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treballa

...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

sabato, 25 ottobre 2008
Xenofobia



Nel Belpaese dell'intolleranza
il microrazzismo quotidiano

Non ci sono solo aggressioni. In Italia la xenofobia
passa anche attraverso gesti in apparenza minori.
Sempre più numerosi

di CARLO BONINI
La Repubblica, 25 ottobre 2008

ROMA - Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare al bando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo se cittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a un annuncio per cuochi, scoprirono che l'albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E "non per una questione di razzismo", gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, "perché in giardino, ad esempio", lavoravano "da sempre solo i pachistani". Il giorno in cui S., deliziosa adolescente napoletana, finì nella sala d'attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: "Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?".

Il Razzismo italiano è un "pensiero ordinario". Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell'autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani.

L'Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest'anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio "naturale", dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un capo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l'aggressione di uno studente angolano all'uscita di una discoteca nel genovese.

Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall'Europa la cui esistenza, significativamente, l'Italia ignora. Si chiama "Unar" (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800901010) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l'anno, proteggendo l'identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili.

Nei primi nove mesi di quest'anno l'Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell'intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell'Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini.

In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: "Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato (...) La cifra degli abusi è l'assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell'etnia o del colore della pelle". Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa "senso comune".

Appare impermeabile al contesto degli eventi e all'agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l'aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso "marcatori etnici" che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie".

Dice Antonio Giuliani, che dell'Unar è vicedirettore: "I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese".

L'ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell'Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un'aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché "fatti non costituenti reato".

Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell'auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene "è in una black list" che farebbe della Romania la patria dei furti d'auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire "la sosta anche temporanea dei nomadi".

La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente "troppo contigui" e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un'equazione empirica dell'intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l'indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent'anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti.

Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull'Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: " È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla.

Si può discutere di tutto, ma senza un'opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l'assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all'ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata".

Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del "pensiero ordinario", l'aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell'Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che "gli immigrati non vengono serviti" (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle "3 botti" di via Buonarroti, che annunciava il divieto l'ingresso a "Negri, irregolari e pregiudicati"). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti.

Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. "Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all'autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L'autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa". T., appoggiata dall'Unar, ha fatto causa all'azienda dei trasporti. L'ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l'aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. "Prova ora a mandare un'altra lettera", le ha detto.

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/intolleranza-razzismo/intolleranza-razzismo/intolleranza-razzismo.html

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lunedì, 06 ottobre 2008
Razzismo, ancora



PARMA PONTI E CYNAR
COME LA CITTÀ STA CAMBIANDO.
IN PEGGIO

Uno scrittore parmigiano, in «esilio» temporaneo a Bologna, racconta i suoi luoghi dopo gli ultimi episodi di razzismo e la deriva a destra. E prima, quando il «negro» era meridionale

