare sensazioni di pericolo e di minaccia, hanno una storia che bisognerebbe raccontare.
Le stesse parole si diffusero nella Francia della seconda metà degli anni Trenta, mentre il regime nazista procedeva alla sistematica spoliazione ed emarginazione della minoranza ebraica che precedette la messa in opera dello sterminio. In Francia una propaganda fondata su quelle parole diffuse e rese incontrollata la psicosi dell´invasione di immigrati ebrei. Si ebbe allora la mobilitazione di associazioni professionali terrorizzate dallo spettro del "troppo pieno" per la temuta concorrenza di una minoranza intellettualmente qualificata. Ne risultò esaltato un filone di antisemitismo ben radicato nella tradizione francese.
E ci furono molte vite umane che fecero le spese di quei timori diffusi tra gente molto per bene: uomini, donne e bambini respinti, reclusi nei campi, costretti a cercare scampo verso gli Stati Uniti o alla frontiera dei Pirenei. Fu qui, per esempio, che si spense l´intelligenza di Walter Benjamin costretto al suicidio. Oggi le promesse di altre vite e di altre intelligenze si spezzano nel breve tratto di mare del Canale di Sicilia. E minaccia di smarrirsi qui qualcosa che ha fatto parte del patrimonio storico del popolo italiano: il sentimento di fratellanza verso gli emigranti, i poveri, i dannati della terra.
Quel sentimento aveva radici nell´esperienza delle comuni ragioni di vita che possono scoprire al di sopra delle frontiere e delle differenze di lingua e di religione solo coloro che sono costretti a farsi strada nel mondo, in mezzo all´ostilità delle burocrazie statali, allo sfruttamento di nuovi padroni e alla diffidenza generale.
Oggi in Italia le cose vanno in direzione opposta. C´è come una sindrome di insicurezza che sta diventando una malattia nazionale. E c´è una politica della paura. Una maggioranza politica vittoriosa per aver cavalcato la sindrome della minaccia dell´ "extracomunitario" – termine che condensa in una parola il rifiuto e la condanna di chi "viene da fuori", è povero, cerca lavoro – si sente oggi costretta a dimostrare di saper mantenere le promesse. Le cose che fa sono sconnesse, sussultorie, frettolose. Per questo risultano spesso controproducenti se misurate sulla base dell´efficacia nel risolvere i problemi. Ma tali non appaiono forse agli occhi di chi assiste all´invenzione quotidiana di nuovi espedienti e immagina che l´agitazione della scena politica e le creazioni verbali che vi si affacciano siano dei fatti capaci di risolvere i problemi e di ridarci la sicurezza perduta.
Non abbiamo ancora chiuso la fase dominata dalla guerra decretata a quel pericolo pubblico che sono notoriamente i bambini rom e già si è aperta la nuova fase delle misure di sicurezza che connotano l´immigrazione clandestina come un potenziale reato. Se i due bambini morti nel Canale di Sicilia fossero arrivati vivi in Italia sarebbero vissuti fra di noi come membri di una specie umana diversa, soggetti a norme penali speciali. Eppure la legge non può che essere generale, valida "erga omnes" . La legge è uguale per tutti: questa frase si legge ancora nei nostri tribunali. Oggi questo principio generale ha cessato di esistere.
Leggi speciali e tribunali speciali ne abbiamo conosciuti nella storia italiana recente: sono stati frutti avvelenati di un regime che ha goduto certamente di largo consenso ma di cui abbiamo pagato le colpe a carissimo prezzo. Il che non impedisce che si torni a elaborare e varare leggi speciali, col risultato di incrinare il principio della nostra Costituzione erede in questo della affermazione che fu rivoluzionaria nel ‘700 e passò poi in tutte le costituzioni liberali e democratiche: il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione. E non va taciuto il fatto che a quei diritti il pontefice regnante della Chiesa cattolica, parlando davanti all´assemblea delle Nazioni Unite, ha riconosciuto un fondamento religioso universale.
Un diritto di quei due bambini era intanto quello di vivere. Invece sono morti, in mezzo al mare, davanti alle coste di un paese che aveva appena scoperto di essere in stato di emergenza. Un paese che si sentiva minacciato da loro.
http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=56286
Se cacci tutti i rumeni poi con chi te la prendi?
L'angoscia (e l'odio) di un uomo qualunque
Ascanio Celestini
Io odio questi razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni.
Mi scusi, io sono un uomo qualunque. Io sono l'uomo della strada. Io sono uno che porta a pisciare il cane e tra un bisogno e una grattata alle pulci mi faccio un'idea di come va il mondo. Io dico quello che penso, non ho peli sulla lingua. Io sono quasi come Ferrara. E voglio dire che odio questi razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni.
Ma se tu mi cacci i rumeni... tu che sei razzista poi con chi te la prendi? Il razzista c'ha poca fantasia, non riesce a odiare una razza inferiore se non ce l'ha davanti.
Ma lei se l'immagina il Ku Klux Klan in America se non ci stavano i negri? Cosa facevano tutti quei bravi americani incappucciati? Invece di andare a impiccare gli schiavi per le campagne se ne andavano a giocare a calcetto? Ha mai provato a giocare a pallone col cappuccio in testa e i buchetti per gli occhi? Il razzista non riesce a odiare una razza inferiore se non ce l'ha davanti.
