...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
Home »
europaeTag correlati:
social,
international,
repetita iuvant,
testi,
mad planet,
unforgettable,
multiculturalism,
memoria,
news,
occidente,
italia,
fear,
migrazioni,
human rights,
interviste
L’Italia che vive tra egoismo e paura
IN CHE MISURA ILLEGALITÀ E CRIMINALITÀ COINCIDONO?
FRANCESCO MERLO
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
Solo in Italia li chiamiamo clandestini perché il nostro lessico è povero e spaventato come noi. Ma il suono marcio della parola clandestini denomina
(e non domina) più il disagio di noi clandestinatori che la condizione umana
dei clandestini, che in Inghilterra sono illegal immigrants, in Francia ormai da venti anni sono les sans-papiers, in Spagna los sin papeles e in Germania illegale Einwanderer (violatori di confine). Alla fine solo noi ancora ci illudiamo che basta guastare un parola per trasformare l’immigrato, che alla luce del sole è senza documenti, nel male vivente che “si nasconde al giorno”, nel “clam dies tinus” dei latini, nel clandestino che traffica nel buio come le mammane degli aborti “clandestini” o come i terroristi che in “clandestinità” confezionano bombe e agguati.
Per non sentirci sopraffatti dalla prepotenza della loro miseria
li clandestinizziamo di prepotenza.
Dunque, già friggendo una parola, e ben prima che i razzisti della Lega conquistassero il ministero degli Interni, avevamo cominciato a trasformare in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante del delinquere, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio, e persino la rabbia etnica quando c’è: da attenuanti generiche ad aggravanti attraverso un imbroglio lessicale che rimanda a interessi squallidi e sordidi e dunque clandestini. In questo modo l’intruso inopportuno è subito un parassita, l’emarginato è una minaccia, chi non è invitato scrocca, la dannazione diventa una condizione attiva e non subìta: il clandestino è penalmente responsabile della sua miseria.
E dunque: guai ad aiutarli.
Il coraggioso e generoso Maroni vorrebbe punire addirittura con la confisca chi affitta le case ai clandestini, che, anche negli Stati Uniti – il paese con il maggiore afflusso di immigrati irregolari – , non sono degradati a clandestini ma a illegal aliens, che è anche il titolo di una famosa canzone dei Genesis del 1984. E magari Maroni, che strimpella e balla, è con quelle strofe che ha capito come quei furbastri clandestini lo fanno fesso e sottraggono le case – centomila “ville” secondo Il Giornale! – agli italiani: «Ho una cugina che ha un amico, il quale pensa che sua zia conosca un tipo che forse potrebbe aiutarmi... »,
I got a cousin and she got a friend, Who thought that
her aunt knew a man who could help...
In realtà non può esistere neppure come idea una clandestinità di massa e infatti non c’è nulla di più visibile dei flussi migratori. La clandestinità è invece una condizione individuale o limitata a piccoli gruppi come nel caso degli antifascisti italiani, o dei bolscevichi sotto lo zarismo. Prima che venisse contraffatta e guastata dalle mammane e dalle Brigate rosse, la parola aveva in realtà un buon sapore familiare di avventura e di rischio, di anticonformismo e di sfida. Ad arricchire la storia della libertà ci sono stati giornali clandestini e lotte clandestine; erano clandestini i carbonari e i massoni nel Risorgimento e furono clandestini anche L’ Unità e l’Avanti!, ed era pericolosamente clandestino l’ascolto di Radio Londra. E ci sono state persino lingue clandestine come l’argot della mala francese, o come il tedesco degli ebrei di Praga che, attraverso Kafka, ha poi profondamente trasformato l’allora pomposo tedesco ufficiale.
Nel Fermo e Lucia, che è la prima stesura dei Promessi Sposi, Agnese spiega a Lucia che basta presentarsi davanti a don Abbondio con due testimoni e pronunziare di sorpresa la formula di rito per essere sposati, anche senza la volontà del prete. Gli esperti di Diritto canonico sanno che questo si chiama matrimonio clandestino: “sine consensu parentum”. Ebbene Agnese lo chiama “matrimonio gran destino”.
Commenta il Manzoni: «Fra persone colte è un inconveniente molto comune quello di pronunziare rettamente le parole e annettervi idee spropositate. Ad Agnese era accaduto il contrario, ella storpiava il vocabolo ma aveva un’idea precisa della cosa». Così va il mondo della parola clandestino; o, voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.
Una volta la clandestinità era una scelta personale, spesso definitiva e irreversibile: il clandestino non voleva diventare palese, non elemosinava in pieno giorno i documenti come invece fa il clandestino cantato
da Manu Chao: «Sono una riga nel mare, fantasma nella città /
la mia vita è proibita dicono le autorità ».
E ci sono stati anche gli amori, gli incontri, le letture e i piaceri clandestini. Nelle famiglie bacchettone e democristiane degli Anni Cinquanta e Sessanta erano clandestini i libri di Pavese e di Fenoglio, e poi La Nausea, Lo Straniero, Il Manifesto del partito comunista, le riviste Playboy e Abc, e Sulla strada di Kerouac che era il territorio clandestino del popolo notturno, il viaggio clandestino verso l’emancipazione e la vita. Ed erano clandestini il sesso dentro la Fiat Cinquecento, il fumo durante la ricreazione, i sentimenti di madame Bovary. La clandestinità era lo spirito del tempo perché clandestini erano il proibito, il peccato, il rischio, e anche quel continuo girare attorno al comunismo senza caderci mai dentro, la pernacchia ai benpensanti, la mossa del cavallo; clandestino era il malessere che volevamo contagiare a tutti... E a forza di giocare con la clandestinità scoprimmo i mondi ancora più clandestini di certi personaggi scomodi della destra come Céline...
Capita che oggi ci siano clandestini, che so?, tra i gli ex comunisti post-imperiali, anime vaganti nell’Occidente, lavavetri e magnaccia, contrabbandieri di armi e muratori, bevitori e qualche volta interpreti, un’umanità nomade ed esausta scagliata come schegge dall’esplosione del comunismo. Hanno sul corpo la grandezza e la tragedia di una storia perché la scheggia è coerente con l’universo da cui proviene, ne ha la stessa natura. Nel dicembre del 1998 uno di questi clandestini senza nome riuscì incredibilmente ad attraversare a piedi il tunnel sotto la Manica saltando tutti i controlli di sicurezza che rilevavano, a quel tempo, qualsiasi cosa, ma non il pedone, non il clandestino. Cercò la libertà nel sottosuolo e nel sottomare mentre tutti la cercano nel cielo, nello spazio, sempre in alto e mai in basso. In quel clandestino, come in tutti i profughi dell’Est che si aggirano per l’Europa, c’è più Lenin di quanto ce ne sia nel mausoleo della Piazza Rossa, nei partiti post-comunisti di tutto il mondo, nella falce e martello di Bertinotti e di Diliberto. C’è Lenin perché sempre la fine
porta i segni del suo inizio, e perché tutte le gallerie hanno un foro d’entrata e uno d’uscita.
Ed è vero che sbucano da tutti i fori perché il più vistoso problema che l’umanità ricca si trova a dovere affrontare è con quali mezzi controllare i tre quarti più poveri della popolazione del pianeta resi furenti dalla sempre più soffocante trappola malthusiana dell’esaurimento delle risorse, dalla malnutrizione, dall’inedia, dalla conflittualità sociale, dall’emigrazione forzata e dalle guerre. Nelle capitali dei Paesi cosiddetti normali interi quartieri sono stati abbandonati ai clandestini e ci sono immense periferie arabe e nere, dove neppure alla polizia è consentito entrare, che brulicano di sottoccupati in cerca di cibo, vestiti, alloggi e lavoro. Vagabondi e arrabbiati di ogni razza riempiono galere, case dei poveri, brefotrofi e manicomi. E i governi d’Europa, ben prima dell’Italia, hanno
già sperimentato tutte le forme di solidarietà e di durezza, dai charter pieni di immigrati alle sanatorie, dalle “quote” alle cariche della polizia, alla decisione di mandare a scuola gli immigrati irregolari e poi “riaccompagnarli” nella loro patria con una professione.
