treball

treballa

...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

mercoledì, 16 luglio 2008
Discriminazioni



Il silenzio davanti alle schedature etniche

ADRIANO PROSPERI
La Repubblica, 15/07/2008

L´Italia che ricorda in quest´anno 2008 il settantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali è sotto accusa di razzismo per alcune misure varate dal governo attuale.
E´ inevitabile che questa situazione dia un tono particolare alla rievocazione e alla discussione di quel che accadde nel 1938. Un gruppo di scienziati italiani, ad esempio, ha sentito la necessità di ribattere punto su punto le tesi di un celebre manifesto di alcuni scienziati di allora e di affermare esplicitamente che le razze umane non esistono.
Questo "manifesto degli scienziati antirazzisti" è stato presentato nei giorni scorsi nel parco toscano di San Rossore in un meeting antirazzista dedicato dal presidente della Regione Claudio Martini a una riconsacrazione laica del luogo dove settant´anni fa Vittorio Emanuele III firmò le leggi razziali.
Di commemorazioni e di riparazioni simboliche dello stesso genere se ne prevedono altre. Intanto, su di un binario parallelo a quello dei riti e dei simboli si srotolano i fatti concreti di una società italiana che, pur lontana anni luce da quella di allora, viene accusata di ricadere negli stessi errori . Fra tante altre misure che dividono e discriminano la popolazione tra chi è al di sopra e chi è al di sotto di ogni sospetto ce n´è una che ha colpito in modo speciale l´opinione pubblica: il censimento delle impronte dei piccoli zingari. La storia non si ripete, certo, anche se è difficile non ricordare che alle leggi razziali si arrivò nel 1938 dopo un censimento dei cognomi ebraici. Una cosa è certa: queste misure prese in nome della sicurezza diffondono insicurezza. Si è creato un circuito perverso tra paure socialmente diffuse e ricerca politica del consenso. Chi parla di maniera forte e tolleranza zero copre l´inefficienza delle istituzioni e stimola la paura nei confronti dei gruppi marginali. Mendicanti, vagabondi, gente senza casa e senza lavoro si trasformano così nella percezione sociale in gruppi pericolosi.
E´ un fenomeno antico. Come abbia segnato la storia dell´Europa e dell´Italia ce lo ha raccontato in saggi bellissimi il grande storico e uomo politico polacco Bronislaw Geremek morto improvvisamente in questi giorni, che a quella umanità diversa, perdente e ribelle ha dedicato una vita di studi. Oggi, in una situazione di crisi delle società affluenti assistiamo al riprodursi di meccanismi antichi: aumentano i gruppi di sradicati, emarginati, migranti e cresce la paura nei loro confronti. Su quella paura crescono fortune politiche mentre le relazioni sociali si spogliano rapidamente di ogni traccia di umanità. Che la stragrande maggioranza degli italiani, inclusi i membri del governo, non sia disposta a dichiararsi razzista niente toglie alla cupezza di ciò che avviene. Qui non sono in gioco fedi razziste. E tuttavia la discriminazione su base etnica che colpisce gli zingari in Italia solleva una grande questione morale e giuridica. Minimizzarla o coprirla con una untuosa retorica paternalista , parlarne come di una misura protettiva verso gli stessi zingari significa non rendersi conto che attraverso questa misura passa una offesa alla dignità dell´individuo, alla parità dei diritti fra tutti gli esseri umani, all´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. La democrazia ne è colpita in un frammento della popolazione tanto più indifeso quanto più esposto a essere ferito. E se l´offesa fatta ai bambini ci offende in modo speciale è anche perché all´origine della sensibilità morale della