...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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La montagna elettorale
di Piergiorgio Giacchè
Lo Straniero 94, aprile 2008
Questo articolo uscirà troppo tardi per sperare di partecipare, nel suo e nel nostro piccolo, alla campagna elettorale. Non mi resta allora che dare l’indicazione di un solo voto: il mio.
La campagna elettorale in Italia come si sa è ininterrotta, eppure paradossalmente si affievolisce proprio quando arriva davanti alla montagna elettorale. Dovremmo cominciare a chiamare così il periodo ufficiale dell’apertura dei comizi e della chiusura delle liste, perché da quel momento in poi “qui non si fa politica” ma ci si assesta e ci si allena al gioco del “padron del monte”, che non è una metafora della presa del potere ma una contesa rituale per la monta e la fertilità della nazione. E c’è chi se la vuole fare in piedi – Rialzati Italia! – e chi com’è sempre stato fra bestie, alla pecorina. Stavolta la montagna elettorale incombe poi in primavera e questo ha aiutato la potatura delle alleanze e la fioritura dei sondaggi, l’aumento delle quote rosa e il ricambio generazionale. E così fra donne e giovani, operai salvati dal fuoco e industriali salvati dalle acque, la sinistra si presenta a gareggiare per la magnifica Parte di Sotto; dall’altra, a destra, dietro l’effige restaurata del Capo (chirurgicamente identica a quella di più di un decennio fa), il seguito dei cortigiani e degli avvocati, imprenditori rampanti e pensionati irredenti, giovani fascisti di ieri e soldati federalisti di domani, ripresenta il corteo ormai storico della nobilissima Parte di Sopra. Inutile dirvi chi si siederà sopra il monte citorio. Ma l’importante è avere già vinto, ovvero partecipare.
Uno spirito olimpico fin troppo pacifico caratterizza questa tornata elettorale, con dispetto dei sacerdoti dell’informazione che vorrebbero almeno un testa a testa e magari qualche testa coda per poter fare più spettacolo. Fin dai primi commenti i giornalisti si sono mostrati impazienti e irritati per un fair play che non fa strisciare la notizia: Berlusconi avrebbe sbagliato ad “accettare il terreno di gioco di Veltroni”, quello del coraggio di presentarsi da soli (dopo opportune fusioni e trasfusioni, com’è ormai legge dello sport). Ma è anche vero che Veltroni lo ha facilitato accettando di vendere la partita (altra abitudine sportiva), accontentandosi della riforma del torneo che si sta avviando verso un bipolarismo quasi perfetto.
Attorno ai due maggiori contendenti, gli altri fanno rumore e danno colore con la loro lotta per la sopravvivenza, superando soglie di sbarramento e cercando interstizi di collocamento. Anche loro però non alzano l’ascolto né l’attenzione: il solito carnevale dei poveri, con vestiti arcobaleno e fiaccole tricolori, segni di croce e rose mistiche, su su fino al mistero buffo del partito della vita – versione alta e “culturale” dei più ruspanti partiti della forchetta di una volta. Dalla commedia all’italiana alla tragedia vaticana, finalmente anche gli embrioni hanno diritto al voto. O almeno all’ex-voto di un consunto consigliere del re che ha deciso di ungersi anche lui promuovendosi al ruolo di cardinal nepote.
E pensare che molti continuano a pensare che Ferrara è un tizio intelligente. Ma come si fa appunto a pensare che i politici italiani – incapaci a risolvere i problemi della vita quotidiana – possano svolgere un tema sulla vita pre-natale? Come si fa a investire degli amministratori che già non si raccapezzano davanti all’economia della borsa con discorsi che riguardano la filosofia della vita?