Ma il dibattito tra duri e solidali, che in Europa è la preistoria dell'immigrazione, non può neppure cominciare con un ministero degli Interni in mano agli squadroni plebei di Bossi che da sempre vedono un clandestino in ogni diverso che incontrano sulla loro strada: nel meridionale c’è un mafioso clandestino, nel romano è clandestino il ladrone, nel negro è clandestino il ricettacolo di infezioni, nell’ebreo il banchiere senza patria, nel musulmano il barbaro stupratore.
In Europa ci sono ovviamente brividi razzisti di vario genere, ma sono razzismi – questi sì – clandestini, oscuri, nascosti al giorno, anche se non sempre sono tenuti a bada.
E dunque, prima di ricominciare a parlare seriamente di sicurezza, bisognerà anche in Italia rimandare il razzismo in clandestinità.
QUELLE FIGURE ESCLUSE
CHE NON HANNO PIÙ DIRITTI
Cosa significa mettersi nei panni di un clandestino. L’esperienza di un cronista
GAD LERNER
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
Nello scompartimento del treno locale Genova – La Spezia entra ondeggiando col cartone di Tavernello in mano un vecchio freak scapigliato, la chitarra a tracolla e il cane bastardo al guinzaglio.
«Da quando la moglie mi ha buttato fuori casa, basta libri, solo vino», ironizza brillo e malinconico. È un tedesco di Essen, da anni residente a Chiavari se il divorzio non l’avesse sospinto a vagabondare per la Liguria.
Dove trova ricovero la notte? Di colpo lo sbandato d’aspetto sessantottino si trasforma, furibondo. «Lo sai cosa mi dicono ai centri d’accoglienza? Rivolgiti all’ambasciata di Germania, mi dicono! Lì prendono solo quegli schifosi dei clandestini, sudamericani violenti, arabi parassiti.
Con che diritto loro vengono a casa nostra? E invece guarda che roba: se non sei clandestino niente diritti. Ci vorrebbero di nuovo Hitler e Mussolini per fare pulizia».
In un attico confortevole della Milano bene è invece la colf boliviana a compiacersi dei controlli di documenti avviati in questi giorni sui tram e nel metro. Che strano, lei è stata regolarizzata per il rotto della cuffia con l’ultima sanatoria, vive con un fidanzato e una sorella che lavorano ma privi di permesso di soggiorno. Eppure: «I nordafricani mi fanno paura, mi sta bene se la polizia ferma quei clandestini violenti, non sono neanche cristiani, ce ne sono troppi in via Padova sotto casa mia».
La nozione di clandestino è sdrucciolevole, ne trovi sempre uno da collocare al gradino sotto di te nella scala degli aventi diritto. Tanto più in un paese come l’Italia che non conosce ancora tempi certi e procedure trasparenti nell’acquisizione del permesso di soggiorno, figuriamoci della cittadinanza.
Almeno tre o quattro volte sono stato clandestino anch’io nei quasi trent’anni passati da apolide fra il mio arrivo in Italia e la concessione del passaporto tricolore, più volte respinta, e giunta infine solo grazie al matrimonio. Chi ha fatto decine di ore di fila agli uffici stranieri delle questure, per poi magari scoprire che la pratica non avanza in quanto all’anagrafe gli hanno storpiato il nome straniero, e ha incrociato supplichevole lo sguardo di un funzionario esausto, sognandolo corruttibile con regalini da poco quando l’immigrazione non era ancora una baraonda… non si leva più quell’inquietudine di dosso.
La limitazione vissuta nella libertà di movimento, la laboriosità
o l’impossibilità dell’espatrio, lasceranno in chi le ha vissute il dubbio di restare comunque un irregolare, per una catena di circostanze non riparabili a seguito delle quali il destino ti ha relegato in serie B. La clandestinità dunque s’introietta, è un segreto esistenziale che affligge prima ancora di essere riconosciuto dai “regolari” che hai di fronte, e si manifesta in un riflesso condizionato: pensarsi sempre privo di diritti.
Prima di diventare italiano consideravo dunque un privilegio,
una concessione che l’Ordine dei Giornalisti mi lasciasse pubblicare articoli con un contratto impiegatizio, iscrivendomi a uno speciale “elenco stranieri” cui erano preclusi scatti di carriera e condivisione previdenziale.
Festeggiai l’agognata cittadinanza, nel febbraio del 1986, affrontando con la protezione del passaporto italiano un viaggio lungo tutta la penisola travestito da immigrato senza casa e in cerca di lavori occasionali. L’Espresso ovviamente lo pubblicò col titolo: “Il clandestino. Dalla Sicilia alla Lombardia un nostro redattore si è messo nei panni di uno straniero immigrato. Ha vissuto l’umiliante ricerca del lavoro nero, le notti all’aperto. Ecco il suo diario”.
Sono passati ventidue anni ma siamo ancora lì, alle prese con il clandestino che nel frattempo s’è generalizzato come incubo minaccioso. Già da un decennio facevo il giornalista ma fu solo alla fine di quel 1986, con apposito esame, che la corporazione mi accolse come professionista in quanto connazionale. E consentì perfino la promozione a inviato. La nozione di clandestino nel corso di questi ventidue anni ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio stigma. Un marchio consolidato nella relazione quotidiana che sperimentiamo tra il virtuale e il reale. La tv ci mostra con intenti compassionevoli le vite di scarto rinchiuse nei campi profughi delle varie povertà mondiali; poi quegli stessi occhi scuri li troviamo che ci scrutano sui bus o per strada, nelle immediate vicinanze di casa nostra. Il derelitto assume così oggettivamente una pericolosità che prescinde dalle sue buone o cattive intenzioni. Anzi, è proprio mettendoci nei suoi panni che dubitiamo lui possa relazionarsi con noi serenamente visto ciò che irreparabilmente ci divide: non tanto l’identità, l’appartenenza comunitaria, ma la titolarità o meno di un diritto all’inclusione.
Luigi Manconi denuncia giustamente quanto sia grossolana l’equazione immigrato-clandestino-criminale, in seguito alla quale si dimentica che quasi sempre il cittadino straniero irregolare è entrato con visto turistico, o è titolare di un permesso scaduto, e dunque può semmai essere considerato responsabile di un illecito, e lungi dall’essere pericoloso
svolge un’attività lavorativa.
Ma non dobbiamo stupirci se lo stigma della clandestinità turba così prepotentemente il cittadino italiano, e induce i politici Pdl e Pd a fare a gara in tv su chi sia il più efficiente nel garantire l’“espulsione dei clandestini”. Perché il mantenimento di una disparità di diritti fra chi è titolare di cittadinanza e chi rivendica solo per bisogno di vivere sul “nostro” territorio potrà imbarazzare i liberali più coerenti, ma è percepito come necessità vitale di sopravvivenza dai primi. Nel suo bel saggio
Ai confini della democrazia. Opportunità e rischi dell’universalismo democratico (Donzelli), la docente di Teoria politica Nadia Urbinati è molto abile nel metterci in imbarazzo.
Le democrazie liberali spesso si trovano costrette a difendere una nozione vecchia di confini nazionali, contraddicendo i principi liberali che le ispirano, limitando cioè la libertà di movimento come se non rientrasse fra i diritti umani fondamentali fuggire dalla fame e dalla carestia.
