treball

treballa

...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

lunedì, 06 ottobre 2008
Razzismo, ancora



PARMA PONTI E CYNAR
COME LA CITTÀ STA CAMBIANDO.
IN PEGGIO

Uno scrittore parmigiano, in «esilio» temporaneo a Bologna, racconta i suoi luoghi dopo gli ultimi episodi di razzismo e la deriva a destra. E prima, quando il «negro» era meridionale

Paolo Nori
Il manifesto, 4 Ottobre 2008

Un po' di tempo fa ero a Napoli, in piazza Municipio, prendevo un caffè, e un signore, al bancone del bar, che aveva sentito il mio accento esotico, mi aveva chiesto: Di dov'è lei? Di Parma, gli avevo detto io. Ah, Parma, mi aveva detto lui. Poi aveva fatto una pausa e aveva detto Si sta rovinando, Parma. Io avevo avuto allora la stessa reazione che si ha di solito quando si sente uno straniero parlare male dell'Italia.
Cioè noi dell'Italia parliamo malissimo, e come si fa, oggi, a parlarne bene, ma quando sentiamo qualcuno che viene da fuori che ne parla male ci scatta dentro una specie di istinto che non so cosa sia.
Mi ricordo una volta, a Bologna, su un treno, c'era una ragazza ucraìna che era stata beccata senza biglietto. E, come succede in quei casi, nella carrozza si manifestava un'istintiva simpatia per quella ragazza che magari non aveva soldi, che poi in fondo cos'erano, i cinque euro che costava il biglietto per arrivar fino a Rimini, e un'istintiva antipatia per il controllore e per il suo rigore anacronistico e cieco. Era anche una bella ragazza, e il controllore non me lo ricordo ma non credo che fosse un gran bel controllore. E la ragazza si giustificava, in un italiano discreto, col fatto che le avevano spiegato male in biglietteria, o che aveva capito male lei, e si rifiutava di pagare la multa e di far vedere i documenti, e alla minaccia del controllore di chiamare la forza pubblica, la ragazza aveva reagito dicendo Lei chiami chi vuole, non è colpa mia, è colpa della vostra lingua di merda.
Questa espressione, La vostra lingua di merda, aveva spento tutti i rumori della carrozza e aveva determinato, nei passeggeri, la fine della benché minima simpatia per la ragazza ucraìna. Io, mi ricordo, avevo pensato Sarà bello l'ucraìno. È più un dialetto, che una lingua.
Allora forse è per quello, che quando qualche mese fa il manifesto mi aveva chiesto di commentare la fotografia, pubblicata da Repubblica on line, di una ragazza seminuda gettata per terra nella cella di un comando della polizia municipale di Parma, io avevo cominciato, a scrivere qualcosa, ma mi ero fermato poi subito. Mi aveva trattenuto quella specie di istinto che non so cosa sia.
Era luglio, se non ricordo male, e su tutti i quotidiani italiani si parlava di questo fatto di Parma, e se ne parlava male, come si faceva, a parlarne bene, gli unici che ne parlavano bene erano gli amministratori della città. Ma io, che avevo appena pubblicato un romanzo nel quale si parlava, tra le altre cose, degli amministratori della città, e se ne parlava male, come si fa, a parlarne bene, io avevo avuto la stessa reazione che avevo avuto col napoletano. Al napoletano avevo detto Ma no, quella è gente venuta da fuori (credo che lui, il napoletano, si riferisse in particolare al caso di Tommaso, il bambino rapito e ucciso a Casalbaroncolo), e della polizia comunale di Parma e dei suoi amministratori avevo forse pensato la stessa cosa, che quella fosse gente venuta da fuori, anche se eran di Parma così come me e forse qualcuno più ancora di me.
Perché la sostanza, di Parma, che io ritrovo nella sua aria, nella sua luce, e non posso scrivere La sua luce, riferito a Parma, senza commuovermi, è una mia debolezza che dipende dal fatto che sono in esilio a Bologna, la sostanza che ritrovo nel suo dialetto e nel suo italiano, nella cantilena con la quale noi di Parma buttiam giù le frasi, nell'incanto di alcune espressioni come Bon bonbé, per dire che qualcosa è molto buono, o Putòst che gnènta l'è méj putòst, per dire che piuttosto di niente è meglio piuttosto, espressione che dà a questo avverbio di modo, Piuttosto, quasi la statura di un personaggio, la sostanza di questa città, quel che c'è sotto, quello da cui siamo venuti fuori tutti noi parmigiani, la sostanza a me sembrava fosse rimasta quella descritta da Bruno Barilli nella prima metà del novecento: Popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale, popolo turbolento e temibile, popolo che disprezza il villano, odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova, quello di Parma, scrive Barilli.
Che è una cosa completamente diversa dall'immagine che di Parma e dei parmigiani si ha fuori dalla città: la nobiltà, l'aristocrazia, la raffinatezza, la cultura. Che non è che non ci siano, ci sono anche quelle, ma non è lì, secondo me, la sostanza; la sostanza io credo che sia ancora quella delle barricate del '22, in quella sinistra inclinazione musicale che ha fatto di Parma l'unica città italiana che ha resistito, con successo, al fascismo. Quell'altra a me sembra come una vernice che si è sovrapposta, all'estero, all'immagine di Parma, e che ha dato l'idea di una grandeur che ai parmigiani che intendo io fa un po' ridere.
Quando per esempio gli attuali amministratori hanno fatto un ponte sul torrente Parma, che essendo un torrente è piccolo, e per la maggior parte del tempo in secca, quando gli amministratori hanno fatto questo ponte che sembra il ponte di Brooklyn e per inaugurarlo ci hanno portato il direttore dell'Agenzia europea per l'alimentazione, che credo fosse un belga, e quando questo direttore ha detto Bellissimo ponte, peccato che non avete il fiume, gli amministratori della città sembra che non abbiano riso, mentre i parmigiani che dico io devono aver riso parecchio.
Devono aver riso meno, i parmigiani che dico io, quel popolo là con la sinistra inclinazione musicale, quando il sindaco di Parma, un paio di anni fa, dopo che in provincia di Parma una ragazza di diciassette anni era stata uccisa da un ragazzo di Parma ventenne con una ventina di coltellate, e poi questo ventenne era andato a bere in un bar con dei suoi amici e poi aveva preso un taxi e quando era stato il momento di pagare aveva tirato fuori la pistola e aveva ucciso il tassista, il sindaco di Parma, quel giorno lì, quando gli han chiesto cosa aveva da dire di questa cosa lui aveva detto Vuol dire che dopo aver pensato alla città delle infrastrutture, penseremo alla città delle persone. Per i parmigiani con una sinistra inclinazione musicale credo non ci sia stato niente da ridere, a sentire questo cinismo soddisfatto e sconcio e a sentirsi paragonati a delle infrastrutture.
E non c'è niente da ridere adesso che i vigili urbani possono arrestare dei ragazzi di ventidue anni e spogliarli nudi e farli andare avanti e indietro nudi per il loro comando e dirgli robe da schioppi, come dicono a Parma.
Che io, se questa cosa sia o non sia vera, e come siano andate davvero le cose, io non lo so, e non posso saperlo, magari davvero l'occhio nero che ha quel ragazzo se l'è fatto da solo, magari davvero la parola negro su quella busta se l'è scritta da solo, è una cosa difficile da immaginare, ma magari è così. Solo che a me, questa Parma città della tolleranza zero, città della grandeur anche nella lotta ai barboni, agli spacciatori da strada, agli ambulanti e ai negri, dipenderà dal mio esilio, non so, ma a me ormai sembra una città che ha preso il sopravvento, rispetto a quella che conoscevo io.
E questo fatto di quel ragazzo che sembra sia stato arrestato, picchiato, spogliato, insultato dalla polizia municipale di Parma, col pieno appoggio degli amministratori, che hanno il pieno appoggio della maggioranza della popolazione, mi fa venire in mente una cosa che è successa poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, quando ancora abitavo a Parma, due settimane prima di trasferirmi a Bologna.
Poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus e siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori.
Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui.
Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo. Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevam molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato. Io e Tim continuavamo a mangiare il riso. La signora si è rivolta al cameriere e gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa, l'ha diretta contro il muro della pizzeria e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile. Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro. Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Ottobre-2008/art13.html