Per fortuna tutti gli hanno risposto che per certi argomenti vale la libertà di coscienza. E nessuno più dei politici può vantare in effetti una libertà dalla coscienza pressoché totale. Anzi, come si sa, il prerequisito per “candidarsi”, è quello di smacchiarsi il peccato originale del pensiero per poter essere più determinati nell’azione. Tutto il contrario di quello che viene richiesto all’elettore-peccatore: dimenticare per sempre la possibilità di un’azione efficace e farsi venire un accidenti di pensiero qualunque che possa giustificare il proprio voto.
A essere sinceri a me non è mai capitato di votare per chi mi pare. E ancora meno per chi mi piace. Da tempo poi – e questa è la cosa più triste – ho capito che questa situazione non è affatto originale ma generale, e forse l’ultima distinzione sta nel fatto di ammetterlo. Anzi, per essere precisi, sta nella mia ostinazione a votare comunque e in fondo a votare chiunque. Non proprio qualunque parte o partito, visto che non sono mai riuscito a uscire dall’area di sinistra; ma nel frattempo anni di bradisismi e smottamenti hanno cambiato le mappe catastali e le liste elettorali oltre la confusione, fino alla comunione.
Non voglio farla lunga sui partiti tutti uguali e sugli arrivati, sempre gli stessi. Voglio al contrario dire che non è vero che non ci sono novità sotto il sole dell’avvenire: a ogni scadenza elettorale il nuovo avanza fin troppo e troppo velocemente. Non è il nuovo che aspettavo, ma proprio questo rende più autentica e sorprendente la novità di elezioni che, almeno per me, non costituiscono più un’occasione politica ma appena una tentazione apotropaica. In fondo io le aspetto e le uso per fare gli scongiuri: ieri, per fingere di fare il tifo per una squadra che perde; oggi, per fare il malocchio a un campione che non c’è. Sempre, per scommettere sulla sconfitta di qualcuno piuttosto che sulla vittoria di tutti (come invece regolarmente succede). Insomma, anziché fare una croce su una scheda per me è come giocare una schedina, che ha una possibilità su un miliardo di vincere e nessuna di convincermi. È poco, è risibile, è anzi ridicolo, ma tant’è: non riesco ad astenermi. C’è gente che smette di votare e si sente meglio – mi dicono. Anche smettere di fumare è salutare, ma non ce la faccio.
Andrò a votare dunque, ancora una volta, inevitabilmente. E dovrò scegliere come e per chi, o meglio cosa e contro chi. Sogno un futuro con delle elezioni davvero democratiche come quelle del Grande Fratello, in cui si possa finalmente votare non solo per qualcuno ma anche contro qualcun’altro. Scommetto che sarebbero in tanti a scegliere il voto negativo, anziché quello di fiducia o di clientela o di simpatia. Non cambierebbe nulla sul piano del governo ma si abbasserebbe la protervia del potere. Alla fine, fatta la somma algebrica, il partito vincente potrebbe vantare un risultato sotto zero appena migliore dei partiti perdenti. Dovrebbe ammettere che è il meno odiato ma non il più amato degli italiani. Con il vantaggio di diminuire l’arroganza del potere e di aumentare la responsabilità del servizio.
Ma questo all’elettorato non piace. Gli sembrerebbe il giorno del giudizio e non quello dell’“È sempre Natale” e della collettiva identità. In verità, io invidio quelli che ancora giocano la schedina insieme, come facessero un sistema. Il mio “gratta e non vinci” è invece solitario, e nella migliore delle ipotesi si verifica sempre il peggiore dei risultati.
I risultati questa volta si sanno dall’inizio, tanto che Berlusconi li ha ripetuti durante tutta la campagna soltanto per abituarsi e per farsi coraggio. Gli toccherà di governare e – a conti fatti e a cause penali chiuse – la faccenda lo diverte poco o niente. Lui è un televisivo, anzi un televisore che preferisce trasmettere più pubblicità e meno programmi. Il fatto che fin dal primo giorno abbia già venduto il prodotto, ha svuotato la sua azione di propaganda “porta a porta” e spento quasi del tutto la sua eccitazione. Avendo cioè vinto da subito le future elezioni, non c’è gusto né durata nella sua erezione. È una vittoria precox, ma in più non è nemmeno una vittoria conquistata da lui ma sancita da un Elettorato ormai diventato autonomo persino dal suo alto fattore.
