...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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La marmaglia
di Paolo Nori
Il giorno di ferragosto del 2007 ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde e arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori. Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui. Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo.
Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevamo molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato.
Io e Tim continuavamo a mangiare il riso.
La signora si è rivolta al cameriere gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile, come se avesse davanti una pizza triangolare.
Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro.
Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
http://www.deriveapprodi.org/editoriale.php?art=169
Ma noi
di Nanni Balestrini
1.1
non la riproduzione
con gli occhi del linguaggio
da qualsiasi parte ti metti
non mima niente
un varco incolmabile
un mare di ambiguità
dietro la pagina
gli anni della palude
non la riproduzione
nel paesaggio verbale
dopo la confusione delle
non c’è più posto per loro
la rivoluzione non è un
si lamentano sempre
mentre passiamo bruciando
un’altra restaurazione
la negazione di un modo di formare
con gli occhi del linguaggio
da qualsiasi parte ti metti
il rifiuto della storia
delle intenzioni e delle idee
5.3
senza lasciar tracce
7.3
questo tipo di montaggio
non è un sentimento
da qualsiasi parte ti metti
non c’è più posto per loro
delle intenzioni e delle idee
nel paesaggio verbale
l’amnistia ai fascisti
hanno fatto la ricostruzione
non c’è più tempo da perdere
voi non lo avete trasformato
in altre parole
non mima niente
la rivoluzione non è un
3.5
l’amnistia ai fascisti
5.5
l’azione consiste nel confronto fra
il linguaggio del linguaggio
qui manca un verso
9.5
un varco incolmabile
si lamentano sempre
senza lasciar tracce
hanno fatto la ricostruzione
l’azione consiste nel confronto fra
il rifiuto della storia
sovrappore un’altra immagine
l’arte dell’impazienza
la parola come un oggetto
un mare di ambiguità
mentre passiamo bruciando
3.7
non c’è più tempo da perdere
il linguaggio del linguaggio
sovrappore un’altra immagine
7.7
dopo un lungo silenzio
viene un verso più lungo di tutti gli altri
dietro la pagina
un’altra restaurazione
questo tipo di montaggio
voi non lo avete trasformato
qui manca un verso
l’arte dell’impazienza
dopo un lungo silenzio
nel paesaggio verbale
l’aborto della resistenza
gli anni della palude
la negazione di un modo di formare
non è un sentimento
in altre parole
5.9
la parola come un oggetto
viene il verso più lungo di tutti gli altri
l’aborto della resistenza
il rifiuto della storia
da Ma noi facciamone un’altra (1964-1968)
allegato
* Scarica il 68 di Balestrini
http://www.deriveapprodi.org/articolo.php?art=179
Uno scandalo bipartisan:
i ricchi, gli arricchiti
di Goffredo Fofi
Lo Straniero, Numero 95 - maggio 2008
Gli economisti sanno bene che le disuguaglianze tra i ceti sociali e le persone vanno crescendo a vista d’occhio (cominciano a rendersene conto anche in Italia, anche se i più, e non importa di che schieramento, fingono di non vedere o elaborano effimere ricette destinate a scontrarsi con l’avidità e la amoralità della classe dirigente, di cui peraltro sono parte integrante). Per consolarsi, dicono che però diminuiscono quelle tra i popoli, e fanno l’esempio della Cina e dell’India ma tacciono di tanti altri paesi e del continente africano. Nel quadro complessivo il peso centrale dell’impoverimento dei più è dato certamente dal predominio della finanza sulla produzione: la dimensione finanzaria sopravanza quella prettamente economica e cioè la realtà, ed è questo a permettere gli arricchimenti più facili e improvvisi di chi con la finanza sa giocare e di chi sta loro attorno. Se aggiungiamo a questo quadro l’assenza di una funzione ridimensionante del sistema fiscale, di cui la politica si serve con molta disinvoltura, attentissima a farsi amici coloro che i soldi sanno farli e maneggiarli, non c’è da stare allegri e certamente non si può essere ottimisti sul nostro futuro. Sul futuro delle maggioranze. Capisco poco di economia, ma fin qui ci arrivo anch’io.
So anche benissimo che le maggioranze non sono innocenti, e che si meritano questo e altro, essendosi lasciate irretire, compresi i proletari, nel perverso gioco delle suggestioni pubblicitarie. Non aveva torto Godard quando in un film degli anni in cui il consumo di massa esplodeva, ne interruppe la narrazione con la scritta a pieno schermo: la pubblicità è il fascismo del nostro tempo. Era una formula incandescente, essenziale, estrema, della cui verità ci si è resi conto molto lentamente e i più non vogliono rendersi ancora conto. Si indicava con quello slogan una forma moderna di dittatura sulle coscienze, illuse che la loro libertà consistesse nella loro capacità di consumo e consideranti il consumo come la misura di tutti i valori. Lo si poteva anche comprendere, in quegli anni, perché si avevano alle spalle, e ancora non erano del tutto finiti, gli anni della scarsità (ed era questa la ragione di alcune polemiche con Pasolini, che vedeva lucidamente ma forse astrattamente i pericoli dello sviluppo senza progresso). Si può comprendere l’ansia che pervadeva i nostri connazionali degli anni del boom e quella di chi oggi vive in contesti di fame, con tutte le preoccupazioni che ne conseguono – prima fra tutte l’insicurezza del futuro per i propri figli e non solo per sé. Si comprende però molto meno la disattenzione degli intellettuali su questi temi, se non in chiave di complicità.
Si comprende infatti benissimo il servilismo dei media nei confronti della pubblicità, anima dei loro commerci. Si comprende meno bene l’atteggiamento della Chiesa, mai così cauta come in questi due ultimi papati nei confronti dei ricchi, una Chiesa che sembra considerare anche ufficialmente i ricchi come i suoi più ovvi e diretti alleati, pronta a tollerarne tutte le ipocrisie (compresa quella di essere, mettiamo, nella realtà abortisti e nelle dichiarazioni pubbliche antiabortisti: ma siamo per l’appunto un paese cattolico). E naturalmente si comprende molto poco quello della sinistra, che è sempre stata, nella sua ufficialità, molto opportunista. Enrico Berlinguer, nei suoi ultimi anni di vita – e io considero la sua morte causata dalla politica, come quella di Moro e come quella del nostro Langer – sembrò comprendere con tragico ritardo tutta l’importanza che rivestiva il problema dell’austerità, cioè, in sostanza, della riduzione dei consumi – per il futuro del paese e del pianeta. Ma ricordo ancora la mia irritazione di fronte alle battutacce dei compagni (anche quelle di molti insospettabili amici, ma soprattutto quelle dei membri del suo partito) sul suo irrealismo, una reazione che peraltro era coerente con le più antiche convinzioni dei dirigenti e intellettuali della Terza Internazionale. (Esprimendo il mio scandalo per la ricchezza spavalda di un artista comunista, un conoscente molto perbene che era anche membro del Cc del Pci mi rispose sbalordito: ma che marxista sei? sei ancora fermo a queste cose?) Ma la ricchezza nasce dal furto, dissero i socialisti dell’Ottocento, e non avevano torto.