nostra cultura nei confronti dei bambini c´è una indimenticabile pagina dei Vangeli cristiani. Il limpido manifesto antirazzista degli scienziati non si muove a questo livello e non può far reagire una società italiana che non si sente razzista. E´antica tra noi la coscienza della nostra realtà di paese di passo, aperto a tutte le presenze del mondo. "L´origine degli Italiani attuali risale agli stessi immigrati africani e mediorientali che costituiscono tuttora il tessuto perennemente vivo dell´Europa": lo diceva perfino il manifesto razzista del 1938 con parole che, in tempi di criminalizzazione legale dell´immigrazione clandestina e di sfruttamento bestiale dei lavoratori africani e orientali condannati alla clandestinità, sembrano venire da un altro mondo. Resta il fatto che alla discriminazione poliziesca di quel piccolo contingente di bambini (di volta in volta definiti "pericolosi" o "in pericolo" , a seconda della franchezza o dell´ipocrisia di chi parla) si dovrà opporre un rifiuto fermo. Chi ha autorità per farlo la usi. Chi si vergogna del paese che fa questo lo dica. Nel 1938 ci fu un italiano che alla lettura delle leggi razziali esplose gridando che si vergognava di essere italiano. Si chiamava Achille Ratti ed era Papa col nome di Pio XI. (L´episodio è emerso grazie a uno studio di P. Giovanni Sale sulla "Civiltà cattolica").
Se il Papa non giunse a dichiarazioni pubbliche conseguenti e adeguate, ciò si dovette solo alla morte che lo colse di lì a poco. Le parole di un Papa contano. Contano anche i silenzi. Qualcuno immaginerà che si voglia qui riaprire la questione del cosiddetto "silenzio" del successore di Pio XI , un altro italiano di diversa personalità: Papa Pacelli. Non è questo il punto. Si vuole solo ricordare una realtà a tutti evidente: il Papa aveva allora in Italia e sulle cose italiane uno speciale campo di azione e di governo. Lo ha ancor oggi: e non certo meno di allora. L´esercizio del diritto papale a fare politica è un dato di fatto. Che di recente l´attuale maggioranza di governo se ne sia fatta garante è piuttosto una mossa del gioco politico che una sanzione al di sopra delle parti. Potrebbe il Papa di oggi avvertire lo stesso sentimento di vergogna del suo predecessore Pio XI? Difficile immaginarlo. Ci si vergogna per il paese a cui si appartiene, così come i bambini si vergognano per i genitori. Ma qui si pone un problema non di sentimenti bensì di atti politicamente e socialmente rilevanti. Sia l´eventuale parola del Papa sia un suo perdurante silenzio avranno il loro peso in una lacerazione della società e in un disagio che emergono oggi soprattutto dalle voci del mondo cattolico più impegnato nel volontariato e nel governo pastorale; un disagio tanto più forte quanto più vasta è l´apertura di credito fatta al nuovo governo italiano da parte delle autorità della Chiesa. Nell´Italia del 1938 al papato guardarono con speranza gli ebrei italiani, in nome di una antichissima tradizione storica che aveva costituito il vescovo di Roma come il protettore supremo della comunità ebraica. Ebbene, anche gli zingari hanno costruito nei secoli un vincolo di tipo protettivo col pontefice. Come ha raccontato Bronislaw Geremek, gli zingari ricorsero molto spesso alla protezione papale . Si appellarono al Papa perfino per dimostrare che, se rubavano, lo facevano con un suo permesso scritto (apocrifo, naturalmente). Anche questa è una storia tutta italiana. Ne fu protagonista quella stessa minoranza di antica presenza nella penisola che è stata vittima di recenti gravissime violenze e che oggi è nel mirino di misure legali di discriminazione. Discriminazione etnica: non diremo razziale perché le razze non esistono.