Un elettorato per il quale non valgono i sondaggi ma servono i carotaggi, visto che si è solidificato, stratificato e infine identificato con quasi tutto il territorio di questo nostro paese di merda. Mi spiego meglio, l’elettorato prima di dividersi in destra e sinistra, è tutto intero e ormai lo sa. Oggi non ha più bisogno di un radicamento, perché si spalma come un comportamento pervasivo anche senza nessuna idea persuasiva. Non servono più le sezioni e le parrocchie dei vecchi partiti di massa. Oggi è la massa che è un partito, e il voto non va più inseguito, orientato, conquistato. L’elettorato è già convinto ed ha già stravinto: è lui che fa il risultato molto prima che si giochi effettivamente la partita. In altre parole, lui è già dall’altra parte della montagna quando i partiti cominciano appena la loro campagna.
È davvero il caso di dire – ma stavolta a Berlusconi – “ben scavato vecchia talpa!” Ormai la cosiddetta stragrande maggioranza degli elettori sta dalla parte dell’interesse privato contro ogni atto pubblico, dell’egoismo pietoso e dell’altruismo peloso, del malcostume e della maleducazione, della comodità della sudditanza e della vocazione al servilismo, del familismo senza più famiglia (promossa a valore aggiunto) e del clientelismo senza più azienda (riconosciuta come valore primo). L’elettorato in definitiva sta aspettando che i partiti arrivino fino a lui, e se ne frega dei piccoli passi dei loro programmi e delle grandi balle delle loro promesse: sta aspettandoli dove ancora non osano arrivare, al nucleare e alla pena di morte, ai lavori forzati e alla castrazione chimica, alla differenziazione fra i sessi e alla disuguaglianza fra le etnie, alla libertà del profitto e alla selezione per merito, eccetera e ancora eccetera e purtroppo eccetera. Non tutti gli elettori la pensano così, ma sanno di partecipare a un elettorato che tutto intero obbedisce alla dittatura delle maggioranze e funziona con la stessa inerzia e la stessa potenza dell’audience: un corpaccione globale sempre soddisfatto o assuefatto, che manda in onda le commoventi storie di singole miserie e singolari disgrazie, ma manda in orbita soltanto l’immagine plurale e imperiale di sé.
Ebbene, l’elettorato stavolta ha già svoltato prima di votare. Il risultato delle elezioni non possono che confermarlo per quello che è, e soprattutto per quello che non è. Non è più ad esempio sinonimo di Popolo (se non in Lombardia); ancor meno c’entra con la Nazione (dell’ex-alleanza di Fini) ma nemmeno con la nazionale di calcio presa a modello da Forza Italia; infine non ha ovviamente nessun rapporto con lo Stato di cui è il tradizionale anticorpo. Ma la sua vera novità e la sua completa autonomia sta nel fatto che non ha più niente a vedere con la Società. O forse è la società che non si fa vedere da tempo e che l’elettorato non riesce più a surrogare.
Non c’è un sociale riconoscibile, da vivere o appena da bere. Non c’è un tessuto di rapporti solidali o un insieme di attributi identitari a cui, per così dire spontaneamente, si possa o si voglia fare riferimento. Quando i partiti si rinnovano prendendo “prestiti” dalla società civile, ieri ci si chiedeva quando poi glieli rendono, oggi invece dovrebbero spiegarci dove li prendono.