Paolo Nori
Il manifesto, 4 Ottobre 2008

Un po' di tempo fa ero a Napoli, in piazza Municipio, prendevo un caffè, e un signore, al bancone del bar, che aveva sentito il mio accento esotico, mi aveva chiesto: Di dov'è lei? Di Parma, gli avevo detto io. Ah, Parma, mi aveva detto lui. Poi aveva fatto una pausa e aveva detto Si sta rovinando, Parma. Io avevo avuto allora la stessa reazione che si ha di solito quando si sente uno straniero parlare male dell'Italia.
Cioè noi dell'Italia parliamo malissimo, e come si fa, oggi, a parlarne bene, ma quando sentiamo qualcuno che viene da fuori che ne parla male ci scatta dentro una specie di istinto che non so cosa sia.
Mi ricordo una volta, a Bologna, su un treno, c'era una ragazza ucraìna che era stata beccata senza biglietto. E, come succede in quei casi, nella carrozza si manifestava un'istintiva simpatia per quella ragazza che magari non aveva soldi, che poi in fondo cos'erano, i cinque euro che costava il biglietto per arrivar fino a Rimini, e un'istintiva antipatia per il controllore e per il suo rigore anacronistico e cieco. Era anche una bella ragazza, e il controllore non me lo ricordo ma non credo che fosse un gran bel controllore. E la ragazza si giustificava, in un italiano discreto, col fatto che le avevano spiegato male in biglietteria, o che aveva capito male lei, e si rifiutava di pagare la multa e di far vedere i documenti, e alla minaccia del controllore di chiamare la forza pubblica, la ragazza aveva reagito dicendo Lei chiami chi vuole, non è colpa mia, è colpa della vostra lingua di merda.
Questa espressione, La vostra lingua di merda, aveva spento tutti i rumori della carrozza e aveva determinato, nei passeggeri, la fine della benché minima simpatia per la ragazza ucraìna. Io, mi ricordo, avevo pensato Sarà bello l'ucraìno. È più un dialetto, che una lingua.
Allora forse è per quello, che quando qualche mese fa il manifesto mi aveva chiesto di commentare la fotografia, pubblicata da Repubblica on line, di una ragazza seminuda gettata per terra nella cella di un comando della polizia municipale di Parma, io avevo cominciato, a scrivere qualcosa, ma mi ero fermato poi subito. Mi aveva trattenuto quella specie di istinto che non so cosa sia.
Era luglio, se non ricordo male, e su tutti i quotidiani italiani si parlava di questo fatto di Parma, e se ne parlava male, come si faceva, a parlarne bene, gli unici che ne parlavano bene erano gli amministratori della città. Ma io, che avevo appena pubblicato un romanzo nel quale si parlava, tra le altre cose, degli amministratori della città, e se ne parlava male, come si fa, a parlarne bene, io avevo avuto la stessa reazione che avevo avuto col napoletano. Al napoletano avevo detto Ma no, quella è gente venuta da fuori (credo che lui, il napoletano, si riferisse in particolare al caso di Tommaso, il bambino rapito e ucciso a Casalbaroncolo), e della polizia comunale di Parma e dei suoi amministratori avevo forse pensato la stessa cosa, che quella fosse gente venuta da fuori, anche se eran di Parma così come me e forse qualcuno più ancora di me.
Perché la sostanza, di Parma, che io ritrovo nella sua aria, nella sua luce, e non posso scrivere La sua luce, riferito a Parma, senza commuovermi, è una mia debolezza che dipende dal fatto che sono in esilio a Bologna, la sostanza che ritrovo nel suo dialetto e nel suo italiano, nella cantilena con la quale noi di Parma buttiam giù le frasi, nell'incanto di alcune espressioni come Bon bonbé, per dire che qualcosa è molto buono, o Putòst che gnènta l'è méj putòst, per dire che piuttosto di niente è meglio piuttosto, espressione che dà a questo avverbio di modo, Piuttosto, quasi la statura di un personaggio, la sostanza di questa città, quel che c'è sotto, quello da cui siamo venuti fuori tutti noi parmigiani, la sostanza a me sembrava fosse rimasta quella descritta da Bruno Barilli nella prima metà del novecento: Popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale, popolo turbolento e temibile, popolo che disprezza il villano, odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova, quello di Parma, scrive Barilli.
Che è una cosa completamente diversa dall'immagine che di Parma e dei parmigiani si ha fuori dalla città: la nobiltà, l'aristocrazia, la raffinatezza, la cultura. Che non è che non ci siano, ci sono anche quelle, ma non è lì, secondo me, la sostanza; la sostanza io credo che sia ancora quella delle barricate del '22, in quella sinistra inclinazione musicale che ha fatto di Parma l'unica città italiana che ha resistito, con successo, al fascismo. Quell'altra a me sembra come una vernice che si è sovrapposta, all'estero, all'immagine di Parma, e che ha dato l'idea di una grandeur che ai parmigiani che intendo io fa un po' ridere.
Quando per esempio gli attuali amministratori hanno fatto un ponte sul torrente Parma, che essendo un torrente è piccolo, e per la maggior parte del tempo in secca, quando gli amministratori hanno fatto questo ponte che sembra il ponte di Brooklyn e per inaugurarlo ci hanno portato il direttore dell'Agenzia europea per l'alimentazione, che credo fosse un belga, e quando questo direttore ha detto Bellissimo ponte, peccato che non avete il fiume, gli amministratori della città sembra che non abbiano riso, mentre i parmigiani che dico io devono aver riso parecchio.
Devono aver riso meno, i parmigiani che dico io, quel popolo là con la sinistra inclinazione musicale, quando il sindaco di Parma, un paio di anni fa, dopo che in provincia di Parma una ragazza di diciassette anni era stata uccisa da un ragazzo di Parma ventenne con una ventina di coltellate, e poi questo ventenne era andato a bere in un bar con dei suoi amici e poi aveva preso un taxi e quando era stato il momento di pagare aveva tirato fuori la pistola e aveva ucciso il tassista, il sindaco di Parma, quel giorno lì, quando gli han chiesto cosa aveva da dire di questa cosa lui aveva detto Vuol dire che dopo aver pensato alla città delle infrastrutture, penseremo alla città delle persone. Per i parmigiani con una sinistra inclinazione musicale credo non ci sia stato niente da ridere, a sentire questo cinismo soddisfatto e sconcio e a sentirsi paragonati a delle infrastrutture.
E non c'è niente da ridere adesso che i vigili urbani possono arrestare dei ragazzi di ventidue anni e spogliarli nudi e farli andare avanti e indietro nudi per il loro comando e dirgli robe da schioppi, come dicono a Parma.
Che io, se questa cosa sia o non sia vera, e come siano andate davvero le cose, io non lo so, e non posso saperlo, magari davvero l'occhio nero che ha quel ragazzo se l'è fatto da solo, magari davvero la parola negro su quella busta se l'è scritta da solo, è una cosa difficile da immaginare, ma magari è così. Solo che a me, questa Parma città della tolleranza zero, città della grandeur anche nella lotta ai barboni, agli spacciatori da strada, agli ambulanti e ai negri, dipenderà dal mio esilio, non so, ma a me ormai sembra una città che ha preso il sopravvento, rispetto a quella che conoscevo io.
E questo fatto di quel ragazzo che sembra sia stato arrestato, picchiato, spogliato, insultato dalla polizia municipale di Parma, col pieno appoggio degli amministratori, che hanno il pieno appoggio della maggioranza della popolazione, mi fa venire in mente una cosa che è successa poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, quando ancora abitavo a Parma, due settimane prima di trasferirmi a Bologna.
Poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus e siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori.
Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui.
Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo. Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevam molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato. Io e Tim continuavamo a mangiare il riso. La signora si è rivolta al cameriere e gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa, l'ha diretta contro il muro della pizzeria e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile. Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro. Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Ottobre-2008/art13.html