Non c’è da stupirsi dunque delle morali correnti oggi, e del rapporto con la ricchezza e con il consumo che hanno tanti bei nomi, a sinistra come a destra. La riduzione dei consumi è un bello slogan, ma da lì a praticarla ne corre! Come la maggior parte dei nostri connazionali anche la nostra sinistra ama dire A, fare B e pensare C, dice un amico, che poi anche lui…
Il consumo è, peraltro, consumo del superfluo – e a volte di un superfluo che è dannoso per la sorte di tutti, e gli esempi sono mille e mille, dall’eccesso di automobili a quello dei prodotti di bellezza. La cultura della ricchezza e del superfluo è penetrata in tutte le coscienze, ed è diventata cultura unica; è diventata, oltre ogni menzogna ideologia, progetto unico. Una generale laicizzazione (che significa anche scomparsa di un super-io etico) riguarda tutti, compresi, e infatti ne parlano sempre meno, i sacerdoti, che sembrano essersi convinti anche loro che non ci saranno mai più per la ricchezza e per i suoi abusi e per le ingiustizie mostruose che essi comportano, punizioni di sorta, né nell’al di là dei morti (l’inferno) né nel futuro dei vivi (le rivoluzioni). Salvo le punizioni che immancabilmente deriveranno, e stanno già derivando dall’abuso. Ma di queste cose si preoccupa chi pensa al domani, mentre la cultura del nostro tempo, la cultura dell’eterno presente, sembra aver abolito insieme a ogni riflessione sul passato ogni idea e ogni progetto di domani.
Per secoli e secoli la ricchezza è stata considerata, con l’omicidio, il peggiore dei peccati, strumento privilegiato di Satana (e l’oro era lo sterco del diavolo). Oggi è venerata e idolatrata da tutti coloro che stimano la vita degna di venir vissuta solo se si ascende ai consumi esclusivi, all’Olimpo dei vecchi e dei nuovi ricchi, e invidiata dai poveri che non sanno come accedervi, e che mai vi accederanno compresi i nuovi poveri, vittime dell’economia contemporanea e del suo delirio. Anni fa, quando morì uno dei massimi responsabili del degrado ambientale e civile dell’Italia, il nefasto Agnelli, tutto il popolo lo pianse, ricchi e poveri, onesti e ladri, maschi e femmine, credenti e non credenti, sapienti e analfabeti, artisti e... operai. Fu davvero una data fatidica, il punto di un non-ritorno.
I vampiri siamo noi. Omaggio a Richard Matheson
di Pino Corrias
Lo Straniero, Numero 95 - maggio 2008
Chi sarebbero poi i vampiri? Richard Matheson ci guarda da quando aveva 17 anni e già sapeva come rovesciare il punto di vista sulle cose per rivelarcele. “Abitavo a New York. Un pomeriggio, nel buio di un cinema, vidi il Dracula di Bela Lugosi. Pensai che se faceva così paura un solo vampiro in un mondo abitato dagli uomini, chissà quanta ne avrebbe fatta la storia di un solo uomo, l’ultimo uomo, in un mondo abitato dai vampiri”.
Il tempo, da allora, ha lavorato sulla trama di “Io sono leggenda” (scritto nel 1954 e riproposto di recente da Fanucci nella traduzione di Simona Fefè) l’ha intrecciata alla nostra deriva planetaria. L’ha levigata di realismo, moltiplicando le sue versioni cinematografiche fino a quest’ultima (brutta) scheggia multicolor, protagonista Will Smith, un cane pastore, un lieto fine incoerente, ma paesaggi di rovine newyorchesi conquistate dai rampicanti, dal silenzio e della solitudine dei millenni futuri e manichini congelati nel vuoto dei Grandi Magazzini, tutto inanimato come la luce, come l’aria. Come noi, immobilizzati al primo sguardo. Ma poi distratti dal battito di un cuore, il nostro. Perché nel frattempo l’invenzione ideata da Matheson per attirare la nostra attenzione (per scuoterci, per spaventarci) è finalmente diventata il nostro specchio, l’ombra che ci respira, la rivelazione che non ci fa dormire. La premonizione si è avverata: noi siamo i vampiri e questo è il nostro (prossimo) mondo. Non per effetto di un errore remoto, di un dio vendicativo, ma per una nostra predisposizione virale – alla velocità, alla voracità, alla violenza – che abbiamo perfezionato nel nostro buio d’ultimo secolo, con accelerazioni crescenti verso il punto di non ritorno. Ma se noi siamo la minaccia che ci estinguerà, Matheson e la sua fantascienza iperrealista, fanno parte dell’antidoto.
Per Ray Bradbury, “Matheson è uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo”.
Per Stephen King, “è lo scrittore che mi ha influenzato di più”.
Per i suoi molti lettori è un inventore di storie con trappole incorporate e nessuna via di fuga. È uno scrittore eclettico, veloce. Esploratore di generi. Capace di declinarli tutti, in cinquant’anni di lavoro per cinema, tv, libri, riviste, dal fantasy all’horror, dal western al mistery. Passando per la fantascienza, suo esordio narrativo, “Nato da uomo e donna”, pubblicato nel 1950.