Forse la sola differenza fra un professionista prestato alla politica e un professionista della politica è che il secondo non ha un vero mestiere. Se non dovesse essere eletto, un politico cosa fa? E dove va? Lo sapremo seguendo il destino del povero Mastella, traditore per amore. Ma, per non sparare sulla croce rossa, siamo sicuri che D’Alema potrebbe lavorare all’estero? Che Buttiglione vivrebbe di filosofia? Che Veltroni si metterebbe a fare cinema e Bertinotti la rivoluzione? Forse solo Berlusconi può tornare a fare il finanziere, ma dovrebbe stare all’erta quando passa la finanza… Insomma i politici hanno un mestiere ingrato e – da oggi, forse – vita breve. Possono anche essere presi in prestito dalla società, ma non vi possono più tornare, se è vero che sotto i loro occhi ma anche le loro mani, si è man mano volatilizzata.
Se l’Elettorato non fa rima né si lega con niente altro, vorrà dire che le Elezioni sono quindi e infine una festa: l’unico e ultimo momento dove una popolazione dispersa si finge e si celebra come corpo sociale. Si prende un giorno e mezzo di vacanza dal suo ordinario sfacelo e si ricompone dentro l’urne, mimando una libertà, una uguaglianza e perfino una rissosa fraternità che non ha altri riscontri né conseguenze, nemmeno il giorno dopo. Il giorno dopo il dì di festa, l’elettorato se ne frega dei problemi del paese, in un certo senso si dimentica perfino dei politici che ha votato.
Saranno loro – i politici – ad affacciarsi cinque volte al giorno in televisione per ricordare all’elettore la loro presenza, saranno loro a riempire di gossip la stampa e a litigare come il pubblico finto di uomini & donne, come i tronisti e le veline e i piccoli grandi fratelli. Nella speranza di fare audience, e cioè di titillare e magari resuscitare il fantasma dell’elettorato.
“Perché votare” non è più una domanda da porsi. A una festa non si può mancare senza peccare d’orgoglio e di stupidità. Non vale più il dubbio amletico di quel film dove l’astensione o la partecipazione a una festa potevano comportare un’uguale speranza di essere notati. Oggi né l’una né l’altra scelta contano, e l’unica differenza sta semmai nell’essere contati o viceversa nell’essere dati per scontati. L’astensione non è più un atto ma soltanto un fatto. E in tempo di elezioni i fatti non valgono quanto le opinioni.
“Per chi votare” è infine un falso problema. Il vero è sempre stato “contro chi”. Mettendola giù così, si evita di rifare l’elenco degli infingimenti utili e delle precauzioni necessarie, dal naso turato agli occhi chiusi alle mani davanti e soprattutto dietro. Qui non si fa politica e per un bel pezzo non la si farà più. Armati della schedina si può soltanto cercare di scommettere uno contro milioni sulla impossibile sconfitta di Berlusconi. Altri cinque anni di Popolo e di Libertà significherebbero – anzi significheranno, prepariamoci – l’assestamento definitivo di atteggiamenti malsani e di comportamenti odiosi, di valori finti e di norme sbagliate, in una parola di una atmosfera culturale francamente irrespirabile. O peggio, contagiosa.
Il cambiamento sarebbe auspicabile è vero, ma ora si tratta di scongiurare il perfezionamento di una già avvenuta mutazione. Un altro mondo non è possibile, e comunque non è questo il momento di parlarne. Ci si potrà lavorare nei giorni feriali, ma non c’entra nulla nel momento festivo della macabra scadenza elettorale.
Anestetizzati
di Goffredo Fofi
Lo Straniero 94, aprile 2008
In Italia, si ha da tempo l’impressione di un intero paese, di un’intera cultura anestetizzati. Dalle anestesie, si sa, ci si può risvegliare molto male – con la possibilità di trovarsi di fronte, per esempio, realtà nuove e terribili, come il “figlio di Iorio” di una rivista di Totò che si ridestava nella Roma dell’occupazione tedesca. Ma capita anche che non ci si risvegli affatto, precipitando direttamente nel nulla della morte o nelle nebbie di un coma profondo, irreversibile. Il “ritorno alla vita” è sempre traumatico, anche quando è quello di Lazzaro: se ci sarà, non sarà semplice e a scontarlo maggiormente saranno proprio gli ignavi che si sono lasciati addormentare (fuor di metafora: che si sono lasciati ammazzare la coscienza, cioè la capacità di ragionare sulla propria condizione, nel quadro dello stato del mondo ).