Ma se vogliono restare democrazie, finora non possono rinunciare a una linea di demarcazione che circoscriva i titolari della cittadinanza politica.
La clandestinità è il portato esistenziale di una disuguaglianza ancor oggi troppo impervia da lenire: per conservare i nostri diritti, abbiamo bisogno di sapere che altri vicini a noi non li detengono. Ce lo dimostrano candidamente pure il barbone tedesco arrabbiato con chi offre un giaciglio ai clandestini e la colf boliviana che vuole più controlli sui nordafricani ma ospita dei connazionali irregolari. Nadia Urbinati può così descrivere la migrazione transnazionale come un dilemma che dilania al cuore le democrazie occidentali, «facendone il teatro di plateali contraddizioni tra i loro proclamati princìpi egualitari e le loro restrittive politiche di naturalizzazione e perfino di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo».
Temo che tale scrupolo riguardi ormai solo una sparuta pattuglia
di accademici liberali.
Quando racconto in giro che fatica fosse rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno in Italia e tentare di ottenere il visto dei pochi Stati esteri in cui potevo viaggiare, vedo facce incredule. Del resto nessuno considera “clandestino” lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota
la vigna o fa le pulizie nel condominio. Clandestini sono sempre gli altri:
buttateli fuori!

STRANIERI A NOI STESSI
E INCAPACI DI ASCOLTO
Come ripensare le categorie della cittadinanza
ENZO BIANCHI
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
«Stranieri e pellegrini», così l’autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell’Asia minore nel primo secolo dell’era cristiana. Termini che non mirano soltanto a indicare metaforicamente quanti «non hanno quaggiù una città stabile ma cercano quella futura» nei cieli, ma che tengono conto della reale composizione sociologica delle prime comunità di discepoli di Gesù di Nazaret: schiavi e liberi, giudei e greci, mercanti e artigiani, partecipi di fermenti e mobilità lavorative e abitative che possono oggi apparirci sorprendenti. Del resto, già l’Antico Testamento aveva usato il paradigma della stranierità e del peregrinare per plasmare l’identità del popolo di Israele, facendo di un insieme di eventi storici del passato più o meno mitico una cifra di comprensione del presente. Così una volta installato nella “terra promessa”, il popolo dovrà ripetere a se stesso e davanti a Dio questa ricostruzione della propria vicenda: «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente
e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa...» e agli stessi
patriarchi di Israele la Lettera agli Ebrei attribuirà la condizione di
«stranieri e pellegrini sopra la terra».
Proprio il ricordo dell’essere stato “forestiero nel paese d’Egitto” - alimentato dal “fare memoria” religiosa da parte di generazioni ormai sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra - determina per il popolo di Israele una disposizione legislativa fondamentale di sorprendente modernità nell’antico oriente: «Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore». Una condivisione del tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà dall’asservimento al tempo e al lavoro costituito dall’astenersi nel settimo giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo diritto civile, oltre che dovere religioso.
E, scavando nel tessuto culturale del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi romana, come dimenticare la sacralità dell’ospitalità presso popolazioni che ben conoscevano l’asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della siccità e delle carestie, l’angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente decantata eredità ebraicocristiana, il suo intersecarsi con la cultura ellenistica e il successivo confrontarsi con l’irruzione dell’Islam dobbiamo riconoscere che princìpi come quello dell’accoglienza, della solidarietà, dell’apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri “simili”, con la paura del diverso, con l’egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso.
Ora, il confronto-scontro tra queste due visioni dei rapporti tra popoli, etnie e nazioni si rivela quanto mai attuale nell’odierna società globalizzata, in cui il fenomeno migratorio assume dimensioni proporzionate alle maggiori possibilità materiali di spostamenti di massa. Quello che va ripensato allora non sono spicciole misure di contenimento o di repressione del fenomeno migratorio, ma un insieme ben più complesso di problematiche sociali e culturali: il rapporto tra sovranità nazionali e universalità dei diritti umani, l’opzione giuridica tra l’antico ius sanguinis e il più articolato ius soli, l’emergenza continua e la certezza del diritto, la sostenibilità dello sviluppo e dell’accoglienza, il mercato del lavoro e l’ingerenza umanitaria, il partenariato economico e lo sfruttamento delle risorse naturali...
Davvero, cristiani e non cristiani, dobbiamo oggi ripensare alle categorie della cittadinanza, della stranierità, dell’ospitalità, non come mero esercizio dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso della nostra convivenza civile, sull’orizzonte che vogliamo dischiudere alla nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a venire.
In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l’ammonimento di Edmond Jabès: «La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso noi stessi». Sì, essere consapevoli di abitare noi stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi nell’agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti “stranieri” ci aiuterebbe a cogliere l’altro nell’interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta. Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell’ascolto e dell’incontro, non dell’esclusione, dell’arroganza e dell’autosufficienza.
E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come “norma” e, quindi, di esercitare pressioni
per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti
le etiche laiche.
Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della “maggioranza” che impone le proprie certezze con quella dell’influenza
del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori.
Ma in ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché,
come scriveva Michel de Certeau, «lo straniero è a un tempo
l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere».
DIARIO DI REPUBBLICA n 37
http://www.repubblica.it/diario/2008/index.html?ref=hpsbsx
Con la scusa del popolo
di Gad Lerner
La Repubblica, 16 maggio 2008
La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.
Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.
Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?
La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.
Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.
Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.
La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.
Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.
Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.
Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-3/lerner-rom/lerner-rom.html
Il Pogrom moderno
Adriano Prosperi
La Repubblica, 16 maggio 2008
"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest´uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un´Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.
Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale.
La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta – per la prima volta – gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell´Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c´è un´altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani.
Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt´altro.
Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom – i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall´odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti.
Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l´integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E´ una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l´arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te.
Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine – quelle scattate nelle aule del Parlamento – ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi.
Di fatto nel Palazzo circola un´aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l´Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l´Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari.
Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ´500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c´è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India».
Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza.
Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori.