Richard Matheson nasce a Allendale, New Jersey, anno 1926, villetta con giardino e sogni in plastica middle class con gite tra i grattacieli. Poi il destino e la guerra si mettono in traiettoria trasportandolo dai cieli azzurri della giovinezza ai campi insanguinati delle battaglie di fanteria. Una ferita gli vale il congedo con una nuova vita all’Università del Missouri, facoltà di giornalismo, lavori precari in fabbrica, notti di scrittura. E a 25 anni il grande viaggio di inchiostro e di Greyhound lungo la linea soleggiata della California, capolinea Los Angeles. Gli Studios. Dove un tizio con la faccia da boscaiolo, Rod Serling, lo ingaggia con Charles Beaumont come terzo scrittore di una nuova serie tv, “Twlight Zone”, “Ai confini della realtà”, sigla indimenticabile con tramonto marziano a evocare le solitudini terrestri, per raccontare i destini di uomini e donne che si incrociano, interferiscono, bruciano, tutti assediati da un mistero che sempre ci sovrasta, talvolta ci governa, quasi mai si spiega.
Matheson annota dalla sua trincea quello che vede passare. Lo declina con sguardo narrativo. Percepisce la paura che nutre la nuova America congelata dalla Guerra Fredda, padrona del mondo, prigioniera del mondo. Avvolta nei fili spinati del denaro, delle armi, dei consumi, dell’inconscio che ci rovista dentro ingarbugliandoli. Ma anche (avvolta) da quella pervasiva paranoia maccartista che moltiplica i nemici nascosti nel doppio fondo della vita quotidiana, proprio dietro la luce inoffensiva dei neon. Immaginando, non lontano dal tepore dei Drive In, l’imminenza dello sterminio nucleare. Fantasticando sulla guerra per la conquista dello Spazio e sullo Spazio che conquisterà la Terra. Temendo il nemico interno e la minaccia esterna. Sempre moltiplicando gli incubi, i fantasmi, i mostri che da un istante all’altro compariranno per toglierci tutto, la borsa e la vita.
Capita perciò che un viaggiatore, dal suo innocuo oblò di notte d’aeroplano veda un gremlin che lo fissa ridendo, attaccato all’ala, tra le turbolenze del volo. Che una casalinga respinga con la scopa, nella sua cucina, l’invasione di minuscoli marziani. Che un impiegato, contaminato da una nube radioattiva, rimpicciolisca all’improvviso di tre millimetri al giorno, inesorabilmente, con il cappello che diventa immenso, come il terrore moltiplicato dalle dimensioni che dilatano l’appartamento, la crudeltà del gatto, la mostruosità del ragno. Che un soldato si ritrovi tra le mani uno specchio capace di prevedere la morte di chi ci guarda dentro. Che una donna diventi prigioniera di un sanguinario idolo guerriero appena comprato su una bancarella. Che uno scrittore iracondo, violentatore di oggetti, dalla matita, alla macchina per scrivere, venga accerchiato e poi ucciso da quegli stessi oggetti.
Matheson pesca in superficie e declina in profondo. Vaglia ipotesi. Le esplora. Annota possibili slittamenti. Ci accompagna fino ai margini della luce. E poi ci lascia soli quando le corsie di un supermercato si trasformano in un labirinto. L’America in un cimitero. Il cimitero in una premonizione. Dalla Cbs, Matheson passa alla Universal. Dirà: “Non c’è una gran differenza tra la televisione e il cinema. A parte la censura”. Diventa sceneggiatore pagato a settimana. Racconta: “Mangiavo al tavolo degli scrittori: era come stare sui sedili in fondo all’autobus”. Si specializza nelle versioni cinematografiche di Edgar Allan Poe. Adatta “La casa Usher” per Roger Corman. Poi “Il pozzo e il pendolo”. Poi “I racconti del terrore”. Nel 1962 lo chiama Hitchcock per lavorare alla sceneggiatura di “Gli uccelli”. Racconta Matheson: “Andai al primo incontro. Gli dissi: secondo me nel film non si devono mai vedere gli uccelli. Hitchcock si alzò, disse no, no, no e se ne andò. Non l’ho più visto”.
Il giorno dell’omicidio di John F. Kennedy sta giocando a golf con un amico sceneggiatore. Racconta: “Smettemmo di giocare, stavamo male tutti e due. Salimmo in auto per tornarcene a casa. La strada attraversava una serie di canyon. Dal nulla sbucò un grosso camion che cominciò a tallonarci. Non si allontanava mai. Più acceleravo, più si avvicinava. Sbandai in una curva. Frenai. Scivolai quasi fuori strada. E il camion ci passò come niente fosse. Ero pieno di rabbia. Il racconto mi venne in mente lì, mentre guidavo”.
Matheson scrive l’idea su una busta. La busta finisce da qualche parte. Passano sette anni. Quando salta fuori, diventa un racconto. Il racconto viene pubblicato da “Playboy”. Lo leggono quelli della Universal. Lo legge Steven Spielberg che sta cercando una storia per il suo primo lungometraggio a basso costo. Il racconto ha un protagonista solo, qualche automobile, un camion, molta strada piena di polvere e l’abisso in fondo. Ci sono il Bene, il Male e la casualità con cui la vita li intreccia. Era il 1971 e “Duel” comparve sugli schermi come una folgorazione. Da allora ci tallona con il suo incubo da autostrada che talvolta si riaccende direttamente sul piccolo schermo dei nostri specchietti retrovisori, magari quando guidiamo in perfetta solitudine, lungo i rettilinei della vita.
Matheson conosce quello sguardo. E la rivelazione che seguirà. Come accade al protagonista di un suo magnifico racconto con viso insaponato raddoppiato dallo specchio, mentre si fa la barba alla mattina e radendosi si taglia e tagliandosi non esce sangue dalla ferita, ma una goccia d’olio. Olio da macchina. Per ingranaggi da robot. Mentre la moglie di là in cucina mangia corn flakes e i bambini giocano e il solito sole splende tra i fiori del giardino.
Ogni istante – ci racconta Matheson – è buono per spalancare la sua voragine. Che sarà reale quanto una remota strada irachena prima dell’esplosione. Inoffensiva quanto un mutuo subprime prima del tracollo bancario. Insospettabile come il nostro vicino prima che il tramonto non lo trasformi in un vampiro.
http://www.lostraniero.net/pagine/uno.html
By Petina Gappah
Chimurenga Online
Date: Tuesday, January 15 @ 23:49:12 SAST
My friend Yvonne once told me that it was only when she lived in my country's capital that she understood which city Nairobi was going to be when it grew up. Harare in the 1990s was funky and groovy and uncluttered and happening. Zimbabwe in the 1990s was a country in which people still dreamed and planned with the reasonable expectation that their dreams would come true, and if they didn't, they could downgrade them to less ambitious, but still acceptable versions. There was a flow of tourist money, there were film festivals, and arts festivals, there were world-class Manchurian restaurants and people speaking of all the things they planned. There were about 20 foreign airlines bringing the world to us. Now there are only four. Yvonne's words are always with me when I think about my home city, because when I think about her home city, I see the city that Harare could have been, and in Kenya, the country mine could have been.