la forza senza cultura

GAD LERNER
la Repubblica, sabato, 04 ottobre 2008

È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della "tolleranza zero" ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell´inciviltà, ma anche l´ordine pubblico.

Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l´umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all´aeroporto di Ciampino ? quali che siano gli esiti delle indagini ? evidenziano un´impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l´ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai "difensori del territorio". Fino a quando c´è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l´autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.

Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a "Annozero", abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell´eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove "solo quando i morti sono neri"! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second´ordine. Temo che quell´infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.

Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani "a pregare e pisciare nel deserto". Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all´intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di "clandestino" a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l´impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.

Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all´offensiva reazionaria ? l´espediente retorico di una sicurezza che non sia "né di destra né di sinistra"; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio "diritti e doveri" degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d´integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?

Tra i sintomi della regressione culturale c´è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell´integralismo religioso. Persone che hanno avuto l´intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.

http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=8494





Il frutto avvelenato della tolleranza zero

di CURZIO MALTESE
La Repubblica, 1 ottobre 2008

A Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese, Emmanuel Bonsu Foster, e ha scritto sulla sua pratica la spiegazione: "negro". Davano la caccia agli spacciatori e hanno trovato Emmanuel, che non è uno spacciatore, è uno studente. Anzi è uno studente che gli spacciatori li combatte. Stava cominciando a lavorare come volontario in un centro di recupero dei tossici. Ma è bastato che avesse la pelle nera per scatenare il sadismo dei vigili, calci, pugni, sputi al "negro".

Parma è la stessa città dove qualche settimana fa era stata maltrattata, rinchiusa e fotografata come un animale una prostituta africana. L'ultimo caso di inedito razzismo all'italiana pone due questioni, una limitata e urgente, l'altra più generale.

La prima è che non si possono dare troppi poteri ai sindaci. Il decreto Maroni è stato in questo senso una vera sciagura. La classe politica nazionale italiana è mediocre, ma spesso il ceto politico locale è, se possibile, ancora peggio. Delegare ai sindaci una parte di poteri, ha significato in questi mesi assistere a un delirio di norme incivili, al grido di "tolleranza zero". In provincia come nelle metropoli, nella Treviso o nella Verona degli sceriffi leghisti, come nella Roma di Alemanno e nella Milano della Moratti.