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mercoledì, 25 giugno 2008
Ma noi facciamone un’altra



Ma noi
di Nanni Balestrini

1.1
non la riproduzione
con gli occhi del linguaggio
da qualsiasi parte ti metti
non mima niente
un varco incolmabile
un mare di ambiguità
dietro la pagina
gli anni della palude

non la riproduzione
nel paesaggio verbale
dopo la confusione delle
non c’è più posto per loro
la rivoluzione non è un
si lamentano sempre
mentre passiamo bruciando
un’altra restaurazione
la negazione di un modo di formare

con gli occhi del linguaggio
da qualsiasi parte ti metti
il rifiuto della storia
delle intenzioni e delle idee
5.3
senza lasciar tracce
7.3
questo tipo di montaggio
non è un sentimento

da qualsiasi parte ti metti
non c’è più posto per loro
delle intenzioni e delle idee
nel paesaggio verbale
l’amnistia ai fascisti
hanno fatto la ricostruzione
non c’è più tempo da perdere
voi non lo avete trasformato
in altre parole



non mima niente
la rivoluzione non è un
3.5
l’amnistia ai fascisti
5.5
l’azione consiste nel confronto fra
il linguaggio del linguaggio
qui manca un verso
9.5

un varco incolmabile
si lamentano sempre
senza lasciar tracce
hanno fatto la ricostruzione
l’azione consiste nel confronto fra
il rifiuto della storia
sovrappore un’altra immagine
l’arte dell’impazienza
la parola come un oggetto

un mare di ambiguità
mentre passiamo bruciando
3.7
non c’è più tempo da perdere
il linguaggio del linguaggio
sovrappore un’altra immagine
7.7
dopo un lungo silenzio
viene un verso più lungo di tutti gli altri



dietro la pagina
un’altra restaurazione
questo tipo di montaggio
voi non lo avete trasformato
qui manca un verso
l’arte dell’impazienza
dopo un lungo silenzio
nel paesaggio verbale
l’aborto della resistenza

gli anni della palude
la negazione di un modo di formare
non è un sentimento
in altre parole
5.9
la parola come un oggetto
viene il verso più lungo di tutti gli altri
l’aborto della resistenza
il rifiuto della storia

da Ma noi facciamone un’altra (1964-1968)

allegato
* Scarica il 68 di Balestrini

http://www.deriveapprodi.org/articolo.php?art=179

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venerdì, 16 maggio 2008
PogRom



Con la scusa del popolo

di Gad Lerner
La Repubblica, 16 maggio 2008

La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.

Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.

Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?

La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.

Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.

La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.

Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.

La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.

Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.

Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.

Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.

http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-3/lerner-rom/lerner-rom.html





Il Pogrom moderno

Adriano Prosperi
La Repubblica, 16 maggio 2008

"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest´uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un´Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.

Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale.

La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta – per la prima volta – gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell´Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c´è un´altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani.

Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt´altro.

Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom – i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall´odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti.

Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l´integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E´ una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l´arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te.

Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine – quelle scattate nelle aule del Parlamento – ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi.

Di fatto nel Palazzo circola un´aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l´Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l´Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari.

Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ´500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c´è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India».
Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza.

Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori.

http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=51154

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venerdì, 25 aprile 2008
Parole sante



Ascanio Celestini
 
Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che ricorderemo
i precari del lavoro
come alla Liberazione
con i fiori e le bandiere
i caduti della guerra
nel conflitto mondiale

Maurizio: non riconfermato
Mara: non firma la conciliazione
Alessandra: non firma la conciliazione
Christian: non firma la conciliazione
Valerio: licenziato
Cecilia: non riconfermata, con invalidità ancora non riconosciuta
Emanuela: non riconfermata
Andrea: rinuncia dopo essere finito in ospedale
Jimmy: non riconfermato
Salvatore: licenziato

Tutti gli altri: stoppati, licenziati, non riassunti

Ave ave ave ave
avevamo versato il sangue
per una Repubblica fondata sul lavoro

Lode lode lode lode
lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti
per un piatto di lenticchie

Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che le parole
usciranno dai denti

e ricorderemo
i giorni delle barricate
come in quinta elementare
le date del Risorgimento

2005
Marzo: prima assemblea spontanea e nascita del collettivo PrecariAtesia.
Maggio: primo sciopero con adesione del 90%.
Luglio: licenziamento di 4 lavoratori
Pochi giorni dopo: presentazione dell'esposto all'ufficio provinciale del lavoro.

2006
Maggio: non riassunti 400 lavoratori.
Agosto: l'ispezione dice che i precari devono essere tutti assunti.
Autunno: articolo 178 della finanziaria e condono per le aziende.

2007
Inverno: il collettivo non accetta di firmare la conciliazione.
Tutti costretti a uscire, a rinunciare al lavoro
in estate arrivano gli avvisi di garanzia per i membri del Collettivo.

Ave ave ave ave
avevamo versato il sangue
per una Repubblica fondata sul lavoro

Lode lode lode lode
lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti
per un piatto di lenticchie

Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che siamo stati
tutti quanti licenziati
non abbiamo mangiato
questo piatto di lenticchie
non siamo mica il Titanic
non affonderemo cantando

Parole Sante! Parole Sante! Parole Sante!