I once lived in a European city that had so few black people that I was most people's only encounter with Africa. I was the Africa expert, giving little seminars on the genocide in Rwanda and the promises of South Africa's rainbow nation. Throughout that time, I felt like a poser – the one African country that I really knew was Zimbabwe, the rest were as foreign to me as Slovenia or Poland. I still feel I do not know Africa. I never can, but through reading, travel and friendships, I have come to love a number of African countries.
More than these, I love Kenya.
Kenya means very specific things to me. It means my friends at Kwani?, the hip literary journal which has opened a space in which the most moving and funny and lacerating and edgy writing is exploding out into the world. I cannot separate their kwaniness from their Kenyanness. Kenya means Lamu, a place like no other that I have visited. Kenya means all the amazing people that I have met in my travels there, filmmakers, and businesswomen, civil servants, media types, hotel staff, for I have stayed mainly in hotels, so that I am one of those for whom Kenya will always be the country of the permanent karibu, a county of the friendliest people in the world, an eye-rolling cliché that is nonetheless true. I have conversed with Luo and Kalenjin and Kikuyu and, on one occasion, what I took to be Massai teenagers, but who, according to my Kenyan companions, were Kikuyu dressed as Massai for the tourist dollars. On a beach in Mombasa, I cemented my Kenyan tourist credentials: I received the flattering attentions of a reed-thin "beach boy" with beaded dreadlocks.
To add to these associations with the people I have met are all the wonderful things that happened to me in Kenya. The thrill of my first ever public reading as a writer. The young men who asked me if I had ever visited Kibera because the slum I described in my reading sounded like their home. The ground of Kenya shaking beneath my feet as I fell in love on the shores of Crater Lake.
Every time that I have been to Nairobi, I have returned with a singing soul.
And when I am not there, Kenya follows me. The smiling man I met on the Number 8 bus to the United Nations is a Kenyan, he said. I swelled with pride when Kenya's Ambassador Amina Mohammed became the first African to chair the WTO's General Council, and the first African woman to be interviewed for a spot on the WTO's Appellate Body. Whenever I met Kenyans in Geneva and other places, I felt a strong tug of kinship. And at school, my four-year-old son Kush became best friends with a little Kenyan boy called Jacob.
Like Juliet did to the love-struck Romeo in the Dire Straits song, Kenya exploded on my heart.
There was an underlying ache.
I wished we had this in Zimbabwe, that a rainbow coalition of political parties could unseat a stagnant ruling party and still have a vibrant opposition. I could not help comparing Nairobi's greenness to Harare's drought dry grasses and trees. A friend once asked me what I thought we would talk about in Zimbabwe if ever we solved our crisis. In Kenya, I found some answers. Kenyans filled the streets of Nairobi at the weekend, their bars were packed with smiling happy people, troubled, it seemed to me, by no graver political issues than the antics of their health minister Charity Ngilu. On one weekend that I was in Nairobi, the papers were given over to a discussion of the school results. There were league tables, and pictures of beaming little girls and boys and agonising editorials about why some regions were doing badly compared to others. I remember a picture of a woman with a smile that showed the insides of her teeth as she embraced her son.
Future doctor, said the caption.
For one used to headlines from the Zimbabweans papers about inflation going up to 15 000%, and newspapers filled with the President's daily screeds against "detractors and would-be colonisers" and the empty promise that Zimbabwe would never be a colony again, this all seemed achingly normal.
Then came December 2007.
And suddenly, it was not of Zimbabwe that stern-faced British prime ministers, European Union observers and American presidents were talking, but Kenya. Suddenly, Nairobi was becoming Harare, and Kenya, Zimbabwe.
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Operation
Chimamanda Ngozi Adichie
Granta 99: What Happened Next
Pub. date: Oct 5, 2007 ISBN: 9780903141963
Lagos in June is steamy. But that Thursday afternoon at the Champion newspaper office, I did not notice how difficult it was to breathe or how the air was like a hot, moist blanket. I swaggered and smiled, too full of a sense of accomplishment. I had just had my collection of watery poetry published by a vanity press in London. I was doing my first newspaper interview. I was nineteen years old.
Kate, the woman who interviewed me, was squat, friendly, full of praise for the poems although she had not read them. After the questions—Where do you get your inspiration? Do you write indoors or outdoors?—she told me I was a role model for young Nigerians. I glowed. She took me downstairs to have my picture taken in a wide room that smelled of chemicals. Matt photographs were plastered on the wall. Most of them were of prominent people—Fela, Abacha, Gani—but it was the more mundane subjects, beggars under bridges and children playing football and soldiers by the roadsides, that I stopped to admire.
‘They put up the best on the wall,’ Kate said.
Later, as we left, I turned to glance again at the wall of photographs and that was when I saw it, the photo of Nnamdi. I may have let out a sound, I may have only shivered, but Kate noticed and asked if something was wrong.
I pointed. ‘I knew him,’ I said.
Kate shook her head in the way people do to show sympathy.
‘Oh, sorry, sorry. It was an operation at the bank just across the road,’ she said.
I remember the splashes of blood on Nnamdi’s face, his head slumped against the front seat of the car; the blood was a deep grey in the black-and-white photo.
At my university secondary school in Nsukka, there were two groups of students. The staff group, which I belonged to, was made up of students whose parents were university lecturers, who lived on the campus and had little money and spoke good English. The other group was the Omata. They came mostly from Onitsha and the name Omata somehow conjured the chaos of that large commercial town. Their parents were rich, illiterate traders; they lived in the dormitories and often missed the first week of term. Most of us staff students thought, smugly, that they aspired to be like us: their parents had sent them to our school so that our university polish would rub off on them after all. We mimicked their mixed-up tenses and their saying SH for CH: sit down on that sheer. We laughed at their poor grades, their bush manners. We mocked their bluster. And, secretly, we coveted what they had: the gold watches that we saw only on the wrists of adults, the priceless gullibility of uneducated parents, the imported sandals that cost more than our families made in a month.