A Parma il sindaco Pietro Vignali, una vittima della cattiva televisione, ha firmato ordinanze contro chiunque, prostitute e clienti, accattoni e fumatori (all'aperto!), ragazzi colpevoli di festeggiare per strada. Si è insomma segnalato, nel suo piccolo, nel grande sport nazionale: la caccia al povero cristo. Sarà il caso di ricordare a questi sceriffi che nella classifica dei problemi delle città italiane la sicurezza legata all'immigrazione non figura neppure nei primi dieci posti. I problemi delle metropoli italiane, confrontate al resto d'Europa, sono l'inquinamento, gli abusi edilizi, le buche nelle strade, la pessima qualità dei servizi, il conseguente e drammatico crollo di presenze turistiche eccetera eccetera. Oltre naturalmente alla penetrazione dell'economia mafiosa, da Palermo ad Aosta, passando per l'Emilia.

I sindaci incompetenti non sanno offrire risposte e quindi si concentrano sui "negri". Nella speranza, purtroppo fondata, di raccogliere con meno fatica più consensi. Di questo passo, creeranno loro stessi l'emergenza che fingono di voler risolvere.

Provocazioni e violenze continue non possono che evocare una reazione altrettanto intollerante da parte delle comunità di migranti. Al funerale di Abdoul, il ragazzo ucciso a Cernusco sul Naviglio non c'erano italiani per testimoniare solidarietà. A parte un grande artista di teatro, Pippo Del Bono, che ha filmato la rabbia plumbea di amici e parenti. La guerra agli immigrati è una delle tante guerre tragiche e idiote che non avremmo voluto. Ma una volta dichiarata, bisogna aspettarsi una reazione del "nemico".
L'altra questione è più generale, è il clima culturale in cui sta scivolando il Paese, senza quasi accorgersene.

Nel momento stesso in cui si riscrive la storia delle leggi razziali, nell'urgenza di rivalutare il fascismo, si testimonia quanto il razzismo sia una malapianta nostrana. L'Italia è l'unica nazione civile in cui nei titoli di giornali si usa ancora specificare la provenienza soltanto per i delinquenti stranieri: rapinatore slavo, spacciatore marocchino, violentatore rumeno. Poiché oltre il novanta per cento degli stupri, per fare un esempio, sono compiuti da italiani, diventa difficile credere a una forzatura dovuta all'emergenza. L'altra sera, da Vespa, tutti gli ospiti italiani cercavano di convincere il testimone del delitto di Perugia che "nessuno ce l'aveva con lui perché era negro". Negro? Si può ascoltare questo termine per tutta la sera da una tv pubblica occidentale? Non lo eravamo e stiamo diventando un paese razzista. Così almeno gli italiani vengono ormai percepiti all'estero.

Forse non è vero. Forse la caccia allo straniero è soltanto un effetto collaterale dell'immensa paura che gli italiani povano da vent'anni davanti al fenomeno della globalizzazione. La paura e, perché no?, la vergogna si sentirsi inadeguati di fronte ai grandi cambiamenti, che si traduce nel più facile e abietto dei sentimenti, l'odio per il diverso. La nostalgia ridicola di un passato dove eravamo tutti italiani e potevamo quindi odiarci fra di noi. In questo clima culturale miserabile perfino un sindaco di provincia o un vigile di periferia si sentono depositari di un potere di vita o di morte su un "negro".

http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/prostituta-reazioni/commento-maltese/commento-maltese.html

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domenica, 27 luglio 2008
emergenza



L´invenzione della paura

Adriano Prosperi
La Repubblica 27 luglio 2008

Proviamo a dare all´emergenza italiana i volti dei due bambini morti di stenti nella traversata del Canale di Sicilia. Non conosciamo quei volti e non li vedremo mai più. Ma è quello lo specchio dove gli italiani debbono imparare a guardare le loro paure. Nelle categorie inventate dalla legislazione della paura non ci sono gli esseri umani nella loro concretezza. Vi si parla di clandestini, di saturazione. Queste parole, oltre ad essere astrazioni create per veicolare sensazioni di pericolo e di minaccia, hanno una storia che bisognerebbe raccontare.