http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=51154
A SETENTA AÑOS DEL ALZAMIENTO DE FRANCO Este martes se cumplen siete décadas del motín fascista que disparó la Guerra Civil Española. Fanny Edelman, 95 años, recuerda los grupos internacionalistas que defendieron la República. Líster, La Pasionaria y otras figuras de la gesta.Por Susana Viau Página/12, Domingo, 16 de Julio de 2006 El 18 de julio de 1936 el generalato fascista se alzó contra la Segunda República española. El general José Sanjurjo, viejo conspirador, había fogoneado la asonada desde su exilio en Portugal mientras el general Emilio Mola, en Pamplona, daba los últimos toques al plan de acción. Francisco Franco abandonaba Canarias para ponerse al frente del que creían no iba a ser sino un golpe de mano. Los secundaban los generales Queipo del Llano, en Sevilla, y Manuel Goded, en Barcelona. Otro general, Joaquín Fanjul, se había parapetado en el cuartel de la Montaña, en el corazón de Madrid, aunque no podría resistir el sitio de las tropas leales a la República. Daba comienzo lo que sería una larga noche para los españoles y para Europa. Al mismo tiempo y muy a pesar de los confabulados, nacía uno de los relatos más bellos y heroicos del siglo XX: el que escribieron comunistas, anarquistas, socialistas durante los tres años de Guerra Civil. Fanny Edelman era una joven de 26, militante argentina del Socorro Rojo, cuando viajó a Barcelona para incorporarse, junto a su compañero Bernardo Edelman, a los grupos de internacionalistas que se sumaron a la defensa de la República. Hoy, con 95 años que no le impiden ir al teatro, al cine y a dar largas caminatas desde la sede de su partido en la calle Entre Ríos hasta el austero y cálido departamento de San Telmo, asegura que a pesar de los pesares, esos tiempos fueron los más felices. “Pasé momentos duros, descuidé en parte a mis hijos –reconoce–, pero, así y todo, no cambiaría mi historia por la de aquellos que sólo ven pasar la vida”.–Vengo de una familia muy modesta, de San Francisco. Mi padre era obrero de los molinos Minetti y mi madre un ama de casa sacrificada, volcada a cuidar a los hijos. El era rumano y ella rusa. Yo tenía trece años cuando vinimos a Buenos Aires. Vivíamos en Tucumán y Gallo, a dos cuadras del Abasto. Soñaba con ser médica pero en aquella época eran los varones los que tenían la prioridad para estudiar. No pude entrar a la facultad, pero seguí con la música, que me gustaba mucho, después de mudarnos a Vicente López empecé a frecuentar gente muy interesante: Riganelli, Hebecquer, Alvaro Yunque, que me ayudó muchísimo con mis inquietudes sociales.–Y las intelectuales, me imagino.–Por supuesto, aunque mi padre era un gran lector y nos había educado en el amor a los escritores rusos. Como eran los años del golpe de Uriburu empecé a trabajar en solidaridad con los presos comunistas y anarquistas. Y me incorporé al Socorro Rojo. Fue allí que me propusieron afiliarme al Partido Comunista. Dije que sí, sin saber qué era el comunismo ni cuáles eran sus ideales y me llevó un tiempo comprender que la dictadura y las condiciones de vida del pueblo tenían una relación íntima. Esos años, ‘34, ‘35, ‘36 fueron determinantes para mi futuro: me había convertido en militante y había conocido al que sería mi compañero para siempre. Era periodista de La Vanguardia y lo habían echado porque no coincidía con la línea política de la dirección del Partido Socialista. Se fue con un grupo de izquierda y empezó a trabajar, como periodista también, en la Federación Nacional de la Construcción, muy poderosa, como se demostró en la huelga general del ‘36. En ese mismo año, Bernardo Edelman y yo nos casamos. Al poco tiempo estalló la Guerra Civil Española y nos cambió la vida. Los argentinos y los grupos de italianos y españoles dimos origen a un movimiento solidario que adquirió una presencia enorme en el país, pese a la Sección Especial. Fue una labor increíble de ayuda material y política, comida, ropa, ajuares tejidos por las mujeres de aquí para los bebés que nacían en el bando republicano. Contábamos con el apoyo de Angel Gallardo, el embajador de la República Española, un católico militante a quien no le preocupaba que la ayuda proviniera de socialistas, comunistas y anarquistas. Fue en la Federación Nacional de la Construcción que mi compañero escuchó hablar por primera vez de las Brigadas Internacionales y resolvió, junto a un amigo, alistarse con ellas. Llegó a casa y me dijo “¿Qué te parece si me voy?”. Yo le contesté: “Nos vamos”.–¿Viajaron solos?–No, con nosotros iban españoles, búlgaros radicados en Comodoro Rivadavia, unos albaneses que vivían en la periferia y un periodista argentino cuyo nombre no me puedo acordar. Eramos diez o doce. En agosto o septiembre del ‘37 llegamos a Amberes. De Amberes nos fuimos a París, donde se coordinaba toda la acción solidaria mundial. Se palpaba el despertar antifascista que, de todas formas, no empezaba con la República Española: ya en el ‘33, Henri Barbusse, Romain Rolland, Thomas Mann y el propio Einstein habían convocado a una reunión de intelectuales alertando sobre el peligro que representaba el nazismo en Alemania. Por esos días, en París se había inaugurado la Exposición Internacional y como teníamos un rato fuimos. Nos encontramos con el Guernica, una obra impresionante, imponente. Ahí, en París, nos arreglaron los papeles, la entrada a España por Perpignan y el destino final, en Madrid. En Madrid tomé contacto con las milicias populares, germen del ejército popular que unificó las guerrillas, porque hasta ese momento cada uno tenía su dirección y era imposible garantizar la defensa de Madrid.–¿A quiénes reportaban?–Yo al Socorro Rojo y él a la Unión de Juventudes Socialistas. El representaba al Movimiento de Solidaridad con España, que editaba La Nueva España, una publicación con una tirada de sesenta mil ejemplares. Mi compañero era el corresponsal en los frentes de guerra. El Socorro Rojo tenía como tarea fundamental abastecer las necesidades de las tropas, la distribución de alimentos, ropa, calzado y la atención a los familiares de los combatientes. La política de ingleses, franceses y norteamericanos fue de una perfidia inimaginable. Hasta tal punto que, cuando salimos de España, la carretera hacia París estaba colmada de pertrechos que el gobierno francés no había dejado pasar.–Si tuviera que elegir una figura de la Guerra Civil...–Las figuras femeninas más relevantes fueron, sin duda, Pasionaria, Federica Montseny y Margarita Nelken. Tengo, en lo personal, un gran recuerdo de Pasionaria. Para mí fue la gran protagonista de ese proceso, su palabra erizaba la piel, era tan grande su voluntad de transmitir a los soldados, al pueblo, la certeza de los ideales, la justeza de la lucha... Y la entrega. Una entrega total. Fue para mí la más grande, incluyendo a Negrín. Después la cultivé a Dolores, en la Federación Democrática Internacional de Mujeres, cuya secretaría ejercí a partir de 1972 y después de su exilio de Madrid. Tenía tanto dolor, tanta nostalgia de España, tanto deseo de no morir antes de volver a su patria. Lo consiguió, pero dejó un hijo, Rubén, que murió en la batalla de Stalingrado. Nunca pudo superar su muerte, la tocó profundamente, fue terrible para ella, aunque Pasionaria ya había perdido otros cuatro hijos, de hambre, anemias y enfermedad en Asturias. De los seis hijos que tuvo, al final le quedó sólo Amaya, que está ahora dirigiendo la Fundación Dolores Ibárruri en Madrid. A mí me maravillaba la fuerza de su palabra... La recuerdo hablando en un mitin, en París. La gente la aplaudía, la vitoreaba aunque no entendía el castellano, se emocionaba como si hablara en francés. Aquel fue un período determinante para mi vida y la de mi compañero.