Nnamdi owned such sandals; his were a sparkly brown, almost orange, and had wedge heels. Nnamdi was an archetype of the unrefined Omata student, down to his inelegant swaying-to-the-side strut and his trousers pulled halfway up his belly. Of course this made him unsuitable for me, particularly since I was an academic star of sorts, and of course I found him terribly attractive.
Nnamdi was in Form 4, a popular senior student, while I was in Form 2, a junior student. Still, he must have thought me intimidating because it was his friends who called me at first to say, ‘Ima, Nnamdi really likes you.’ I was noncommittal, tough because I was expected to be. Finally, he came himself. I wish I remembered the first day I talked to him, or what we said. I remember his walking me home after school, though, and his saying very little. I knew him because he was the kind of student everybody knew and I had always thought him to be larger than life, taller than life. But there he was, shy beside me, looking down as we walked, reduced to a nervously solemn wreck. He had the strangest voice, so hoarse and scratchy it was barely audible, a voice that earned him a lot of jokes and that I would later fondly ape. That day, his shy muttering made it difficult to understand even the little that he said. I was attracted to this shyness. I was attracted, too, to his height; I barely reached his chest and there was something protective about his being so tall.
He took to walking me home. He took to calling me GB, like most of my family and friends. ‘Bikonu, please, GB, I want you to be my wife,’ he said nearly every day, in Igbo. And I would say, in English, with a thoroughly false coolness, ‘I have to think about it,’ even though I wanted nothing more than to be his girlfriend. I have come to reject the rituals of pretence that females are taught to practise in courtship: to say no when we mean yes, to be bashful and evasive, to coat our intelligence in coyness. Yet pretence was magical during those weeks when I said no although I meant yes. Nnamdi ‘chased’ me for a long time. Later, he would tease me about how I gave him a high jump to scale. I like to think now that he knew how much I liked him, from the beginning, and that we were both equal participants in the ritual.
The afternoon I said yes, we were standing in front of our garage and he went over and plucked a flower—one of my mother’s carefully preserved yellow roses—and held it out to me.
‘What is this for?’ I asked sharply. (I had said yes, but it didn’t mean I was no longer tough.)
‘A sign. I won’t leave until you take it.’
‘I won’t take it until you tell me what it means.’
We went back and forth until Nnamdi said, in English, ‘It means love,’ and I took the flower and he added, ‘If your mother asks who plucked it, say you don’t know.’
I left the Champion office and sat in a hot taxi and looked at Lagos inching past the window, the hawkers pressing sunglasses against my window, the buses spitting out thick, grey smoke, the cars stuck bumper to bumper in traffic.
‘See this stupid man! He wan scratch me!’ my taxi driver said, gesturing to the car beside us. Then he stuck his head out and cursed in rapid Yoruba.
I sat back, silent and sweating, and thought of Kate’s words, of how we Nigerians used the word operation to refer to armed robberies and how it had taken on an ominous pallor. Buses were stopped and people killed in operations on the Benin–Lagos expressway. Houses were broken into in night-time operations. Banks were raided in operations. One Christmas when we were travelling to our home town, Abba, our driver made a dangerous U-turn in the middle of the expressway. ‘There is an operation in front!’ he said, and my mother praised him for being so quick. Other cars were turning as well and we heard gunshots and, soon after, the swift crunch of metal as two of the cars collided.
My taxi driver had stopped cursing and asked what I had been doing in the Champion newspaper office. ‘Wonderful!’ he said when I told him. ‘Small aunty like you can write book. Well done!’
I thanked him. But my earlier glow was gone, my poetry forgotten. I was trying instead to remember what I had felt, to describe it to myself, when I saw the photo of the dead person on the wall and realized that it was Nnamdi.
My friends, my smug staff friends, were appalled by how much time Nnamdi and I spent together. Could he even make one decent English sentence? What did we talk about? they wanted to know. Even I hardly know now. He made me laugh. We kissed with me standing on the short steps in our backyard so that we could be the same height. We fought about things I no longer remember and sometimes, when I pretended to be angrier than I was, he would threaten to throw himself in the path of a car or to kneel, in apology, at the entrance of my class. He would say this so earnestly that I would laugh and laugh. Just as I laughed when he suggested we go to a dibia to do the igba ndu, a blood betrothal of sorts that would keep us from ever breaking up. I was not familiar with this; the people in my world did not do things like the igba ndu rite, they sniffed at the supernatural and had sanitized engagements when the time was right. But the simplicity of Nnamdi’s faith intrigued me. Nnamdi intrigued me. I did not tell my friends that I had heard stories of his stealing money from his father, bribing test questions from teachers, getting drunk in town. Or that he never seemed to study or take exams. Or that he told the most charmingly transparent lies. Once, after he missed an exam, he said, ‘As I was walking to school, I tripped and broke my leg and had to be taken to hospital, but they mended the leg right away and so I didn’t need a cast or bandage. You can ask Ojay if you don’t believe me.’
Ojay, his friend, corroborated this story and added that he had taken Nnamdi to hospital himself. Years later, when Ojay told me that Nnamdi had died, I remembered how people used to taunt him and call him Nnamdi’s houseboy, Nnamdi’s errand boy. It was Ojay who delivered Nnamdi’s letters to me. It was Ojay who wrote them, too, until I refused to read any more unless Nnamdi wrote them himself. So in the following letters, I could see that Ojay had written in pencil first and then Nnamdi’s shaky hand in ink had carefully gone over every word. It was Ojay who brought Nnamdi’s red sweater and gave it to me one cold harmattan morning. ‘Nnamdi thinks you look cold,’ he said. And I slipped my arms, my self, into that huge red sweater and felt safe. When the bitter harmattan morning had given way to a sunny afternoon, I still wore that sweater. Never mind that sweat had collected in my armpits.
Before I went to the Champion office that June day, I knew Nnamdi was dead. Ojay had already told me some months before. ‘Something happened to Nnamdi,’ he had said. His eyes did not meet mine as he told me that Nnamdi had just been at the wrong place at the wrong time, that the operation was over, the armed robbers had finished stealing from the bank, but Nnamdi happened to have parked his car in such a way that he blocked their getaway. I didn’t cry that day after Ojay told me. It seemed so distant, so unlikely, and I had not seen him in years, but as I walked past Freedom Square I stared at the grassy plains where, during the weeks of ‘chasing’ me, Nnamdi once bought me a whole pack of suya at a bazaar and then ended up giving it to a friend because he was too shy to give it to me.