la forza senza cultura

GAD LERNER
la Repubblica, sabato, 04 ottobre 2008

È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della "tolleranza zero" ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell´inciviltà, ma anche l´ordine pubblico.

Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l´umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all´aeroporto di Ciampino ? quali che siano gli esiti delle indagini ? evidenziano un´impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l´ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai "difensori del territorio". Fino a quando c´è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l´autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.

Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a "Annozero", abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell´eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove "solo quando i morti sono neri"! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second´ordine. Temo che quell´infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.

Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani "a pregare e pisciare nel deserto". Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all´intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di "clandestino" a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l´impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.

Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all´offensiva reazionaria ? l´espediente retorico di una sicurezza che non sia "né di destra né di sinistra"; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio "diritti e doveri" degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d´integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?

Tra i sintomi della regressione culturale c´è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell´integralismo religioso. Persone che hanno avuto l´intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.

http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=8494





Il frutto avvelenato della tolleranza zero

di CURZIO MALTESE
La Repubblica, 1 ottobre 2008

A Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese, Emmanuel Bonsu Foster, e ha scritto sulla sua pratica la spiegazione: "negro". Davano la caccia agli spacciatori e hanno trovato Emmanuel, che non è uno spacciatore, è uno studente. Anzi è uno studente che gli spacciatori li combatte. Stava cominciando a lavorare come volontario in un centro di recupero dei tossici. Ma è bastato che avesse la pelle nera per scatenare il sadismo dei vigili, calci, pugni, sputi al "negro".

Parma è la stessa città dove qualche settimana fa era stata maltrattata, rinchiusa e fotografata come un animale una prostituta africana. L'ultimo caso di inedito razzismo all'italiana pone due questioni, una limitata e urgente, l'altra più generale.

La prima è che non si possono dare troppi poteri ai sindaci. Il decreto Maroni è stato in questo senso una vera sciagura. La classe politica nazionale italiana è mediocre, ma spesso il ceto politico locale è, se possibile, ancora peggio. Delegare ai sindaci una parte di poteri, ha significato in questi mesi assistere a un delirio di norme incivili, al grido di "tolleranza zero". In provincia come nelle metropoli, nella Treviso o nella Verona degli sceriffi leghisti, come nella Roma di Alemanno e nella Milano della Moratti.

A Parma il sindaco Pietro Vignali, una vittima della cattiva televisione, ha firmato ordinanze contro chiunque, prostitute e clienti, accattoni e fumatori (all'aperto!), ragazzi colpevoli di festeggiare per strada. Si è insomma segnalato, nel suo piccolo, nel grande sport nazionale: la caccia al povero cristo. Sarà il caso di ricordare a questi sceriffi che nella classifica dei problemi delle città italiane la sicurezza legata all'immigrazione non figura neppure nei primi dieci posti. I problemi delle metropoli italiane, confrontate al resto d'Europa, sono l'inquinamento, gli abusi edilizi, le buche nelle strade, la pessima qualità dei servizi, il conseguente e drammatico crollo di presenze turistiche eccetera eccetera. Oltre naturalmente alla penetrazione dell'economia mafiosa, da Palermo ad Aosta, passando per l'Emilia.

I sindaci incompetenti non sanno offrire risposte e quindi si concentrano sui "negri". Nella speranza, purtroppo fondata, di raccogliere con meno fatica più consensi. Di questo passo, creeranno loro stessi l'emergenza che fingono di voler risolvere.

Provocazioni e violenze continue non possono che evocare una reazione altrettanto intollerante da parte delle comunità di migranti. Al funerale di Abdoul, il ragazzo ucciso a Cernusco sul Naviglio non c'erano italiani per testimoniare solidarietà. A parte un grande artista di teatro, Pippo Del Bono, che ha filmato la rabbia plumbea di amici e parenti. La guerra agli immigrati è una delle tante guerre tragiche e idiote che non avremmo voluto. Ma una volta dichiarata, bisogna aspettarsi una reazione del "nemico".
L'altra questione è più generale, è il clima culturale in cui sta scivolando il Paese, senza quasi accorgersene.