Ad anestetizzarci sono stati – e lo hanno fatto, bisogna dirlo, con molta abilità – giornalisti politici preti insegnanti intrattenitori (ce ne sono che vengono detti animatori, quando il loro lavoro è di disanimare, distraendo da ciò che conta), e nel caso dei giovani lo hanno semplicemente fatto gli adulti, e i mercanti e pubblicitari che stanno alle loro spalle. I mercanti, soprattutto. Mercanti di tutto, perfino del trascendente e del sacro. Le colpe variano, ma sono colpe e vanno chiamate con il loro nome. Si presume di solito che gli alienati abbiano meno colpe degli alienanti, ma anche questo si può ormai metterlo in discussione: non vediamo all’intorno innocenti, nel presente stato delle cose tutti hanno – tutti abbiamo – le nostre responsabilità.
Ci sono molti tipi di anestetizzati. Ci sono quelli – vecchi – che, venuti dalla povertà, hanno sposato tutti i modelli che vengono loro riservati dai diversi poteri, di una ricchezza raggiungibile solo nelle sue parodie e risibili scopiazzature; ci sono quelli – adulti – che semplicemente non hanno avuto altri orizzonti che le merci e hanno assistito, raramente vivendola direttamente, all’epoca delle ribellioni, e dalla loro sconfitta hanno introiettato un quotidiano cinismo, subendo la scomparsa di un’identità di classe che si riduceva via via alle rivendicazioni corporative e si assuefaceva, ora istericamente ora malinconicamente, alla crisi dello stato assistenziale; e ci sono quelli che – giovani e giovanissimi – sono cresciuti dentro un sistema di “pensiero unico”, dentro un’“unica proposta di vendita” che riserva ai suoi clienti-sudditi solo insignificanti e miserabili varianti.
Sono forse questi i più disastrati dei nostri connazionali, perché non hanno avuto e non hanno termini di paragone, non sanno che sono esistiti altri modi di essere e di affrontare la vita. Ma se si dovesse precisare quale categoria di anestetizzati ci sembra la più tipica di questi anni, ebbene, è quella trasversale che va oltre le distinzioni di età e di ceto e perfino di cultura, quella che riguarda noi stessi e i nostri immediati vicini, le aree politiche ed etiche cui pensiamo di appartenere. È qui che le cattive abitudini cresciute dal fallimento dei movimenti e delle speranze di rinnovamento, alla fine degli anni settanta e dentro gli ottanta, si sono radicate e ramificate e hanno compiuto il disastro. Erano gli anni in cui il terrorismo e il socialismo craxiano hanno creato una diffusa falsa coscienza (ma in moltissimi si trattava di mera ipocrisia e di mero cinismo) che ha allontanato chi credeva nell’intervento pulito nelle situazioni, e nella possibilità di una politica (di un movimento) che desse alla pluralità dei modi dell’intervento un senso collettivo. Né bastava ovviamente a produrre nuova morale la pelosa demagogia di questo e di quello, dai Fo ai Di Pietro ai Grillo non c’è altra abbondanza! I militanti di un tempo e gli insoddisfatti da loro sollecitati si sono trovati da un lato spossessati di questa possibilità dalla piccola borghesia stalinista del terrorismo, per quanto numericamente ristretta, e dall’altro dalla pacificazione amorale proposta da Craxi nel segno del denaro (e dai teorici del pensiero debole, della “fine della Storia”).