It was in the taxi from the Champion office that I began to cry. I thought about the last time I had seen him. It was at a beach in Lagos and he was riding a horse and we had not seen each other since his father transferred him to another secondary school. We were both self-consciously, unconvincingly mature about things at first. He said he was trying to get into the University of Lagos. I said I was preparing to take my final secondary school exams. He had not changed; the tall, thin body, the narrow face and hooked nose, the hoarse voice were all the same.
‘Do you have a boyfriend?’ he asked finally.
‘Yes,’ I replied, although I did not.
He had a girlfriend, too, he said, many girlfriends in fact. Before we parted, he added, ‘You can have as many boyfriends as you want to. But when it comes to marriage, it’s me and nobody else. God made you for me. If we marry other people, thunder will strike us down.’
We were no longer young teenagers, we were old enough to be truly separated by our different interests, but he spoke with that old earnestness on his face and I laughed.
On my birthday, the last birthday before Nnamdi left my school, he gave me a scented satin rose in a gilded case. I hid it from my mother: it looked expensive and I feared she would ask me to return it right away. Later, when he gave me a ring, with gold strips that curved across my finger, I hid that too and wore it only in school. But I did not hide the card he brought when I was sick with malaria. It looked like an ordinary get-well card, one of the many my friends had sent. When you opened Nnamdi’s card, though, it sang: an upbeat take on Für Elise. Inside the card, Nnamdi had written in his unformed, childish hand, ‘To my one love GB. From your own Nnamdi.’
In memoriam: Nnamdi Ezenwa
http://www.granta.com/extracts/3055
What’s Your Consumption Factor?
By JARED DIAMOND
The New York Times
January 2, 2008, Los Angeles
To mathematicians, 32 is an interesting number: it’s 2 raised to the fifth power, 2 times 2 times 2 times 2 times 2. To economists, 32 is even more special, because it measures the difference in lifestyles between the first world and the developing world. The average rates at which people consume resources like oil and metals, and produce wastes like plastics and greenhouse gases, are about 32 times higher in North America, Western Europe, Japan and Australia than they are in the developing world. That factor of 32 has big consequences.
To understand them, consider our concern with world population. Today, there are more than 6.5 billion people, and that number may grow to around 9 billion within this half-century. Several decades ago, many people considered rising population to be the main challenge facing humanity. Now we realize that it matters only insofar as people consume and produce.
If most of the world’s 6.5 billion people were in cold storage and not metabolizing or consuming, they would create no resource problem. What really matters is total world consumption, the sum of all local consumptions, which is the product of local population times the local per capita consumption rate.
The estimated one billion people who live in developed countries have a relative per capita consumption rate of 32. Most of the world’s other 5.5 billion people constitute the developing world, with relative per capita consumption rates below 32, mostly down toward 1.
The population especially of the developing world is growing, and some people remain fixated on this. They note that populations of countries like Kenya are growing rapidly, and they say that’s a big problem. Yes, it is a problem for Kenya’s more than 30 million people, but it’s not a burden on the whole world, because Kenyans consume so little. (Their relative per capita rate is 1.) A real problem for the world is that each of us 300 million Americans consumes as much as 32 Kenyans. With 10 times the population, the United States consumes 320 times more resources than Kenya does.
People in the third world are aware of this difference in per capita consumption, although most of them couldn’t specify that it’s by a factor of 32. When they believe their chances of catching up to be hopeless, they sometimes get frustrated and angry, and some become terrorists, or tolerate or support terrorists. Since Sept. 11, 2001, it has become clear that the oceans that once protected the United States no longer do so. There will be more terrorist attacks against us and Europe, and perhaps against Japan and Australia, as long as that factorial difference of 32 in consumption rates persists.
People who consume little want to enjoy the high-consumption lifestyle. Governments of developing countries make an increase in living standards a primary goal of national policy. And tens of millions of people in the developing world seek the first-world lifestyle on their own, by emigrating, especially to the United States and Western Europe, Japan and Australia. Each such transfer of a person to a high-consumption country raises world consumption rates, even though most immigrants don’t succeed immediately in multiplying their consumption by 32.
Among the developing countries that are seeking to increase per capita consumption rates at home, China stands out. It has the world’s fastest growing economy, and there are 1.3 billion Chinese, four times the United States population. The world is already running out of resources, and it will do so even sooner if China achieves American-level consumption rates. Already, China is competing with us for oil and metals on world markets.
Per capita consumption rates in China are still about 11 times below ours, but let’s suppose they rise to our level. Let’s also make things easy by imagining that nothing else happens to increase world consumption — that is, no other country increases its consumption, all national populations (including China’s) remain unchanged and immigration ceases. China’s catching up alone would roughly double world consumption rates. Oil consumption would increase by 106 percent, for instance, and world metal consumption by 94 percent.
If India as well as China were to catch up, world consumption rates would triple. If the whole developing world were suddenly to catch up, world rates would increase elevenfold. It would be as if the world population ballooned to 72 billion people (retaining present consumption rates).
Some optimists claim that we could support a world with nine billion people. But I haven’t met anyone crazy enough to claim that we could support 72 billion. Yet we often promise developing countries that if they will only adopt good policies — for example, institute honest government and a free-market economy — they, too, will be able to enjoy a first-world lifestyle. This promise is impossible, a cruel hoax: we are having difficulty supporting a first-world lifestyle even now for only one billion people.
We Americans may think of China’s growing consumption as a problem. But the Chinese are only reaching for the consumption rate we already have. To tell them not to try would be futile.
The only approach that China and other developing countries will accept is to aim to make consumption rates and living standards more equal around the world. But the world doesn’t have enough resources to allow for raising China’s consumption rates, let alone those of the rest of the world, to our levels. Does this mean we’re headed for disaster?
No, we could have a stable outcome in which all countries converge on consumption rates considerably below the current highest levels. Americans might object: there is no way we would sacrifice our living standards for the benefit of people in the rest of the world. Nevertheless, whether we get there willingly or not, we shall soon have lower consumption rates, because our present rates are unsustainable.