Per questo esiste l'immigrazione. Non puoi fare seriamente il razzista se odi gli aborigeni australiani e tu sei ciociaro. Allora il mercato mondiale coi flussi migratori manda anche a te che stai a Strangolagalli in provincia di Frosinone un negretto da odiare nel cortile di casa.
Se i negri, gli albanesi, i rumeni, le mignotte russe se ne tornano a casa noi che facciamo? Andiamo tutti in Romagna a odiare i tedeschi che vanno in vacanza a Riccione?
Mi scusi, io sono un uomo qualunque. Io sono l'uomo della strada. Io sono uno che porta a pisciare il cane e tra un bisogno e una grattata alle pulci mi faccio un'idea di come va il mondo. Io dico quello che penso, non ho peli sulla lingua. Io sono quasi come Ferrara.
E ribadisco che odio questi razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni.
Secondo me i politici non sono abbastanza razzisti. Ci vorrebbero persone nuove al governo. Per esempio gli imprenditori. I palazzinari che tengono i muratori rumeni per 20 ore al giorno in cantiere e gli fanno fare la fame. Quelli che si prendono la serva, gli danno due lire e manco la mettono in regola.
E se tu sei un rumeno, vuoi farti sfruttare, ma non c'hai i soldi per il treno..ci sono gli schiavisti che vengono a schiavizzarti direttamente a domicilio.
Sono più di 10mila le aziende italiane da quelle parti. L'Italia è il partner n° 1 della Romania. Significa che la Romania è una colonia italiana. E poi le dico un segreto: che se è scientificamente provato che il rumeno è una razza inferiore... in Romania... è pieno così di rumeni!
Altro che Ku Klux Klan. Se l'immagina che figata se gli incappucciati se ne andavano direttamente in Congo a sparare ai negri? Fare i razzisti direttamente in loco è come andare a pesca all'acquario di Genova. Per fortuna che qui in Italia ce ne abbiamo 1 milione di rumeni. Per me che non mi posso permettere di andare a Bucarest... mi basta portare fuori il cane per guardarmi le mignotte slave lungo la strada. Scendo col cane e mi accodo alla ronda del mio condominio. Andiamo a bruciare qualche baracca. Tanto il clandestino non ti denuncia. Se va dai carabinieri quelli lo rimandano in Transilvania dal conte Dracula.
Per questo che io odio questi politici razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni. Se mi sbaraccano il campo nomadi io nel parco ci vengo solo per far pisciare il cane. Mi viene la malinconia, mi sento un pensionato.
Ribadisco che i politici non sono abbastanza razzisti. Dovrebbero imparare dagli imprenditori. Quelli fanno il porco comodo loro e ti buttano il discorso sull'economia. Ti dicono «mica li schiavizzo... io gli do il lavoro». Uno stipendio in Romania dove non c'hanno diritti e lavorano giorno e notte sono 300 euro al mese. Qui in Italia non ci paghi manco un operatore di call center sfigato a part-time!
E magari l'imprenditore è pure convinto di fare del bene. Perché il razzista migliore è quello che è convinto di non esserlo.
Io sono un uomo qualunque, ma le voglio dire che il razzismo è come il culo. Vedi quello degli altri, ma il tuo culo non riesci a vederlo. Tu provi a guardarti il culo, ma non riesci mai a vedertelo per bene. Il mondo è pieno di culi. Sei miliardi di esseri umani, sei miliardi di culi. Sei miliardi di chiappe appaiate che si muovono davanti ai tuoi occhi. Sei miliardi meno uno. Il tuo. Il tuo non riesci a vederlo.
E il razzismo è uguale. Vedi razzismo ovunque tranne addosso a te. Glielo dicevo ieri all'inquilino del piano terra mentre picchiavamo un barbone. Lui dice che è una volgarità gratuita questa del culo. Che il paragone si può fare anche coi denti. Che vedi i denti degli altri, ma non i tuoi... eccetera... E invece si sbaglia. In quel momento infatti ho dato un calcio in bocca al barbone e gli ho staccato due denti. Gli ho detto «vedi? Adesso questo pezzente se li può vedere i denti suoi!» Per non parlare del particolare caso della dentiera. La sera te ne vai a letto, ti togli i denti finti, li infili nel bicchiere con la pasticca effervescente che li igienizza. E puoi addormentarti felice di guardarti dentro alla bocca.
Io vorrei sfilarmi il culo come una dentiera e infilarlo dentro a un secchio. Mettermelo sul comodino a mollo nell'intimo di Karinzia. Vorrei infilarmi nel letto e addormentarmi felice guardandomi il culo.
Mi scusi la volgarità, ma io sono un uomo qualunque. Io sono l'uomo della strada. Io sono uno che porta a pisciare il cane e tra un bisogno e una grattata alle pulci mi fa un'idea di come va il mondo. Io dico quello che penso, non ho peli sulla lingua. Io sono quasi come Ferrara.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Luglio-2008/art19.html
Salud!

Astenersi perditempo

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