Nel momento stesso in cui si riscrive la storia delle leggi razziali, nell'urgenza di rivalutare il fascismo, si testimonia quanto il razzismo sia una malapianta nostrana. L'Italia è l'unica nazione civile in cui nei titoli di giornali si usa ancora specificare la provenienza soltanto per i delinquenti stranieri: rapinatore slavo, spacciatore marocchino, violentatore rumeno. Poiché oltre il novanta per cento degli stupri, per fare un esempio, sono compiuti da italiani, diventa difficile credere a una forzatura dovuta all'emergenza. L'altra sera, da Vespa, tutti gli ospiti italiani cercavano di convincere il testimone del delitto di Perugia che "nessuno ce l'aveva con lui perché era negro". Negro? Si può ascoltare questo termine per tutta la sera da una tv pubblica occidentale? Non lo eravamo e stiamo diventando un paese razzista. Così almeno gli italiani vengono ormai percepiti all'estero.

Forse non è vero. Forse la caccia allo straniero è soltanto un effetto collaterale dell'immensa paura che gli italiani povano da vent'anni davanti al fenomeno della globalizzazione. La paura e, perché no?, la vergogna si sentirsi inadeguati di fronte ai grandi cambiamenti, che si traduce nel più facile e abietto dei sentimenti, l'odio per il diverso. La nostalgia ridicola di un passato dove eravamo tutti italiani e potevamo quindi odiarci fra di noi. In questo clima culturale miserabile perfino un sindaco di provincia o un vigile di periferia si sentono depositari di un potere di vita o di morte su un "negro".

http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/prostituta-reazioni/commento-maltese/commento-maltese.html

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venerdì, 12 settembre 2008
L'Orrore



Un passo indietro di mezzo secolo

Gad Lerner 
La Repubblica, 12 settembre 2008

Il principale canale televisivo pubblico di questo paese sta dedicando ben quattro prime serate al concorso di Miss Italia, in cui vengono scrutati e votati centinaia di corpi femminili.
Dubito che ciò accada in altre nazioni progredite.

La più nota manifestazione culturale di un partito di governo si chiama Miss Padania, celebrata alla presenza del suo segretario politico che è anche ministro della Repubblica.

Notevole clamore suscitò la presenza al Telegatto del futuro ministro alle Pari Opportunità, particolarmente ammirata in tale circostanza dall´attuale presidente del Consiglio. La stessa Mara Carfagna, del resto, deve la sua prima notorietà a spettacoli televisivi incentrati sull´esibizione seduttiva della femminilità.

La mercificazione del desiderio sessuale maschile è un fenomeno esasperato da tale offerta consumistica, che viene riconosciuta fra le cause principali del boom della prostituzione. Comprare le prestazioni di una donna – in un contesto culturale che autorizza la mortificazione pubblica della sua dignità – è scorciatoia considerata sempre meno riprovevole, come dimostra l´espansione del mercato anche fra i giovani e le fasce sociali abbienti. La fatica di un rapporto sentimentale, la ricerca di partner gratificanti in quanto corrispondono al modello pornografico televisivo, determinano fenomeni crescenti di violenza sopraffattrice e di impotenza. Moltiplicano il bisogno di incontri occasionali e le frustrazioni di coppia.

Eludendo tale enorme questione culturale, che incrementa il mercato delle ragazze dell´est e di colore con il falso mito della loro sottomissione, oggi il governo accomuna nella sbrigativa nozione di "reato" le prostitute e i loro clienti. Si illude di fare pulizia, compiendo un passo indietro di mezzo secolo. Al contempo bacchettona e sporcacciona, nel segno dell´ipocrisia, la destra di governo legifera sovrapponendo il volto di uno Stato intrusivo nel magma dell´eros da marciapiede. Quelle ragazze si vendono sotto giganteschi tabelloni pubblicitari di cui riproducono la volgarità. Tanto bastò, nel giugno scorso, perché un emendamento al decreto sulla sicurezza poi ritirato le indicasse tra le «persone pericolose per la sicurezza e la pubblica moralità». Un binomio ideologico che è tutto un programma: «sicurezza» e «pubblica moralità», ovvero Autorità e Valori.

Ma ora che il disegno di legge Carfagna aggiunge tra i colpevoli pure i loro clienti, il decisionismo governativo deve per forza autolimitarsi, occupandosi solo della visibilità del fenomeno: punibile sarà la prostituzione di strada, indubbiamente sgradevole per molte categorie di cittadini perché contribuisce al degrado urbano.

Il ministro Carfagna dichiara «orrore» di fronte alle persone che vendono il loro corpo, senza distinguere fra coloro che lo fanno per scelta (quanto libera?) e quelle sfruttate da organizzazioni criminali. Si espone così all´obiezione della portavoce delle prostitute Carla Corso, la quale le ricorda che – sebbene in forma diversa – anch´essa ha utilizzato la desiderabilità del suo corpo per conseguire il successo professionale. Ma pur senza addentrarsi nel rapporto elusivo e insincero con il proprio passato del ministro Carfagna, è lecito chiederle: se la prostituzione è un «orrore», perché vietarla solo per strada?

Vietare la prostituzione di strada sarebbe accettabile – così come la legge già punisce i rapporti a pagamento con minorenni e il racket – se contemplasse ambiti legali e tutelati per il sesso mercificato. Invece la falsa categoria dell´«orrore» – che è solo un´invettiva, una manifestazione di disprezzo, e consente di chiudere gli occhi di fronte alla malattia dell´amore degradato – viene esibita per negare pure l´alternativa di una prostituzione esercitata in luoghi più degni. Cioè per evitare scelte politiche che la stessa dottrina cattolica accetta come "riduzione del danno".