–¿Y las Brigadas Internacionales, Fanny?–Las Brigadas fueron, a mi juicio, una de las manifestaciones más altas de la solidaridad humana. Al frente estaban los dirigentes de los partidos socialistas y comunistas que huyeron de las dictaduras nazis y fascistas. Estaban Togliatti, al que en España conocíamos como Ercoli; Luigi Longo, que, aunque no recuerdo muy bien, creo que fue uno de los coordinadores de las actividades de las Brigadas; Hans Beimler, un alemán diputado del Reichstag, que murió en combate. En un viaje que hice a Europa, les dije a mis compañeros que quería visitar su tumba. Yo sabía que estaba enterrado en Montjuich. Bajé en Barcelona y busqué su sepultura, pero no la encontré. Conocí también a Antonio Prado, que en 1938 convocó una gran campaña de invierno del Socorro Rojo. Hacía un frío espantoso y los combatientes no tenía ropa ni calzado suficientes para soportar esas temperaturas. Resultó conmovedora la reacción del pueblo; la gente se desprendía de sus propios abrigos, de sus propios zapatos para mandarlos al frente.–¿Conoció a Santiago Carrillo en esos días?–Sí, Carrillo estuvo aquí, clandestino, una vez terminada la guerra.–¿Y a Santiago Alvarez, que según creo fue fundador del Quinto Regimiento?–Claro que lo conocí. Santiago era el presidente del Comité de Amigos de las Brigadas Internacionales. Fue uno de los fundadores del Quinto Regimiento, pero el jefe era Enrique Líster. El comisario político era Carlos, Carlos Contreras le llamábamos, aunque su verdadero nombre era Vittorio Vitali, secretario del Partido Comunista de Trieste, un personaje muy interesante, un hombre de una enorme cultura y de una enorme inteligencia, que nos enseñó a comprender cosas que todavía no teníamos del todo claras y me enseñó a leer entre líneas. Yo trabajé con María, su compañera, maravillosa, modestísima, de una gran capacidad intelectual. Ella era una de las dirigentes del Socorro Rojo. Años más tarde, leyendo una revista, me enteré que María había muerto en un taxi, yendo a una consulta con el médico. Y aunque le parezca mentira, recién allí, en 1942, supe que mi querida y admirada “María” era Tina Modotti.–¿Abandonaron Madrid antes o después de la caída?–Antes. Después nos trasladamos a Valencia porque el gobierno se había establecido ahí y luego, siempre junto al gobierno, a Barcelona. El viaje de vuelta fue muy doloroso. Regresé a España después de la muerte de Franco y en el ‘96, convocada por los Amigos de las Brigadas, y pasé por Gernika. El árbol había florecido. Era otra España. Aquella del ’36 no existía más. Esa historia había sido sepultada, ocultada. Pensé mucho en una compañera del Socorro Rojo, Matilde Landa, pertenecía a una familia muy rica, de la alta burguesía. La familia huyó y ella resolvió quedarse. Fue capturada y ejecutada. En fin... ¡ese famoso Pacto de la Moncloa! Ese Pacto fue una responsabilidad de todos los partidos, incluido el Partido Comunista de España, que se adhirió a esa falsificación.–¿Cuáles fueron sus tiempos mejores?–Es muy difícil. Pero dentro del horror de la guerra fueron felices los años de la Guerra Civil, muy felices porque me dieron tanto, aprendí tanto, me identifiqué tanto con aquella causa que hasta hoy me siento parte de es pueblo, sigo las cosas de España, sufro por lo que les pasa.–¿Si pudiera, qué borraría de su historia?–Nada. No me arrepiento de nada. Me he equivocado, pero no me arrepiento de nada. Pasé momentos malos, sombríos, descuidé quizás a mis hijos, pero tenía poderosas razones.–¿Se lo reprocharon?–Alguna vez, sí, alguna vez. Pero mire, yo viví una tragedia muy grande. En un viaje que hicimos de Mendoza volcó el auto que manejaba mi marido. Quedó parapléjico. Tenía treinta y ocho años. Fueron veintidós años en esas condiciones. Hubo que remontar la situación, mantener la unidad del hogar y convencerlo de que la vida no se había terminado, que la vida exigía y seguía; había que lograr que saliera a la calle en su sillón de ruedas y terminara su interrumpida carrera de abogado; había que lograr que trabajara como abogado. Mi hija tenía ocho años y mi hijo tres. En esa etapa, él insistió para que yo no dejara la actividad. Mi rol de madre quedó en parte a cargo de una compañera catalana que estaba exiliada aquí. Pero éramos tan amigas, compartíamos tantas cosas, lo hizo con tanto amor que creo que casi no sintieron esa sustitución. Además, fueron enormemente solidarios, defendieron a su padre y me defendieron. Estoy muy orgullosa de mis hijos.–A usted le gusta la música, ¿cuál es su canción preferida?–...“La Internacional”.–Y también le gusta la literatura, ¿a quiénes relee?–A Lorca, a Hernández, a Vallejo, a Miguel Angel Asturias, a Paul Auster.–¿A quiénes reconoce como maestros?–A Marx, a Engels, a Lenin.–¿Un día de felicidad?–El día en que me afilié al Partido Comunista.© 2000-2006 www.pagina12.com.ar|República Argentina|Todos los Derechos Reservadoshttp://www.pagina12.com.ar/diario/elmundo/4-69987-2006-07-16.html
NO SOLO DE MUNDIAL VIVE ALEMANIA Por José Comas*, Página/12 Desde Berlín, Martes, 27 de Junio de 2006 La ejecución, en la madrugada de ayer, del oso pardo Bruno, que durante semanas tuvo en jaque a las autoridades y vecinos de la región alpina del estado libre de Baviera y del Tirol austríaco, ha conmovido a Alemania. Los nombres de los tres cazadores que mataron al oso no se dieron a conocer, ante las amenazas de muerte emitidas por defensores de los animales salvajes. La fracción parlamentaria del Partido Socialdemócrata (SPD) de Baviera exige la dimisión del ministro bávaro de Medio Ambiente, el socialcristiano Werner Schnappauf (CSU). La productora cinematográfica Wasabi Film encargó ya a una guionista y a un director una película sobre la vida del plantígrado. Las casas de apuestas, que habían incluido el tema del oso en sus boletos, tendrán que pagar a los que pusieron sus dineros por la opción de que Bruno moriría antes de la final del Mundial, el próximo 9 de julio.La sentencia de muerte se emitió el fin de semana. Las autoridades bávaras fijaron la cero hora del lunes para cazar a Bruno. A partir de ese momento el oso sólo vivió poco más de cuatro horas y media. “Se efectuó un disparo y el oso cayó abatido”, declaró Manfred Wölfl, comisionado para osos del Ministerio de Medio Ambiente de Baviera. El ministerio confirmó por la mañana la muerte del oso a las 4.50 de la madrugada. Fue precisa la denuncia previa de un agricultor que tiene su cabaña en una zona a 1700 metros de altura. Afirma el agricultor que salió y le gritó al oso, que huyó asustado, y después denunció a la policía su presencia en los alrededores.Lo que no habían conseguido los perros y rastreadores finlandeses especializados en la caza del alce, que durante varios días se mostraron incapaces de encontrar al oso, lo arreglaron ayer los cazadores de Baviera en poco menos de cinco horas.En las siete semanas de huida por los Alpes entre Baviera y el Tirol austríaco, Bruno recorrió 300 kilómetros y se movió en un territorio de unos 6000 kilómetros cuadrados. A diferencia del terrible lobo de Gubbia, que “devoró rebaños y devoró pastores y son incontables sus muertes y daños”, Bruno se limitó a liquidar algunas ovejas, conejos, y comerse algún panal de rica miel para sobrevivir. Incluso estuvo a punto de perecer atropellado por un coche. La mala pata de Bruno fue que no encontró, como el lobo de Gubbia, a un San Francisco de Asís, sino a cazadores sedientos de sangre.Como los verdugos que se cubrían la cabeza en las ejecuciones, los nombres de los cazadores no se han publicado. Apenas se conoció la noticia de la muerte del oso, llegaron las primeras amenazas de muerte contra sus matadores. Las autoridades de Baviera justifican la orden de disparar a matar con el peligro que suponía el oso para los ciudadanos de la región. El portavoz de Medio Ambiente del SPD, Ludwig Wörner, tras pedir la dimisión del ministro del ramo, declaró: “Este es un día triste para la naturaleza y la protección de las especies en Baviera”. Argumentan los defensores de la muerte del oso que no era posible dispararle una inyección para anestesiarlo porque esto exigía aproximarse a una distancia de unos 20 metros y el oso lo habría advertido.En su huida de varias semanas el oso Bruno conquistó los corazones de muchos alemanes. En el hospital universitario Benjamin Franklin de Berlín una enfermera comentaba días atrás ante las noticias del telediario sobre Bruno: “Lo van a matar. Es una vergüenza que un estado tan rico como Baviera no pueda soportar que el oso se coma a unas cuantas ovejas”. Acertó de lleno: a Bruno lo mataron ayer.* De El País de Madrid. Especial para Página/12.© 2000-2006 www.pagina12.com.ar|República Argentina|Todos los Derechos Reservadoshttp://www.pagina12.com.ar/diario/contratapa/13-69067-2006-06-27.html