Si è reagito – credo i migliori – con il fenomeno breve del volontariato, dell’associazionismo e del terzo settore, ma a dar loro cemento non poteva bastare una morale cattolica con un super-io fiacchissimo, accomodante e accomodantissimo, nei confronti della realtà e del potere. Nel mentre che altre indicazioni erano assenti. Questo fallimento è stato il fallimento di un’ultima reazione possibile venuta dalla base, dalla sensibilità ai bisogni più veri e da un rapporto diretto con la realtà, perché, se i “comunisti” si erano fascistizzati (il terrorismo) o adeguati (il Pci, con tutti i suoi successivi, irrefrenabili, ridicoli cambiamenti di nomi e di stemmi e riverniciatura di facce, oggi centrale quella del più americano dei salvatori della patria che si contrappone al più clownesco emblema degli arricchiti, primaria piaga della nazione) i cattolici non se la passavano meglio, con l’invadenza e l’arroganza degli ultimi papa-divi e dei loro ruini, e i primi maestri d’ipocrisia erano pur sempre i cosiddetti laici, capitanati da facce di tolla alla Agnelli (la struttura cioè la rapina) e alla Scalfari (la sovrastruttura cioè l’imbiancamento dei sepolcri, il paravento per la rapina). Col tempo, si è cementificato in tantissimi, e diciamo pure nei migliori o quantomeno in coloro che amano credersi e presentarsi come i migliori, un modo di essere che sarebbe parso, pochi anni prima, inaccettabile e che invece veniva rivendicato come il giusto modo, la scelta più seria: far bene le proprie cose, una presunta onestà nei comportamenti professionali e privata, il tifo per le rivoluzioni altrui (vere o finte, preferibilmente latinoamericane), e magari l’adesione in qualche eclettica maniera alle iniziative di pace e di carità, alle buone azioni (preferibilmente africane), e finalmente la delega ai politici (ai partiti, magari a quelli più sbraitanti) delle scelte collettive. Convinti che il singolo nulla più può, ma che può sentirsi in pace con la sua coscienza per il “ben fare” di incidenza collettiva zero, e che a volte è servito solo a oliare la macchina, a dare fiacco vigore a meccanismi sgangheratissimi. Ci si accontenta davvero di poco, e sembra una gran fatica anche la ricerca di analisi e idee più serie, quando è così facile avere a portata di mano un mucchio di idee tranquillizzanti, che ci fanno sentire migliori a buonissimo mercato.
È questa l’anestesia peggiore e la più grave, quella di chi ancora pensa di stare nel giusto; è questa la forma di viltà più detestabile, la più ipocrita di tutte. Ne consegue per esempio, tra i tanti danni, che gli anestetizzati non avvertono più i cambiamenti di clima, il crescere delle corruzioni, lo scollamento delle persone e dei gruppi e perfino dei territori da qualsiasi progetto o idea comune che non sia di denaro e di consumo. Nessuno sembra più avvertire la necessità, oggi davvero assoluta, di legare i fatti alle idee, le azioni al pensiero, e di non accontentarsi di quella parodia di salvezza che è l’eterno farsi i fatti propri magari gridando convinzioni radicali... L’anestesia peggiore è quella nostra e dei nostri amici, con la sua accettazione di un quieto vivere sonnambulico e la soggiacente, incancrenita paura di ogni rischio, di ogni possibilità di affidarsi alla propria diretta e personale responsabilità. Mentre la rovina cresce, e i tempi stringono.