Non stupisce allora che la stessa Caritas si opponga al nuovo reato di "prostituzione di strada", denunciando il rischio di favorire lo sfruttamento nella clandestinità delle persone più deboli. Così come il "reinserimento nel paese d´origine" dei minorenni risponde più a una logica di espulsione sbrigativa che di accudimento pietoso.
Se davvero venisse applicato l´arresto e l´incarcerazione di prostitute e clienti, al di là di qualche retata spettacolare da trasmettere nei telegiornali, le nostre prigioni ne verrebbero ben presto saturate. Suppongo che le forze dell´ordine impegnate sul fronte del crimine abbiano altre priorità, e dunque non si preveda di andare oltre l´effetto dissuasivo e simbolico.

Anche se con la capienza degli istituti di pena non si può scherzare a lungo: tra non molto, c´è da giurarci, il decisionismo governativo troverà il modo di importare pure in Italia il business delle carceri private, unica soluzione per una popolazione detenuta destinata a rapido incremento.

Avremo con ciò un paese più pulito o più sporco? Davvero qualcuno crede che la lezione di morale sessuale del ministro Carfagna risulti credibile ai suoi stessi elettori? E che questa destra diretta emanazione dello show business televisivo, specializzato in vallettopoli, sappia tutelare il rispetto per il corpo femminile?
La prostituzione è un fenomeno alimentato dalla povertà e dalla misoginia reazionaria, cause difficili da estirpare.
E infatti secoli di storia del potere italiano, clericale e libertino, narrano di vizi occultati e di svergognate colpevoli puttane.
Il futuro non promette di meglio.


http://www.gadlerner.it/index.php/2008/09/12/bacchettoni-e-puttanieri.html

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mercoledì, 03 settembre 2008
Manuel Ferreira y las ideas detrás de Gente como uno



“Para mí, todo teatro es político y social” 

La obra, que se verá desde mañana en diversos espacios no tradicionales, ensaya una reflexión sobre el papel de la clase media en la crisis. El director reflexiona sobre el estado de la cultura en la Italia de Berlusconi. 

Por Hilda Cabrera
Página/12, Miércoles, 3 de Septiembre de 2008

“Nosotros inventamos una manera de estar fuera del sistema teatral, porque a veces la cultura es hostil a sí misma. Los que están en el sistema no te escuchan y uno no puede esperar.” Manuel Ferreira, porteño de Talcahuano y Corrientes, partió en 1991 con una beca a Milán y se fue quedando, hasta que seis años atrás se asoció a un grupo de artistas italianos integrando la Compañía Alma Rosé. La estrategia que dice haber inventado se relaciona con la diversidad de lugares en los que presenta sus trabajos: teatros, fábricas, escuelas, universidades, cárceles, museos... Luego de una investigación en Argentina, y de las respuestas a sus cuestionarios hechos a conocidos y amigos, armó un espectáculo que ya estrenó en Italia y ahora quiere mostrar en Buenos Aires y provincias. El título es Gente como uno, su particular mirada sobre esa clase media argentina que salió a la calle durante el estallido de diciembre de 2001. Aquella fecha coincidió con una de sus visitas al país, y de ese impacto nació Gente.... Este actor y director –que se inició en la escuela de Alejandra Boero– recuerda hoy a sus compañeros de aquellos años, a Eduardo Rivas y Luciano Suardi, entre otros, y su participación en la renovadora Romeo y Julieta expulsados del Paraíso, de Claudio Nadie. “Las giras son una necesidad en Italia –dice–, donde no hay público suficiente para las obras y el teatro oficial sufre el recorte de su presupuesto. Los distintos gobiernos se encaminaron hacia los cortes en cultura, lo que no significa que estén ahorrando dinero”, puntualiza Ferreira en diálogo con PáginaI12.

–En Gente como uno el acento está puesto en la clase media argentina. ¿Interesa esto en Italia?

–Confieso que me asustaba estrenar un espectáculo sobre la crisis de 2001, pero me decidí porque la intención de la compañía es hablar de la memoria del presente, un tema universal. El quiebre de 2001 puede darse en cualquier sociedad, y en toda persona que sufre las consecuencias de un Estado que no ofrece garantías. En Europa la gente siente mucho temor ante esa pérdida de garantías.

–¿Aunque se trate de sociedades con experiencias e historias diferentes?

-El miedo es el mismo, porque el sistema es el mismo. La gente vive en un estado de contradicción permanente, atrapada en el consumo, que no critico, porque también yo consumo. Pero eso no quiere decir que olvide cuál era mi actitud y la de mis amigos en mis visitas previas a la Argentina. Ellos me agasajaban y me invitaban a una quinta como si nada estuviera ocurriendo. Cuando estalló la crisis, me pregunté qué había mirado yo hasta entonces. ¿Había puesto atención en lo que se estaba perdiendo, en las privatizaciones y el cierre de fábricas, por ejemplo? En Italia, el ciudadano tiene, digamos, un colchón más grande en cualquier caída, pero el susto existe y le interesa lo sucedido en Argentina, porque la ve como a la América en la que es posible el progreso.

–¿Aun con el reclamo de los bonistas?

–Sí, porque no les robaron los ciudadanos argentinos sino los bancos. Esto lo digo en Gente..., donde toco también el asunto de las fábricas recuperadas. Ante esa escena, el público se relaja, pero en cuanto lo relaciono con el cierre, cada vez más numeroso, de las fábricas italianas la atmósfera se tensa.

–¿O sea que el estallido de 2001 es también un alerta para el Primer Mundo?

–Argentina fue, en mi opinión, el mejor alumno del neoliberalismo, y cuando cae, como cayó entonces, impresiona. Lo sabemos porque nuestro público tiene la oportunidad de participar, y hasta de llevar más público cuando se entusiasma, por ejemplo cuando nos convoca un consorcio de edificios en Milán. Estos consorcios son en realidad cooperativas, una modalidad de la década de 1960. En esas presentaciones, el lugar y el público son verdaderos protagonistas, y muestran interés por esos temas.

–¿Cuáles son sus lugares en Argentina?