Real sacrifice wouldn’t be required, however, because living standards are not tightly coupled to consumption rates. Much American consumption is wasteful and contributes little or nothing to quality of life. For example, per capita oil consumption in Western Europe is about half of ours, yet Western Europe’s standard of living is higher by any reasonable criterion, including life expectancy, health, infant mortality, access to medical care, financial security after retirement, vacation time, quality of public schools and support for the arts. Ask yourself whether Americans’ wasteful use of gasoline contributes positively to any of those measures.
Other aspects of our consumption are wasteful, too. Most of the world’s fisheries are still operated non-sustainably, and many have already collapsed or fallen to low yields — even though we know how to manage them in such a way as to preserve the environment and the fish supply. If we were to operate all fisheries sustainably, we could extract fish from the oceans at maximum historical rates and carry on indefinitely.
The same is true of forests: we already know how to log them sustainably, and if we did so worldwide, we could extract enough timber to meet the world’s wood and paper needs. Yet most forests are managed non-sustainably, with decreasing yields.
Just as it is certain that within most of our lifetimes we’ll be consuming less than we do now, it is also certain that per capita consumption rates in many developing countries will one day be more nearly equal to ours. These are desirable trends, not horrible prospects. In fact, we already know how to encourage the trends; the main thing lacking has been political will.
Fortunately, in the last year there have been encouraging signs. Australia held a recent election in which a large majority of voters reversed the head-in-the-sand political course their government had followed for a decade; the new government immediately supported the Kyoto Protocol on cutting greenhouse gas emissions.
Also in the last year, concern about climate change has increased greatly in the United States. Even in China, vigorous arguments about environmental policy are taking place, and public protests recently halted construction of a huge chemical plant near the center of Xiamen. Hence I am cautiously optimistic. The world has serious consumption problems, but we can solve them if we choose to do so.
Jared Diamond, a professor of geography at the University of California, Los Angeles, is the author of “Collapse” and “Guns, Germs and Steel.”
http://www.nytimes.com/2008/01/02/opinion/02diamond.html?ref=opinion
Il fattore 32
JARED DIAMOND
La Repubblica, 03.01.2008
Per i matematici il numero 32 è interessante poiché è 2 elevato alla quinta potenza: 2 per 2 per 2 per 2 per 2. Per gli economisti il numero 32 è ancora più particolare, poiché quantifica la differenza di stile di vita tra il mondo sviluppato, il Primo Mondo, e quello in via di sviluppo, il Terzo Mondo. Rispetto a quest’ultimo, infatti, il tasso medio con il quale nel primo si consumano risorse quali petrolio e metalli, producendo rifiuti come plastica e gas serra, è di circa 32 volte più alto in America settentrionale, Europa occidentale, Giappone e Australia. Questo “indice 32” ha grandi ripercussioni.
Per comprenderle si considerino le preoccupazioni legate alla popolazione mondiale. Oggi la Terra è abitata da più di 6,5 miliardi di persone ed entro la prima metà di questo secolo il loro numero dovrebbe salire a 9 miliardi circa. Alcuni decenni fa, erano in molti a ritenere l’aumento della popolazione terrestre la più grande sfida alla quale l’umanità avrebbe dovuto far fronte. Oggi, invece, ci rendiamo conto che essa è tale soltanto nella misura in cui la gente consuma e produce.
Se paradossalmente la maggior parte dei 6,5 miliardi di esseri umani vivesse, per così dire, in una sorta di immensa cella frigorifera, non metabolizzasse e non consumasse, non comporterebbe di conseguenza alcun problema dal punto di vista delle risorse. Ciò che invece conta davvero, oggi, sono i consumi mondiali complessivi, la somma di tutti i consumi a livello locale, il prodotto della popolazione locale moltiplicato per l’indice di consumo pro-capite.
Si calcola che il miliardo di persone che vive nei Paesi sviluppati abbia un tasso relativo di consumo pro-capite di 32. La maggior parte degli altri 5,5 miliardi di abitanti del pianeta costituisce il mondo in via di sviluppo, e ha un tasso relativo di consumo inferiore a 32, quasi sempre vicino a 1 circa.
La popolazione, specialmente quella del mondo in via di sviluppo, sta crescendo, e alcune persone continuano a ritenerlo un problema: osservano, per esempio, che la popolazione di Paesi come il Kenya sta aumentando rapidamente e questo costituirebbe qualcosa di molto preoccupante. Da un certo punto di vista è così, perché è un problema per i 30 milioni di keniani, ma non lo è per il mondo nel suo complesso, perché i keniani consumano molto poco (e il loro indice di consumo pro-capite è di 1). Il vero problema di questo mondo è che ciascuno di noi 300 milioni di americani consuma quanto 32 keniani insieme. Con una popolazione che è dieci volte superiore a quella del Kenya, gli Stati Uniti consumano risorse nella misura di 320 volte quelle consumate dai keniani.
( …* )
Le persone che consumano poco vorrebbero godere di uno stile di vita caratterizzato da alti consumi. I governi dei Paesi in via di sviluppo hanno fatto del miglioramento degli standard di vita un obiettivo primario della loro politica nazionale. Decine di milioni di persone del mondo in via di sviluppo cercano di procurarsi per conto loro e a modo loro lo stile di vita del mondo sviluppato emigrando, specialmente negli Stati Uniti, in Europa occidentale, in Giappone e in Australia. Ogni singolo trasferimento di un individuo in un Paese dagli alti consumi aumenta l’indice globale di consumo, anche se la maggior parte degli immigrati non riesce immediatamente a moltiplicare il proprio indice di consumo di 32 volte.
Tra i Paesi in via di sviluppo che stanno cercando di aumentare i tassi di consumo pro-capite interni, spicca la Cina che ha l’economia a più rapida crescita del pianeta e conta una popolazione di 1,3 miliardi di cinesi, il quadruplo degli abitanti degli Stati Uniti. Il mondo già adesso ha penuria di risorse, e ne avrà ancora meno se la Cina riuscirà a raggiungere i tassi di consumo degli americani. Già ora la Cina è in concorrenza con gli americani per i mercati globali del petrolio e dei metalli.