TITOLI NOBILIARI DEL CAPO DI CASA SAVOIA Re d'ItaliaRe di Sardegna, Re di Armenia, Re di Cipro, Re di Gerusalemme,Duca di Savoia, Duca di Monferrato, Duca di Genova,Duca di Aosta, Duca del Chiablese, Duca del Genovese, Principe e Duca di Carignano, Vicar dell'Impero, Principe di Piemonte, Principe di Oneglia, Principe di Acaia, Principe di Masserano, Principe di Chieri, Principe di Dronero, Principe di Bene, Principe di Brà, Principe di Montemellian con Arbin e Fancin, Principe di Carmagnola, Principe di Poirino, Principe di Trino, Principe di Crescentino, Principe di Riva di Chieri e Banna, Principe di Busca, Marchese di Saluzzo, Marchese in Italia, Marchese d'Ivrea, Marchese di Susa, Marchese di Ceva, Marchese di Maro, Marchese di Cesena e Oristano, Marchese di Savona, Marchese di Tarantasia, Marchese di Borgomanero e Cureggio, Marchese di Caselle,Marchese di Rivoli, Marchese di Pianezza, Marchese di Covone, Marchese di Salussola, Marchese di Racconigi con Tegerone, Marchese di Migliabruna e Motturone, Marchese di Cavallermaggiore, Marchese di Marene, Marchese di Modane e Lanselbourg, Marchese di Livorno Ferrarsi, Marchese di Santhià, Marchese d'Aglié, Marchese di Centallo e Demonte, Marchese di Desana, Marchese di Gemme, Marchese di Vigone, Marchese di Villafranca, Earl di Richmond, Conte di Torino, Conte di Ginevra, Conte di Nizza, Conte di Moriana, Conte di Barge, Conte di Moncalieri, Conte di Mirafiori e Fontanafredda, Conte di Sarre, Conte di Villafranca-Soisson, Conte di Tenda, Conte di Romont, Conte di Valence e Die, Conte di Asti, Conte d'Alesseria e di Gogeana, Conte di Novara, Conte di Tortona, Conte di Bobbio, Conte di Coissons, Conte di Sant'Antioco, Conte di Pollenzo, Conte di Belly e Salmorence, Conte d'Oriado, di Bredulo ed Alberga, Conte di Roccabruna, Conte di Tricerro, Conte di Bairo, Conte di Oregno, Conte delle Apertole, Vissonte di Chambery, Barone di Vaud e di Faucigny, Barone di Varicella, Signore di Vercelli, Signore di Pinerolo, Signore di Lomellina e Valle Sesia, Signore di Tarantasia, Signore di Arvillars e Mulette, Signore di Collegno, Signore di Bernezzo, Signore d'Allezzano, Signore di Pollenzo, Signore di Busca, Signore di Genola, Signore di Pancalieri, Signore di Racconigi, Signore di Covorre, Signore di Bugey, Signore di Cornillon, Signore di Coligny, Signore di Meudon, Signore di Villanova di Chillon, Signore di Bardcrest, Signore di Chamasson, Signore di Corcelle, Signore di Boon, Signore di Balme, Signore di Cluse, Signore di Montagny, Signore di Grospurg, Signore di Bressa e Bougé, Signore di Seyssel, Signore d'Egle, Signore d'Aubonne e Vingel, Signore d'Arlod, Signore di Gruyères, Signore di Vivey e Port Valeys, Signore di Corbière, Signore di Ponto in Ogo, Signore di Torre del Pino, Signore di Talavier, Signore di Clées, Signore di Baleyson, Signore di Lanzin, Signore di Belmont, Signore d'Arcanciem, Signore di Yllens, Signore di Charosse, Signore di Dorches, Signore di Cronay, Signore di Palesiex, Patrizio di Venezia, Patrizio di Ferrara.(…)
Vittorio Emuanuele in carcere Il gip: «Poteva scappare...» L'Unità, 17 giugno 2006Soldi e donnine. A ogni viaggio in Italia - da due anni, cioè da quando gli eredi di casa Savoia potevano varcare il confine - era questo il bottino che il re mancato, Vittorio Emanuele, cercava di accaparrare nel nostro Paese. Insieme a Salvo Sottile, collaboratore di Fini, descritto dai magistrati di Potenza come un instancabile cercatore di donne, magari ragazze desiderose di entrare nel "magico" mondo dello spettacolo o di avere conoscenze illustri, portate anche alla Farnesina. E insiema ad altri "amici" con lo stesso "pallino". Il tono delle conversazioni intercettate dai magistrati è rivoltante. Ma non è su questo milieu che indagano. I reati contestati a Vittorio Emanuele sono molti e gravi: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione. Accuse pesantissime per Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato nel pomeriggio di venerdì insieme ad altre 12 persone per ordine del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza Alberto Iannuzzi e giunto nella notte nel carcere del capoluogo lucano dove martedì è atteso dall´interrogatorio di garanzia.Il magistrato difende la firma dell'ordine di custodia cautelare concessa al pm John Henry Woodcock e sottolinea che l'ordinanza è stata emessa «al termine di una lunga e complessa indagine che si basa sulla valutazione rigorosa dei presupposti previsti dal codice di procedura penale per l'applicazione di una misura cautelare così grave». «Ritengo -assicura il gip- di aver fatto una valutazione rigorosa che prescinde dal rango della persona destinataria di questo provvedimento».Alla domanda dei giornalisti sul perché un principe, con notevole disponibilità di denaro e potere, avesse dovuto ricorrere a questi affari illeciti, il giudice per le indagini preliminari di Potenza ha risposto: «È una persona molto avida. I fatti oggettivi emersi sono inequivocabili. Abbiamo emesso questi arresti perché siamo convinti al 100 per cento dei reati contestati, anche se ne conosciamo i rischi. Un altro pm - ha aggiunto Iannuzzi - avrebbe chiesto altre misure, anche più gravi».Il ministro della Giustizia Clemente Mastella, auspicando «che l'inchiesta possa concludersi nei tempi più rapidi possibili, compatibilmente con le varie fasi di controllo previste nel nostro ordinamento».Alla base della prima accusa, associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, sarebbe un vero e proprio «mercato» dei nulla osta per i videogiochi ed altri apparecchi elettronici utilizzati per il gioco d'azzardo. Nella vicenda gli investigatori avrebbero anche scoperto legami con esponenti della criminalità organizzata siciliana. L' altra accusa, quella di associazione per delinquere finalizzata alla prostituzione, riguarderebbe il reclutamento di ragazze da offrire a clienti del casinò di Campione d'Italia.Il figlio di Umberto II, il "re di Maggio" esiliato dopo il referendum istituzionale del 1946, è rientrato in Italia nel 2002 grazie alla modifica della Costituzione votata a larga maggioranza dal Parlamento. L'arresto sarebbe avvenuto a Lecco, dove Vittorio Emuanuele aveva donato una campana con l'effigie di casa Savoia prima di recarsi proprio a Campione d'Italia per una cena di beneficienza.Non è la prima volta che il nome dell'aspirante al trono d'Italia, si trova coinvolto nelle cronache giudiziarie. Il 18 agosto 1978, Vittorio Emaunele fu infatti protagonista di un drammatico episodio. Coivolto nottetempo in una lite al porto dell'isola corsa di Cavallo, sparò un colpo di fucile che colpì a morte Dirk Hammer, figlio di un noto medico. Il processo davanti alla "Chambre d'accusation" di Parigi si concluse decretando "l'involontarietà" dello sparo e l'assoluzione del principe.Coinvolti il figlio, l´ex premier di Bulgaria e il portavoce di FiniFra gli arrestati c´è Salvatore Sottile, portavoce di Gianfranco Fini (il leader di An è invece del tutto estreneo alla vicenda). Per lui sono scattati gli arresti domiciliari. Coinvolto nell´inchiesta, ma solo marginalmente, anche il figlio di Vittorio Emanuele, Emanuele Filiberto: gli sarebbe stata contestata un'incursione informatica mirante a oscurare un sito sgradito a Casa Savoia. Lo stesso Emanuele Filiberto, in un collegamento telefonico con il Tg5 aveva minacciato in diretta televisiva il pubblico ministero che Henry John Woodcock, titolare dell´inchiesta: «Spero sia certo di quello che dice altrimenti è l'ultima cosa che farà». Quindi ha annunciato uno sciopero della fame. Indagato per corruzione l´ex premier bulgaro Simeone II di Sassonia Coburgo Gotha, cugino di Vittorio Emanuele di Savoia© l'Unità. http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=57312