Le stesse parole si diffusero nella Francia della seconda metà degli anni Trenta, mentre il regime nazista procedeva alla sistematica spoliazione ed emarginazione della minoranza ebraica che precedette la messa in opera dello sterminio. In Francia una propaganda fondata su quelle parole diffuse e rese incontrollata la psicosi dell´invasione di immigrati ebrei. Si ebbe allora la mobilitazione di associazioni professionali terrorizzate dallo spettro del "troppo pieno" per la temuta concorrenza di una minoranza intellettualmente qualificata. Ne risultò esaltato un filone di antisemitismo ben radicato nella tradizione francese.

E ci furono molte vite umane che fecero le spese di quei timori diffusi tra gente molto per bene: uomini, donne e bambini respinti, reclusi nei campi, costretti a cercare scampo verso gli Stati Uniti o alla frontiera dei Pirenei. Fu qui, per esempio, che si spense l´intelligenza di Walter Benjamin costretto al suicidio. Oggi le promesse di altre vite e di altre intelligenze si spezzano nel breve tratto di mare del Canale di Sicilia. E minaccia di smarrirsi qui qualcosa che ha fatto parte del patrimonio storico del popolo italiano: il sentimento di fratellanza verso gli emigranti, i poveri, i dannati della terra.

Quel sentimento aveva radici nell´esperienza delle comuni ragioni di vita che possono scoprire al di sopra delle frontiere e delle differenze di lingua e di religione solo coloro che sono costretti a farsi strada nel mondo, in mezzo all´ostilità delle burocrazie statali, allo sfruttamento di nuovi padroni e alla diffidenza generale.

Oggi in Italia le cose vanno in direzione opposta. C´è come una sindrome di insicurezza che sta diventando una malattia nazionale. E c´è una politica della paura. Una maggioranza politica vittoriosa per aver cavalcato la sindrome della minaccia dell´ "extracomunitario" – termine che condensa in una parola il rifiuto e la condanna di chi "viene da fuori", è povero, cerca lavoro – si sente oggi costretta a dimostrare di saper mantenere le promesse. Le cose che fa sono sconnesse, sussultorie, frettolose. Per questo risultano spesso controproducenti se misurate sulla base dell´efficacia nel risolvere i problemi. Ma tali non appaiono forse agli occhi di chi assiste all´invenzione quotidiana di nuovi espedienti e immagina che l´agitazione della scena politica e le creazioni verbali che vi si affacciano siano dei fatti capaci di risolvere i problemi e di ridarci la sicurezza perduta.

Non abbiamo ancora chiuso la fase dominata dalla guerra decretata a quel pericolo pubblico che sono notoriamente i bambini rom e già si è aperta la nuova fase delle misure di sicurezza che connotano l´immigrazione clandestina come un potenziale reato. Se i due bambini morti nel Canale di Sicilia fossero arrivati vivi in Italia sarebbero vissuti fra di noi come membri di una specie umana diversa, soggetti a norme penali speciali. Eppure la legge non può che essere generale, valida "erga omnes" . La legge è uguale per tutti: questa frase si legge ancora nei nostri tribunali. Oggi questo principio generale ha cessato di esistere.

Leggi speciali e tribunali speciali ne abbiamo conosciuti nella storia italiana recente: sono stati frutti avvelenati di un regime che ha goduto certamente di largo consenso ma di cui abbiamo pagato le colpe a carissimo prezzo. Il che non impedisce che si torni a elaborare e varare leggi speciali, col risultato di incrinare il principio della nostra Costituzione erede in questo della affermazione che fu rivoluzionaria nel ‘700 e passò poi in tutte le costituzioni liberali e democratiche: il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione. E non va taciuto il fatto che a quei diritti il pontefice regnante della Chiesa cattolica, parlando davanti all´assemblea delle Nazioni Unite, ha riconosciuto un fondamento religioso universale.

Un diritto di quei due bambini era intanto quello di vivere. Invece sono morti, in mezzo al mare, davanti alle coste di un paese che aveva appena scoperto di essere in stato di emergenza. Un paese che si sentiva minacciato da loro.

http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=56286

Postato da: treball a 27/07/2008 20:58 | link | commenti |
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