Ave ave ave ave
avevamo versato il sangue
per una Repubblica fondata sul lavoro

Lode lode lode lode
lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti
per un piatto di lenticchie

Buon 25 Aprile, comunque

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giovedì, 13 marzo 2008
Victor Cavallo, Uno stalker a Roma



"Ce n'hoabbastanza "

di Vittorio Vitolo in arte Victor Cavallo   

ce n'ho abbastanza per comprarmi una bottiglia di vodka
un chilo di arance un amburg il pane tondo una birra
un pacchetto di marlboro.

E poi mangio l'amburg col pane tondo tostato e
bevo la birra e fumo la marlboro e poi spremo due
arance con la vodka.

E poi esco e incontro la più grande figa della mia
vita con gli occhi verdi e le ciglia nere e la bocca
rossa e le mani nervose e decidiamo cazzo di non
fare nessun film di non scrivere nessuna stronzata di non recitare
nessuna cagata e di non andare in campagna
e di non occuparci della casa né della merda né dei capelli né dei comunisti.

Io butto nel fiume il trench di mio fratello
io compro i biglietti per la partita roma-river plate
io raccolgo gli occhi nella spazzatura
io accompagno mio figlio nel paradiso totale
senza nessun pericolo né gas né elettricità né politica
né bicchieri né coltelli né stanze di pavimento.

E lei scompare come le ore e appare come le ore
e me ne frego della pensione e me ne frego di morire
me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno
e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi
respirano e le nuvole di merda si spaccano
e da dentro partono razzi luminosi
e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura
né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti
e butto via l'elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo
e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra
e grido come un'arancia stellare
e viaggio nella luce dell'ananas e cago cicche d'oro
sulla faccia dei nazi-igienisti maledetti
puliscicessi. Buttare via il tempo della vita
a lucidare i bidè e conservare i bicchieri
e sorridersi a culo sbarrato e invecchiare
come i più stronzi prima di noi.

Maledetti cagoni falsi e vigliacconi.
lei apparirà. Bruciando i tampax dell'anima sanguinante.
apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa
anima luminosa come arcobaleno puro
radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda

e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.


Victor Cavallo- da 1° Guida Poetica Italiana, 1979

http://www.activitaly.it/victor/cenho.htm

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giovedì, 14 febbraio 2008
Un hombre vivo



"Me siento un hombre vivo que aún quiere ver lo que está pasando en el mundo."

Fotoperiodista en cinco guerras y autor de innumerables retratos de personalidades históricas, el suizo René Burri conversó con Ñ y desgranó detalles de la carrera que lo convirtió en una leyenda viva de la imagen. Luego se inaguró, en el Centro Cultural Borges de Buenos Aires, una gran muestra suya.

Andrés Hax
Clarín / Revista Ñ, 13.02.2008

Es asombroso ver a René Burri parado solo en el lobby del Centro Cultural Borges. Está ajustando un cartel como si fuera el mero asistente del curador. Dentro de unos minutos estará rodeado de fotógrafos, periodistas, diplomáticos y admiradores, a quienes dará una larga y amena visita guiada de su muestra, recién inaugurada, que repasa toda su carrera como fotógrafo de la legendaria agencia Magnum. Allí están los retratos íntimos del Che y de Picasso; imágenes de sus viajes por el mundo entero; su fotoperiodismo de guerra y sus frescas e hipnóticas instantáneas callejeras. Uno tiene la extraña sensación, al ver la muestra, de que ya conoce todas las imágenes. Es que ya son parte de la memoria colectiva del siglo XX. Y son parte de la definición del siglo XX. Tal vez en quinientos años la humanidad las mire como hoy miramos los vitrales de las catedrales medievales o los frescos del Renacimiento. Son a la vez productos y testigos de un momento de la civilización.

Es asombroso ver a Burri en persona, allí en la sala del Borges, solo con su bufanda larga y su sombrero Panamá. Asombra por su humildad y su entusiasmo. Cuando lo acosamos para hacerle una breve videoentrevista contesta sonriente: "Sí, claro, vení. ¿Has visto las fotos? Vení que te muestro." Después, hablando distendido, le da su cámara al reportero para que la tenga en su mano. Me dice, señalando la pantalla detrás de la Leica: "Mirá esa foto. Es la primera que saque en mi vida." Es Winston Churchill, parado faraónicamente sobre una carroza. La sacó cuando tenía 13 años.