L'erede Savoia in un bordello Secondo l'accusa del pm potentino Woodkock l'erede al trono era a capo di una associazione per delinquereSara Menafra, il manifesto, 17 giugno 2006A quasi settant'anni d'età (69 per la precisione) e solo dopo quattro anni dal rientro in Italia Vittorio Emanuele di Savoia è finito in carcere ieri pomeriggio, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e allo sfruttamento della prostituzione. Imputazioni che hanno dell'incredibile, come è spesso capitato con le indagini firmate dal pm potentino Henry John Woodcock che sigla anche questa indagine. Secondo l'ordinanza di custodia cautelare firmata da Alberto Iannini, il figlio del re di maggio si sarebbe ficcato in un «mercato» dei nulla osta per videogiochi, videopocker e tutti i derivati elettronici comunemente utilizzati nell'ambito del gioco d'azzardo. Il giro di autorizzazioni per i videopocker avrebbe coinvolto anche esponenti della criminalità organizzata siciliana. Contemporaneamente, Vittorio Emanuele avrebbe anche partecipato al reclutamento di ragazze da offrire ai clienti del casinò di Campione d'Italia.Quello di Vittorio Emanuele è il più eclatante dei 13 arresti eseguiti durante il pomeriggio di ieri. Nell'elenco, composto da sei detenuti in carcere e sette ai domiciliari, spicca il nome di Salvatore Sottile, portavoce del leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini. Ai domiciliari è finito pure il sindaco di Campione d'Italia Roberto Salmoiraghi. Ma nell'elenco ci sono anche tre esponenti legati alla mafia di Messina: i fratelli Giuseppe e Ignazio Migliardi, rispettivamente di 29 e 28 anni, e Nunzio Laganà, di 21, tutti e tre gestori di sale giochi. A Venezia in serata è stato fermato Rocco Migliardi, padre dei due Migliardi. Stando al complesso provvedimento di circa 2000 pagine, insieme al figlio del re sarebbe a capo dell'associazione per delinquere.Vittorio Emanuele è stato arrestato mentre si trovava nella Villa Cipressi di Varenna, località sulla sponda lecchese del lago di Como. Dopo poche ore avrebbe dovuto partecipare ad una «manifestazione» proprio nel casinò di Campione d'Italia che di certo frequentava con assiduità.L'inchiesta che porta l'erede al trono per la seconda volta in carcere - la prima fu nel '78 quando Vittorio Emanuele sparò a morte contro il giovane tedesco Dirk Hammer durante una vacanza in Corsica - è nata un mese fa (i primi arresti sono del 6 maggio scorso) da una indagine sul giro di truffe di cui erano rimasti vittime alcuni imprenditori del potentino. Tutto ruota attorno al faccendiere Massimo Pizza, nome in codice Polifemo, ora sotto custodia cautelare anche per la nuova ordinanza. Lo strano personaggio che tra l'altro si qualifica come capo dell'«ufficio k» del Sisde e sostiene di sapere tutto dei principali misteri d'Italia degli ultimi vent'anni, insieme a sedici soci aveva convinto alcuni imprenditori lucani di essere il tramite giusto per organizzare alcuni lucrosi affari in Somalia. Nel frattempo, però, gli imprenditori che hanno sporto denuncia per essere stati depredati di centomila euro, dovevano consegnare alla società un consistente anticipo.Da quando è finito in carcere Pizza, ovvero Polifemo, non fa che parlare. Dice di sapere molto della storia oscura d'Italia grazie al rapporto con l'ex sottufficiale dei carabinieri Fausto Del Vecchio, già in servizio al Sisde nelle sedi di Perugia e di Roma, finito in carcere insieme a Pizza. Ma oltre a commenti e dichiarazioni che vanno dall'omicidio di Ilaria Alpi alla scomparsa di Emanuela Orlandi, Pizza ha raccontato agli inquirenti di essere a conoscenza del traffico di permessi per videopocker e giochi d'azzardo elettronici organizzato dal messinese Rocco Migliardi insieme al figlio del re. Un traffico che a sua volta collegava i due al giro dei casinò dell'altitalia - e infatti Migliardi è stato arrestato a Venezia - e che i due rimpinguavano organizzando anche l'offerta di giovani donne per il casinò di Campione d'Italia. Poco c'entra in tutto questo giro Salvatore Sottile che invece è accusato di concussione e sarebbe estraneo all'associazione per delinquere.Il figlio di Vittorio Emanuele, Filiberto l'ha presa malissimo: «E' l'ennesimo colpo pubblicitario di Henry John Woodcock. Spero che sia certo delle accuse che muove altrimenti sarà l' ultima volta che farà qualcosa» ha detto nel suo italiano venato di francese. Inviperito il senatore a vita Francesco Cossiga, di cui Woodcock chiese l'arresto due anni fa: « Che fine ha fatto l'inchiesta disciplinare su questo magistrato? L'ha bloccata l'Anm».http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Giugno-2006/art52.html
Guai regali: da Cavallo alla tessera della P2 Domenico Cirilloil manifesto, 17 giugno 2006Associazione per delinquere, un'accusa pesante ma non più di omicidio colposo per il quale Vittorio Emanuele Savoia è già stato accusato, processato e assolto senza però uscire del tutto indenne dalla vicenda che causò la morte del giovane tedesco Dirk Hamer: era l'estate del 1978. Al largo dell'isola di Cavallo, tra la Sardegna e la Corsica, aveva gettato l'ancora per una gita con amici il diciannovenne Hamer. Accanto alla sua barca c'erano due yacht, uno di Vittorio Emanuele Savoia che finché era valida la disposizione finale della Costituzione doveva tenersi fuori dalle acque italiane, l'altro del medico romano Niki Pende. Ad un tratto scoppiò un alterco tra l'irascibile Savoia e Pende, risolto dal figlio del re di maggio con un paio di colpi del sue fucile da caccia. Non è mai stata chiarita fino in fondo l'esatta dinamica di quei momenti, fatto sta che uno dei colpi raggiunse alla gamba il povero Hamer, che trasportato in Germania e ricoverato all'ospedale di Heildeberg morì nonostante le cure.Il fattaccio era avvenuto in territorio francese e ci vollero undici anni perché il Savoia venasse rinviato a giudizio: era l'11 ottobre 1989 davanti alla Chambre d'accusation di Bastia in Corsica per «lesioni e ferite che hanno procurato una morte non intenzionale». In due anni il processo fu chiuso definitivamente, a Parigi nel novembre del '91 Vittorio Emanuele venne assolto dall'accusa di omicidio e condannato a sei mesi, con le attenuanti, per il possesso illegale dell'arma. Una multa, come del resto lo stesso Vittorio Emanuele aveva pronosticato in una delle sue non rare e maldestre interviste che gli hanno causato più di un guaio.Un uomo prodigo di dichiarazioni sbagliate, ma anche di mosse false. Vittorio Emanuele risultò anche negli elenchi dei piduisti quando nel 1981 fu trovata la lista