I tassi di consumo pro-capite in Cina sono tuttora di 11 volte inferiori a quelli statunitensi. Supponiamo però che possano raggiungere i livelli americani, e per semplificare un po’ le cose, supponiamo anche che nel frattempo nulla accada ai consumi globali, ovvero che nessun altro Paese aumenti i propri consumi, che la popolazione nazionale (ivi compresa quella cinese) resti immutata e che l’immigrazione abbia fine. Ebbene, anche così, qualora la Cina riguadagnasse completamente il divario nei consumi pro-capite, il mondo raddoppierebbe il suo indice di consumo. I consumi di petrolio aumenterebbero del 106 per cento, per esempio, mentre il consumo globale di metalli salirebbe del 94 per cento.
Se anche l’India come la Cina dovesse riguadagnare il divario nei consumi, l’indice di consumo globale triplicherebbe. Se poi l’intero mondo in via di sviluppo all’improvviso dovesse a sua volta farcela a riguadagnare tale divario, il tasso globale consumo dovrebbe essere moltiplicato per 11. Sarebbe come se la popolazione del pianeta raggiungesse di colpo i 72 miliardi di abitanti (mantenendo immutati rispetto a quelli attuali i loro indici di consumo).
Alcuni ottimisti affermano che saremmo in grado di tirare avanti con un mondo popolato da 9 miliardi di abitanti. Tuttavia, non ho mai incontrato nessuno pazzo abbastanza da sostenere che altrettanto potrebbe accadere con 72 miliardi persone. Ciò nonostante, spesso promettiamo ai Paesi in via di sviluppo che se solo adotteranno buone politiche — per esempio istituendo governi onesti e praticando l’economia del libero mercato — saranno anch’essi in grado di godere dello stile di vita del mondo sviluppato. Questa promessa è impossibile da mantenere, è una beffa crudele: già ora incontriamo difficoltà non indifferenti a sostenere uno stile vita da Primo Mondo per un solo miliardo di persone.
Noi americani forse pensiamo ai crescenti consumi della Cina in termini di problema, ma i cinesi stanno soltanto cercando di raggiungere il tasso consumo che noi già abbiamo. Sarebbe del tutto inutile dire loro di non farlo.
L’unico altro approccio che Cina e altri Paesi in via di sviluppo potranno accettare è quello finalizzato a rendere gli indici di consumo e gli standard di vita più equi in tutto il mondo. Ma il mondo non ha abbastanza risorse per consentire alla Cina, per non parlare del resto mondo, di aumentare i propri tassi di consumo e portarli nostri livelli. Questo sta forse a significare che siamo inesorabilmente diretti al disastro?
No, potremmo riuscire a raggiungere una certa stabilità e a far sì che tutti i Paesi convergano verso tassi di consumo considerevolmente inferiori a quelli oggi più alti. Gli americani a questo punto potrebbero obiettare: non esiste proprio che noi sacrifichiamo i nostri standard di vita a vantaggio del resto della popolazione mondiale. Nondimeno, sia che lo facciamo per libera scelta, sia che lo facciamo obtorto collo, molto presto noi stessi avremo indici di consumo inferiori agli attuali, in quanto quelli nostri sono attualmente insostenibili.
Veri e propri sacrifici, in ogni caso, non saranno necessari, perché gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Buona parte dei consumi americani vanno sprecati e contribuiscono in minima parte o per nulla affatto alla qualità della vita. Per esempio, i consumi di petrolio pro-capite in Europa occidentale sono la metà di quelli americani, eppure lo standard di vita dell’Europa occidentale è più alto da molti punti di vista e rispetto a molti ragionevoli parametri a quello statunitense, ivi compresi l’aspettativa di vita, la salute, la mortalità infantile, l’accesso all’assistenza sanitaria, la sicurezza finanziaria dopo il pensionamento, la durata delle ferie, la qualità delle scuole pubbliche e il sostegno alle arti. Chiediamoci: siamo sicuri che il nostro spreco — più che uso — di benzina in America contribuisca positivamente a ciascuno di questi fattori?
Anche molti altri aspetti dei nostri consumi costituiscono uno spreco. La maggior parte delle zone sfruttate per la pesca sono tuttora soggette a criteri operativi non sostenibili e molte sono ormai prive di pesci o fruttano a livelli bassissimi, anche se sappiamo molto bene come dovremmo gestirle in modo tale da preservare l’ambiente e tutelare la popolazione di pesci. Se gestissimo tutte le aree di pesca in modo sostenibile, potremmo pescare pesce dagli oceani a livelli record e continuare a tempo indefinito.
La stessa cosa vale per le foreste: sappiamo come utilizzarle per ricavare il legname in modo sostenibile e se lo facessimo in tutto il mondo potremmo ottenere sufficiente legname in tutto il mondo da far fronte alla richiesta globale di carta e legno. E invece, la maggior parte delle foreste è gestita in modo non sostenibile, così che il legno ricavato diminuisce sempre più.
Proprio come è assolutamente sicuro che nell’arco di buona parte della nostra vita consumeremo meno di quanto consumiamo adesso, è altrettanto sicuro che gli indici di consumo di molti Paesi in via di sviluppo un giorno saranno un po’ più vicini ai nostri. Si tratta di trend auspicabili, non di prospettive terrificanti. Oltretutto, noi già adesso sappiamo come incoraggiare questi trend. La cosa principale a essere venuta meno finora è la volontà politica.
Per fortuna l’anno scorso ci sono stati alcuni segnali incoraggianti. In Australia di recente c’è stata una consultazione popolare con la quale la stragrande maggioranza degli elettori ha invertito la politica dello struzzo praticata dal governo per un decennio e la nuova classe politica in carica ha immediatamente aderito al Protocollo di Kyoto per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra.
Sempre l’anno scorso le preoccupazioni legate al cambiamento del clima sono cresciute moltissimo negli Stati Uniti. Anche in Cina sono attualmente in corso accesi dibattiti sulla politica ambientale più auspicabile, e le proteste dell’opinione pubblica in tempi recenti hanno ostacolato la costruzione di un grande impianto chimico nei pressi del centro di Xiamen. Da tutto ciò io ricavo motivo per dichiararmi cautamente ottimista. Il mondo ha seri problemi di consumi, ma se lo vorremo, potremo risolverli.
copyright The New York Times, 2008
Traduzione di Anna Bissanti
( * ) parte mancante nella versione de La Repubblica.
Salud!

Astenersi perditempo

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