–La Universidad de las Madres, el Hospital Borda, teatros como El Galpón de Catalinas... Vinimos para cumplir un programa. Quiero aclarar que no hago lo que comúnmente se denomina teatro político. Para mí todo teatro es político y social. Lo digo por aquellos que gustan etiquetar, actitud habitual en Italia, como aquí, creo, la tendencia a rechazar todo espectáculo que parezca una crónica.

–¿La visita de diciembre de 2001 fue casual?

–Vine para Teatro X la Identidad, porque conozco a la actriz Valentina Bassi y a otras personas que están en eso. Llegué el 19 de diciembre, y en esos días estuve con las Abuelas de Plaza de Mayo. Me conmovió ver que ellas, como las Madres y los hijos de víctimas y desaparecidos por la dictadura militar, estaban entre los pocos que mantenían el ánimo y la fuerza. Me conmueven estas Madres y Abuelas que dieron vuelta el cliché de la señora que sufre, que, creo, es una figura que toda Europa quiere ver. Porque, vamos a ser sinceros, Europa ha convertido a los desaparecidos y el baile del tango en asuntos de los que vale la pena hablar.

–¿Sucede algo similar con el temor a desaparecer como clase media?

–En Europa se ponen muy tensos con eso. Es increíble, pero el tema se convirtió en un fenómeno comercial. Un ejemplo: ahora recibo por Gente... más ayuda de organismos no teatrales. Llevamos un registro documental de los circuitos que hemos hecho en Italia, y esto también entusiasmó. En Buenos Aires, le propuse realizar un documental a la directora Sandra Gugliotta, que fue compañera de estudios y es amiga desde hace mucho tiempo, porque mi sueño es tender un puente con Argentina, que tiene un público extraordinario, fiel al teatro, al cine...

–¿Se llevó alguna sorpresa en las giras?

–Aprendimos cuándo es necesario llevar un espectáculo y cuándo no. Hemos hecho funciones en cárceles, y siempre bien, salvo una última vez: presentábamos un trabajo sobre Auschwitz y a los organizadores se les ocurrió llevar a las detenidas en la hora libre, en la que pueden fumar y charlar. Eso no sirve. Es muy importante el grado de disposición del huésped, porque de lo contrario el espectáculo se transforma en un capricho nuestro. También está el caso de que nos inviten porque está de moda hablar sobre el horror y la miseria.

–¿Lo ve como una actitud que lava conciencias?

–Es lo que pienso. Me impresiona tanto como ver a un gran modista haciendo un desfile en una villa. Algunos elencos organizan una función en una estación de trenes abandonada o en un comedor de pobres y después no vuelven nunca más.

–¿Cómo se organiza Alma Rosé en este punto?

–Nuestro trabajo es de persona a persona. Gente... es parte de un proyecto que denominamos “Memoria del presente”, en el que estoy junto a Annabella Di Costanzo y Elena Lolli, las dos de nacionalidad italiana. El año pasado estuve en Argentina conociendo gente para interesarla en la propuesta, porque para mí era necesario traer esta obra después de probarla en Italia, donde día a día se privatiza con más liviandad y donde los presidentes son o se convierten en empresarios.

–¿Se acabó el proyecto país?

–Mi impresión es que se acabó el aspecto social de la política. Ahora la pregunta que se hacen los que están en el poder es si un proyecto deja o no deja dinero. En Italia se está discutiendo en estos momentos la construcción de una red ferroviaria para un tren veloz que partiría de Francia y tendría como terminal la ciudad de Milán, elegida para la Expo Universal de 2015. Ese tren contaminaría las montañas con amianto, pero eso no importa si trae dinero. Aclaro que no estoy en contra de que el dinero circule, sino de la falta de un proyecto que contemple los problemas que arrastra este tipo de emprendimiento.

–¿Cuánto influye en su teatro el hecho de ser argentino?

–Uno no se olvida nunca de lo que es, y eso me lo decían mis padres, que eran gallegos. Ahora lo entiendo. Es una elección personal dejar el país, pero hay que saber que el costo afectivo es muy alto. Mi mujer es italiana, tengo un bebé y me gustaría que cuando crezca conozca la Argentina. No quiero “llorar la Argentina”, pero confieso que me tira.

–¿Qué le dice la frase “gente como uno”?

–Pensaba poner otro título al espectáculo: El mejor alumno. Preferí el de Gente... porque en Italia ese “uno” equivale a nosotros, a gente encaminada hacia el bien. Cuando me inscribí en la escuela de teatro, mi mamá me dijo que ésa no era gente como nosotros, y cuando ella pudo comprarse un tapado de piel –y con eso pasó de ser inmigrante gallega a señora– me pareció que era más gente como uno.

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martedì, 02 settembre 2008
Mario Rigoni Stern



Le stagioni del sergente

di Gianfranco Bettin 
Lo Straniero, Settembre 2008

“Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore”: è stato quasi un programma di vita, per Mario Rigoni Stern, questo, schizzato con la mano ferma e felice di un Hemingway senza nevrosi, un programma che era anche il suo desiderio e il suo augurio per la vita di tutti. Ora che il suo respiro è cessato, la sua voce continua a parlare dall’altipiano, tra le foglie e nel vento, nei versi degli animali che ci ha insegnato a distinguere, come le piante dell’arboreto salvatico, e anche nei silenzi di valli e montagne, eloquenti come sermoni. E, naturalmente, nel ricco deposito di testi che lascia. Niente di naïf e niente di occasionale, come errando sostenne Elio Vittorini nel ’53 presentando “Il sergente nella neve”. La prosa di Rigoni Stern, dal grande romanzo d’esordio ai tanti racconti successivi, è la prosa di un vero scrittore, innervata di profonda, precisa conoscenza degli elementi e delle situazioni di cui parla impastando esperienza e visione, ispirazione e scienza delle cose.

“Verrà, verrà il caro scricciolo sulla catasta di legna ad annunciare la prima neve come quando ero ragazzo con il suo tic tic ripetuto più volte, il suo campanellino nascosto nella gola si sentirà anche lassù dove le nuvole compatte e bianche aspettano il segnale”: è l’imminenza dell’inverno, descritta con perizia da ornitologo e da meteorologo, utilizzando appropriatamente tecnicismi e onomatopee, alternando suggestioni a descrizioni icastiche.