di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi. Spuntò fuori la tessera numero 1621 della P2 intestata a Savoia Vittorio Emanuele, Ginevra.Nato a Napoli 69 anni fa, unico figlio maschio dell'ultimo re d'Italia Umberto II, Vittorio Emanuele in realtà non è mai stato nemmeno troppo sicuro del titolo di pretendente al trono. Una disputa tra chi si impiccia di cose nobiliari si trascina da molti anni: Amedeo di Savoia avrebbe più titoli perché sposato con una nobile e non con la borghese Marina Doria, le cui nozze a Las Vegas con Vittorio Emanuele il re Umberto non avrebbe mai nemmeno riconosciuto, per questo nominandolo principe di Napoli e non di Piemonte come si conviene a un erede al trono. Dettagli.Tutti però tornati a galla quando quattro anni fa il parlamento con la maggioranza di centrodestra ma il voto favorevole di quasi tutto il centrosinistra decise di abolire la disposizione finale della Carta del '48 e «sospendere» la misura dell'esilio per gli eredi maschi della monarchia che aveva collaborato con il fascismo. Non è affatto certo che gli eredi Savoia si fossero sempre attenuti a quel divieto di ingresso, anzi negli anni sono fiorite le più diverse segnalazioni di «sconfinamento». Eppure Vittorio Emanuele che per molti anni aveva rifiutato ogni condanna del fascismo e delle leggi razziali firmate dal monarca suo nonno, quando nel 2002 capì che se non il Pantheon potevano almeno aprirsi le frontiere per lui e per suo figlio Emanuele Filiberto (già «sdoganato» dalla televisione) si piegò: condannate le leggi razziali prese carta e penna e giurò fedeltà alla Repubblica e al suo presidente, fino a quel giorno chiamato semplicemente «senatore».Fu così che un repubblicano convinto come Carlo Azeglio Ciampi decise di mettere il suo assenso definitivo al ritorno dei Savoia - che per disgrazia supplementare ottennero un rientro sotto le telecamere proprio a Napoli - e che le richieste dei familiari del povero Dirk Hamer caddero nel vuoto. Anche loro avevano scritto al Quirinale, raccontando come le promesse di risarcimento avanzate da Vittorio Emanuele non erano mai state mantenute. E come i loro tentativi di far cancellare un'assoluzione considerata ingiusta erano sempre stati bloccati. Anche davanti alla Corte europea dei diritti umani.http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Giugno-2006/art51.html
Son of Italy's last king held over Mafia and prostitution claims By Peter Popham in RomeThe Independent, 17 June 2006The son of Italy's last king, Prince Victor Emmanuel, has been arrested in the north Italian town of Lecco as part of an investigation into charges he was involved with the Sicilian Mafia and a prostitution racket.Victor Emmanuel, who has 10 other names, was nine years old when his father, King Umberto, went into exile in Portugal after Italians voted in 1946 to replace the monarchy with a republic. He and his family were barred from returning to Italy until March 2003, when many years of lobbying finally paid off.The investigation leading to his arrest was launched at the other end of the country, in the city of Potenza, capital of the region of Basilicata in the far south, by a flamboyant and controversial prosecutor called Henry John Woodcock, the 39-year-old son of a British father and a Neapolitan mother. Mr Woodcock has carved a unique reputation for himself as a fearless challenger of highly placed politicians and other influential people, whom he has accused of being involved with organised crime. But many of his more audacious arrests have not resulted in trials.Judicial sources said last night that Victor Emmanuel, 69, was suspected of having contacts with the Mafia and of helping procure prostitutes for clients of a gambling casino in Campione d'Italia, an Italian enclave on Lake Lugano near the Swiss border.Emanuele Filiberto, the 24-year-old son of Victor Emmanuel, told Italian television: "They grabbed him like a bandit, taking his mobile phone and carrying him off to Potenza. You don't treat a 70-year-old like this, especially when he has health problems. This is the umpteenth publicity stunt by Henry John Woodcock ... The accusations have nothing whatever to do with my father."Victor Emmanuel has had entanglements with the law in the past. In 1978 on the island of Cavallo, south of Corsica, he discovered that the rubber dinghy of his yacht had been tied to another boat. He took a rifle and went to confront the boat's owner, shooting at a passenger on the boat but missing him and hitting Dirk Hamer, a man sleeping on the deck of another yacht moored nearby, who subsequently died of his wounds. In 1992, the Prince was finally cleared of manslaughter charges.More recently, he was involved in a brawl after a dinner hosted by King Juan Felipe I of Spain to celebrate the wedding of his son when he punched his rival, Amadeo of Savoy, the Duke of Aosta, twice in the face. Amadeo is regarded by some monarchists as the true heir to the Italian throne, as Victor Emmanuel was obliged to renounce his claim to the throne as one of the conditions for being allowed to return to Italy.He has also been sharply criticised for appearing to minimise the evil of the anti-Semitic laws enacted by Mussolini under his grandfather, King Victor Emmanuel III, calling them "not that terrible". And it was learnt that he was a member of the outlawed, ultra right-wing Masonic lodge P2 ("Propaganda Due").However, Victor Emmanuel's name has never before been linked to the Sicilian Mafia, and the charges provoked consternation in Italy. Monarchists were quick to see political moves to strike the royal family again, following the decision of Emmanuel Filiberto to support a Christian Democrat candidate in Italy's recent general election.Twelve others have been arrested, including Salvatore Sottile, the spokesman for the former Foreign minister Gianfranco Fini.© 2006 Independent News and Media Limitedhttp://news.independent.co.uk/europe/article1089773.ece
Ho visto un re di Dario Fo/ Enzo JannacciDai, dai cúnta sú,ah beh, sì beh, dai cúnta sú, ah beh, sì beh...Ho vist’ un rè.Se l’ha vist cus’è?Ho visto un rè!Ah beh, sì beh, ah beh, sì beh...Un re che piangeva seduto sulla sella,piangeva tante lacrime...ma tante chebagnava anche il cavalloPovero re!...e povero anche il cavallo!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...È l’imperatore che gli ha portato via un bel castello,Porca malò!di trentadue che lui ce n’ha.Povero re!...e povero anche il cavallo!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Ho vist’ un vè...Se l’ha vist cus’è?...Ho visto un vescovo!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Anche lui, lui piangeva, faceva un gran baccano,mordeva anche una mano...la mano di chi?la mano del sacrestano.Povero vè...scovo!...e povero anche il sacrista!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...È il cardinale che gli ha portato via un’abbaziaoh pover Crist!di trentadue che lui ce n’ha!Povero vè...scovo!...e povero anche il sacrista!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Ho vist’ un ric.Se l’ha vist cus’è?Ho visto un ricco! Un sciur...Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Il tapino lacrimava su un calice di vinoed ogni go... ed ogni goccia andavaderent’al vin...’sì che tutto l’annacquava.Pover tapin!...e povero anche il vin!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Il vescovo, il re, l’imperatore l’han’ mezzo rovinato,gli han’ portato via tre case e un caseggiatodi trentadue che lui ce n’ha.Pover tapin!...e povero anche il vin!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Vist’ un vilan.Se l’ha vist cus’è?Un contadino!Sì beh, ah beh, sì beh, ah beh...Il vescovo, il re, il ricco, l’imperatore, perfino il cardinale