Dice un cliché que los genios son como niños. Que en realidad lo que les pasa es que nunca se olvidaron de cómo jugar. En el caso de Burri se ve y no es un cliché. Cuando lo interrumpe una periodista para hacerle una nota y, nerviosa, le cuesta arrancar, él levanta su Leica y la retrata. Delante de su foto inmortal del Che con un Habano, Burri se pone a jugar prendiéndose un Habano e imitando la pose del comandante. Cuando habla de sus fotos es con una soltura e informalidad que le hace olvidar a uno que está delante de una leyenda viva.

Esta parte de la muestra se llama Utopía y Destrucción. Usted ha sido uno de los espectadores privilegiados del siglo XX. ¿Piensa que la humanidad está yendo más hacía la destrucción o hacia la utopía?

Por el momento me parece que el énfasis está demasiado en la destrucción. El mundo es amplio y aún se puede hacer algo para salvarnos del gran desastre..., si hubiera más gente más razonable intentando resolver los problemas de nuestro mundo. Aparte de esto, de las cosas de las cuales fui testigo (me haya gustado serlo o no), aún soy optimista por que la opción que tenemos es la humanidad. Yo he visto lo peor y lo mejor. Entonces, tengamos esperanza y vayamos para delante.

¿Cómo convive con la fotografía cotidianamente? ¿Siempre está con la cámara encima? ¿Siempre mira el mundo como fotógrafo?

Sí. Pero hay más en la vida que la fotografía. Cuando era joven no sabía qué hacer de mi vida: sabía lo que no quería hacer. Pero tuve que hacer muchas cosas para aprender en qué dirección ir. Estudié arte, porque de niño siempre dibujaba. Entonces mis padres pensaron que sería pintor o diseñador gráfico. Y al fin terminé en la sección fotográfica de la escuela de arte, no pensando en la fotografía sino en en el cine. Quise hacer cine. Que lo hice por un rato. Pero después me di cuenta de que, como cuando era chico, viendo películas de Mickey Mouse y de los rusos y Orson Welles, uno pensaba que iba a hacer películas como ésas. Pero uno se da cuenta de que no es tan fácil lograrlo.



Entonces, por fin, tras recibirme, tenía un poco de dinero y me compré una Leica. Y se convirtió en mi tercer ojo. Y no es que fuera tanto más fácil que hacer cine, pero no tenía que depender de otras personas para hacer las cosas. En ese momento para hacer una película necesitabas un equipo de gente, necesitabas mucho soporte. Ahora —como estás haciendo vos ahora con esa Sony— podés hacer cine en tu casa. La tecnología ha avanzado tanto.

Pero, volviendo al punto inicial, hemos progresado, pero no es suficiente. Aún hacen falta el cerebro, el ojo, el corazón, y los pies. ¡Ahora puedes fotografiar a mis pies!

¿Considera que la fotografía digital es una transformación completa de la fotografía, o es un paso más en su evolución?

Creo que lo será. Acá tengo una cámara digital donde puedo cargar cuatrocientas o quinientas imágenes. En los viejos tiempos tenía que ir cargando mis películas y mis cámaras. Entonces, eso es algo.

¿Y siente alguna nostalgia por lo viejo?

Por el momento tengo tantas cosas hechas... Mirá, el problema es: ¿Vamos a tener papel fotográfico? ¿No habrá más Kodachrome [diapositivas]. Ya no se revelan más. Toda la industria ha cambiado por estas invenciones. El problema será —y esto no es mi problema, sino el de las futuras generaciones— es: ¿cómo vamos a conservar todo esto?

¿Hay una posibilidad de que estos archivos digitales no sobrevivan cien años?

Está bien, pero eso es problema de ustedes. Me siento un poco culpable usando esta cámara. Pero aún para mí es el mismo mirar, y clickear con mi ojo. Y sentir, no tanto como fotógrafo, sino como un hombre que aún está vivo y aún quiere ver lo que está pasando en el mundo.

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Postato da: treball a 14/02/2008 22:50 | link | commenti (78) |
interviste, images, memoria, social, international, sudamerica

 

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