Come non è ingenua sulle cose, la narrativa di Rigoni Stern non lo è sulla Storia e anche quando staglia di fronte a noi la bellezza e la serenità del mondo, resta consapevole della sua precarietà, della possibilità sempre incombente della tragedia. Era da un luogo come quello che avrebbe voluto mettere a disposizione di tutti, tra larici e torrenti, tra api e coturnici, che era partito per attraversare le guerre del suo tempo, dall’Albania alla Russia. Dagli inverni fiabeschi dell’altopiano di Asiago a quelli atroci del Don insanguinato. Ne era tornato, salvando i suoi uomini, in quello che, come disse pacato e fiero a Marco Paolini nel film biografico di Carlo Mazzacurati, considerava il vero capolavoro della sua vita: non aver perso nessuno di quelli che guidava durante la ritirata, sergente nella neve che nella neve aveva cercato e saputo trovare, oltre Nikolajewka, la strada per tornare “a baita”. Ma non aveva più dimenticato quel gelo e quell’ombra che insidiano il mondo, sempre, e che spesso, insanguinandola, scendono nella storia. Spesso le sue pagine ci parlano tenacemente e volentieri d’altro, del piacere di stare nella natura, rispettandola, conciliati con essa, e tuttavia senza ignorare mai la dialettica e il conflitto immanenti, se non deflagranti, il dovere di prendere posizione e, prima ancora, di essere consapevoli di questa dinamica della storia. L’altipiano non è la meta di una fuga, il ritiro. Al contrario, è il luogo e il modo di vita, sono i visibili e tangibili valori, in nome dei quali confrontarsi con la Storia e col Potere. Ognuno, sulla base di questa lezione, ai luoghi del vecchio Sergente può sostituire i propri, se ne ha ancora, o se ne sa trovare nel vasto mondo che valgano la pena, come può abbracciare, scegliere, i modi di vita e i valori in nome dei quali mostrare che un altro mondo è possibile – e anche, o prima ancora,  che è possibile un altro modo di stare al mondo.

In un racconto Rigoni Stern sogna di smarrirsi nel bosco insieme al suo cane, tra i faggi e il sorbo. “Andare così, per tutta la vita”, si lascia andare a desiderare, seguendo quello smarrimento felice come si assapora un desiderio in via di soddisfazione e come si gode un legittimo diritto di ogni vivente. Eppure anche lassù la Storia parla, riemerge. Un vecchio gallo precipita in un burrone e la disgrazia dell’animale gli riporta la visione lontana della testa spaccata di un tedesco in guerra. La tragedia e la violenza non sono dimenticabili, per chi le ha vissute, e non sono esorcizzabili, neanche nella bellezza dei lati migliori del mondo e della vita, per chi ne abbia ascoltato il racconto. Lo si capisce quasi con naturalezza leggendo “Il sergente nella neve”, romanzo singolarissimo e perfetto, che cresce lentamente ma sicuramente, decennio dopo decennio, avanzando col passo del montanaro, nella storia della nostra letteratura ma anche nel ruolo che svolge nella coscienza di un paese spesso aduso a giocarci viziosamente, con la propria coscienza, a manipolarla ipocritamente o cinicamente. Quel romanzo ci riporta al freddo della Storia e ce ne rende dolorosamente e necessariamente consapevoli, almeno quanto, nel cuore più duro della vicenda che narra, riesce ad aprirci gli occhi sul sempre possibile incontro e rispetto umano, anche nelle estreme vicende belliche, come nell’episodio del silenzioso e pacifico pasto casualmente condiviso in un’isba tra i russi resistenti e l’italiano invasore e ora in ritirata. Nemici acerrimi, che fuori di quell’isba torneranno a combattersi, ma tutti in cerca di un tetto e di un piatto caldo nella grande tormenta che gli soffia addosso e che li accomuna.

C’è sempre, in Rigoni Stern, questo doppio registro: calore umano e gelo della storia, incanto e disincanto verso il mondo e la natura. C’è nei drammatici e pur sempre vivi racconti di guerra e c’è nelle storie spesso meravigliose dell’altipiano, sviluppando i primi e le seconde con la stessa perizia artistica, sotto il controllo di una tecnica che, per essere sommamente artigianale, non è affatto minore. Anzi, che trova nella propria sobria misura e nel proprio ricco catalogo di figure e colori e voci, la cifra segreta e inimitabile di un’autorevolezza paterna più che patriarcale, da sergente che sta con te nella neve o, meglio, che ti sa precedere tracciando la pista, più che da alto ufficiale che percorre vie riservate. è da questa posizione che può ricordarci la bellezza del mondo senza che ciò suoni patetico o consolatorio, o, viceversa, che può mostrarci l’orrore della Storia e la bassezza dell’uomo senza che ciò neghi in radice la speranza e la fiducia nella vitalità e nella possibilità di cambiamento della nostra specie.

“Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita”, così incomincia “Stagioni”, il suo ultimo libro, errabondo tra stagioni della vita e della storia, oltre che intensa celebrazione del variare e dell’andare delle stagioni durante l’anno, necessaria alternanza di vite morti rinascite che portano ognuna colori forme suoni e semi germogli frutti, e sonni e risvegli, che insieme sviluppano il grande ciclo di tutti e del tutto. Un andare e un vedere che, a chi ha addestrato i propri sensi, non sembra mai monotono, neanche quando pare più uniforme. Si fa presto, ad esempio, a dire neve. Rigoni Stern lo dice in molti modi diversi, usando la lingua dell’altipiano, quella più connessa alle cose che nomina, capace di distinguere, della neve, una decina di fasi, forme, colori (le sorprendenti gradazioni del bianco) e anche i suoi mutevoli contenuti (il diverso significato che assume per gli animali, per i pascoli, per il bosco, per il cielo nelle varie fasi dell’anno). “Le più variate nevi”, le chiama in un verso Andrea Zanzotto, un altro grande vecchio veneto (del Veneto capace di vero radicamento e di vera universalità) a sua volta osservatore infallibile della complessa, mutevole costituzione delle nevi.

Come nello stesso Zanzotto, la neve, che pure incanta (e che, nel poeta di Pieve di Soligo, perfino “risana”), in Rigoni Stern non nasconde tuttavia ciò che ne insidia la purezza. Nella lunga intervista concessa a “Lo straniero” circa un anno fa ad Asiago, ci raccontò della neve che a maggio, sciogliendosi, anche lassù, a 2500 metri, adesso è spesso “unta”. Qualche decennio fa non lo era, ci disse, spiegando che ora capita di vederla sporca, “zaleta”, gialliccia, lasciare sulla terra, quando si scioglie, uno strato untuoso, residuo di inquinamenti assorbiti nell’atmosfera e ricaduti insieme ai cristalli composti nei fiocchi. Il grande narratore della meraviglia della natura, è sempre stato anche un lucido testimone di ciò che a essa ci rende estranei e indifferenti, prima ancora che, di essa, acerrimi sfruttatori.
“Pochi sono quelli che nell’agenda scrivono le temperature, le precipitazioni, i cambiamenti del clima. Solo affari, solo appuntamenti; una volta erano di più gli uomini che usavano annotare anche le cose della natura, perché ora si vive di artefizi, ossia con espedienti diretti a ottenere effetti estranei all’ordine naturale”, scrive in “Stagioni”, piccolo ultimo e magnifico libro in cui non mancano pagine preoccupate o decisamente disilluse, radicalmente critiche verso la perdita di rispetto per la natura e per il nostro stesso patrimonio storico e culturale. Eppure, come nell’inverno della guerra, come nella tormenta che confondeva ogni strada, anche in questa pace smarrita e corrotta, il Sergente continuava a segnare la pista, a mostrare la meta.

http://www.lostraniero.net/

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venerdì, 15 agosto 2008
INsicurezza



ABUSO DI POTERE
Alessandro Robecchi, il manifesto, 14/08/2008

Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo.
A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare».
Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio.

L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere.
Ai tempi del colera.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Agosto-2008/art2.html

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sabato, 09 agosto 2008
Due Monologhi



La divisa NON SI PROCESSA

Ascanio Celestini
Il manifesto, 08 Agosto 2008

Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli do un calcio nelle palle. Anzi no, gli do un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli do un calcio nelle palle.
Perché io sono quello che esce dalla macchina della polizia ferma all'autogrill lungo l'autostrada. Dall'altra parte della strada c'è una rissa. Forse è una rapina, forse no. Lo saprò dopo che era una robba tra tifosi. Intanto adesso io sono quello che tira fuori la pistola, forse non sono l'unico con la pistola in mano che esce dall'auto della polizia, o forse no. Forse non lo saprete mai. Io sono quello col braccio dritto che spara davanti a se e vede che la rissa si placa. Poi lo saprò più tardi che è morto uno. Pure io ho visto il nome sul giornale scritto sotto alla fotografia. Se quello non moriva sul giornale non ci finiva e non ci trascinava nemmeno il mio nome accanto al suo. Adesso sarà più difficile scordarlo. Scordare lui e scordare me. Anche perché io c'ho un nome buffo. Da ragazzino a scuola mi ci prendevano in giro. Forse è anche per questo motivo che ho indossato la divisa e preso la pistola in mano. Adesso prendetemi in giro. Come si dice? Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Adesso il santo è lui. Il martire. E io sono il fante. Allora prendetemi in giro e scherzate con la mia divisa, ma il processo no. Non me lo farete il processo come fareste a lui se fosse stato quello che sparava a me.
Perché la divisa non si processa.
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli do un calcio nelle palle. Anzi no, gli do un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli do un calcio nelle palle.
Perché io sono quello accanto al guidatore nel defender, il gippone. Ci hanno tenuto un sacco di tempo chiusi in caserma a raccontarci che questi teppisti avrebbero saccheggiato la città, ci avrebbero accolto con le bombe molotov, avrebbero lanciato gli aranci con le lamette, il sangue infettato. Ci hanno chiuso nelle camionette sotto il sole, poi mi sono trovato questo ragazzo con l'estintore in mano. E poi mi sono trovato in mano la pistola. Ma dove cazzo ce l'aveva l'estintore? Ma che è.. Eta Beta che c'ha l'estintore in tasca? Mannaggia a questa città che manco mi piace! Pure il pesto mi fa schifo di questo posto. Io sono calabrese, a me mi piace il peperoncino. 'sto basilico coi pinoli è una pappetta per neonati. Mi dispiace che è morto, ma se lo doveva aspettare. Lo dicono pure i cowboy che «quando un uomo con il fucile incontra un uomo con la pistola... l'uomo con la pistola è un uomo morto». Ecco, fate conto che al posto del fucile ci sta la pistola mia e al posto della pistola ci sta l'estintore suo. Lo dicono pure i film che l'uomo con l'estintore soccombe. Io sono finito sul giornale per un po'. Poi mi hanno mandato in pensione. Mo' mi chiamano per parlare ai convegni. Come quello che ha inventato la bomba atomica o la penicillina, quello che è stato sulla luna o al Grande Fratello. Io sono quello che ha ammazzato il ragazzo di Genova. Sono diventato bravo a parlare, mo' mi sa che mi butto in politica. Però la commissione d'inchiesta no. Quella non si deve fare. Sarebbe un pessimo esempio per tutti i colleghi che non tirerebbero più fuori la pistola manco per spolverarla..
Perché la divisa non si processa.
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso esco e gli do un calcio nelle palle. Anzi no, gli do un euro e una pacca sulla spalla. Anzi no, gli do un calcio nelle palle.
Perché io sono quell'americano con l'aeroplano che ha fatto tutto quel casino al Cermìs, o quell'altro che ha sparato a quell'italiano dei servizi segreti al posto di blocco. Ma se voglio posso essere anche peggiore. Sono quello che ti porta in guerra, che bombarda una scuola per motivi umanitari. Che per vendicare 3.000 americani morti l'11 settembre ha ammazzato 300.000 arabi. Che per ogni euro che regala ai paesi del terzo mondo se ne riprende indietro 10 per fargli pagare il debito. È una porcheria?
Ma non importa, perché io sono lo stato. E lo stato non si processa.
E poi tanto domani ti sei già dimenticato.
Come con quel laziale che è morto sull'autostrada.
Chi si ricorda più. Ne muore così tanta di gente sull'autostrada il sabato sera.
Quello è morto domenica mattina, ma che cambia?
Certo che ti rodeva il culo la settimana dopo quando sono saltate le partite del campionato.
Cosa hai fatto senza il calcio? Te ne sei andato al cinema.
Per non perdere l'abitudine ci sei andato con la sciarpa della tua squadra.
Che palle il cinema!
Sei andato a cena fuori?
Che palle la pizzeria che manco si può fumare.
Meglio un dvd a casa con la pizza nel cartone.
Meno male che dopo una settimana si è ripreso a giocare.
Tifosi da una parte e guardie da quell'altra, questa è la vera partita.
Quella volta siete andati d'amore e d'accordo.
Niente calci nelle palle, solo pacche sulle spalle.
Io sto fermo al semaforo nella mia auto.
Arriva il negro che mi pulisce il vetro. Adesso gli do un euro e una pacca sulla spalla.
10-100-1000 volte di seguito gli darò una pacca e un euro, poi una volta ogni tanto arriverà il momento del calcio nelle palle.
Tanto per ricordare a tutti che il mondo non si divide tra buoni e cattivi, dove i buoni sono quelli che danno gli euro e le pacche, mentre i cattivi sono quelli dei calci nelle palle.
Il mondo è un'automobile e chi sta dentro comanda, chi sta fuori lava il vetro.
Chi sta dentro decide se dare calci o pacche sulle spalle, chi sta fuori può soltanto prenderle. E tornarsene a casa con le palle rotte o con gli euro nelle tasche.
Per questo non serve essere sempre violenti.
Basta picchiare una volta su mille per ricordare il concetto.





I poveri

I poveri erano così poveri che presero la loro fame, la misero in bottiglia e andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi.
I ricchi che nella vita avevano mangiato tutto dal caviale ripieno all'ossobucodiculodicane allo spiedo e volevano conoscere anche il sapore della fame dei miseri.
Per un po' quei poveri tirarono avanti, ma poi tornarono a essere poveri come prima.
Allora imbottigliarono la loro sete e andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi che nella vita avevano bevuto tutto, dal Brunello al Tavernello ma non avevano ancora assaggiato la sete dei miseri.
Ancora un po' i poveri tirarono avanti, ma poco tempo più tardi tornarono nella povertà.
Allora presero la loro rabbia la misero in bottiglia e andarono a vendersela. Se la comprarono i ricchi.
I ricchi che nella vita si erano sentiti indispettiti, che avevano avuto un po' di rodimento di culo, ma la rabbia vera non l'avevano mai provata. Così se la comprarono dai poveri che ce n'avevano tanta.
I poveri tirarono avanti, ma poi vendettero anche il loro pudore, la loro vergogna, il loro dolore. Imbottigliarono la commozione e l'insubordinazione, la violenza e il riscatto, la rivolta e la pietà.
Col tempo le cantine dei ricchi si riempirono di bottiglie. Accanto ai grandi vini d'annata collezionavano la fame dei sanculotti della rivoluzione e la rabbia dei braccianti che occupavano le terre del Meridione.
Tra gli spumanti e gli champagne trovavano posto la pazzia dei pellagrosi nelle campagne o l'orgoglio dell'aristocrazia operaia che aveva difeso le fabbriche dai nazisti e s'era guadagnata i diritti nelle lotte sindacali. Tra novelli e i passiti c'era il disgusto dei precari e dei senza casa o la determinazione dei Zapatisti che marciarono verso Città del Messico col passamontagna.
Dopo qualche generazione i poveri s'erano venduti tutto.
I poveri diventarono così poveri che presero la loro povertà, la misero in bottiglia e andarono a vendersela.
Se la comprarono i ricchi che volevano essere così tanto ricchi da possedere anche la miseria dei miseri.
Quando i poveri restarono senza niente si armarono.
E non di coltello e forchetta, ma di pistole e fucili perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, la rivoluzione è un atto di violenza.
Marciarono verso il palazzo.
Però quando arrivarono sotto il balcone del podestà si fermarono e rimasero zitti. Perché senza la rabbia e la fame, senza l'orgoglio e il disgusto, senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione.
Così il podestà scese in cantina, tornò con una bottiglia e la riconsegnò al popolo. C'era imbottigliata la libertà che avevano conquistato i loro nonni, ma che i padri s'erano già venduta da un pezzo. Potevano farci un inno o un partito, un circolo o una bandiera.
La stapparono, ma non riuscirono a farci niente.
Perché la libertà da sola non serve.
Allora il podestà si cercò in tasca e trovò una scatola di caramelle alla menta. La consegnò al popolo. E da quel momento i poveri furono liberi. Liberi di succhiare mentine.


I due monologhi di Ascanio Celestini sono tratti dalla trasmissione televisiva «Parla con me» (Raitre) di Serena Dandini. Celestini in questi ultimi anni ha sperimentato i linguaggi del teatro, del cinema e della canzone. «Parole sante», il suo primo cd pubblicato nel 2007, segue il film documentario prodotto da Fandango, stesso anno e stesso titolo, incentrato sul mondo del lavoro e sullo sfruttamento dei precari dell'Atesia, il più grande call center italiano. Tra i suoi libri ricordiamo «Scemo di guerra» (Einaudi 2005), «La pecora nera» (Einaudi 2006), «Cecafumo» (Donzelli 2002), «Fabbrica», (Donzelli 2003), «Radio Clandestina» (Donzelli 2004, con all'interno un'introduzione di Alessandro Portelli).

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/08-Agosto-2008/art76.html

Postato da: treball a 09/08/2008 10:26 | link | commenti |
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