http://www.lostraniero.net/pagine/uno.html
La Cdl ora punta sul referendum Devolution, si voterà il 18 o 25 giugno. Lo deciderà il governo di centrodestra forse già la settimana prossima. «Sarà un'occasione di rivincita» dichiara felice il leghista Maroni. Sicuro di avere dalla sua non solo il ruggente cavaliere, ma anche Fini e Casini. Intanto Berlusconi medita l'ultimo sgambetto, rimanere barricato a palazzo Chigi anche dopo l'insediamento di camera e senato GIOVANNA PAJETTA il manifesto, 21 aprile 2006 Sarà il 18 o il 25 di giugno e la decisione potrebbe essere presa già giovedì prossimo. La data del referendum sulla nuova Costituzioneverrà infatti decisa dal governo, purtroppo ancora in carica, di Silvio Berlusconi. Ed è un compito che il consiglio dei ministri si prenderà più che volentieri, visto che l'intera Casa delle libertà pare aver ormai tratto il dado. La devolution, come la vulgata chiama la riforma, sarà infatti, per usare le parole di Roberto Maroni, «dopo le amministrative, la vera grande occasione di rivincita del centrodestra».L'affermazione è di parte, la Lega si sa è appesa mani e piedi al referendum, ma oggi assume un significato particolare. Mercoledì infatti Maroni e il suo collega Calderoli hanno passato ben due ore con il cavaliere. Rabbioso e deluso, Silvio Berlusconi ha illustrato ai leghisti la sua linea di condotta di qui in avanti. Guerra totale, o ancor meglio guerriglia senza quartiere nella dichiarata speranza di far cadere il governo di Romano Prodi prima dell'approvazione della prossima finanziaria. Il primo campo di battaglia, il più facile e a portata di mano, è ovviamente palazzo Madama. La sua presidenza (qui nulla è ancora deciso), ma forse ancor di più le presidenze delle sue commissioni. Approfittando della esigua, per non dire risicata maggioranza dell'Unione, la Casa delle libertà potrebbe infatti tentare di impossessarsi di una o più poltrone. Ma poi, inevitabilmente, sul tavolo del colloquio tra i leghisti e il cavaliere è comparsa proprio la questione referendum.Già martedì il consiglio federale della Lega aveva dato il via alla campagna. Affidando a un neonato organismo il compito di portare la battaglia sul territorio e coinvolgere gli alleati, dandosi l'ambizioso obiettivo di arrivare al più presto alla costituzione di «comitati per il sì» targati direttamente Cdl in ogni provincia. E forse non sarà così difficile come temeva più d'uno in via Bellerio. Silvio Berlusconi si è dimostrato infatti più che convinto dell'idea, assetato com'è di rivincita. Anche Gianfranco Fini del resto avrebbe garantito il suo pieno appoggio e, a sorpresa, persino l'Udc avrebbe giurato che questa volta non si tirerà indietro. «Noi saremo impegnati a sostenere le ragioni del sì - dichiarava già qualche giorno fa il centrista Luca Volontè - Non siamo entusiasti di alcuni parti, ma tutti i nostri emendamenti sono stati accolti e ora non possiamo sottrarci alla battaglia comune nella campagna referendaria». A garantire che alle parole seguiranno i fatti pare del resto sia stato proprio Pierferdinando Casini, che ieri mattina si sarebbe visto a tu per tu con Berlusconi e Fini. Per opportunità più che per convinzione s'intende, ma forse anche perché in questi giorni è diventato davvero difficile dire di no al furioso cavaliere di Arcore.Alternando momenti di sconforto («basta, mi ritiro, in fondo tutti si ritirano a settantanni») a momenti di ira pura (uno dei suoi obiettivi preferiti è il povero Mirko Tremaglia), Silvio Berlusconi pare in realtà deciso a vendere cara la pelle. Si è buttato a corpo morto nella campagna per le amministrative, decidendo di fare il capolista sia a Milano che a Napoli, già oggi sarà a Trieste per un comizio. Ma, soprattutto, passa le giornate a pensare a come fare danno. L'ultima trovata riguarda proprio il quando mai lascerà palazzo Chigi. Per le dimissioni del governo uscente non esistono infatti regole scritte, c'è chi si è ritirato già prima del voto (come fece Giuliano Amato) e chi invece lo ha fatto il giorno dell'insediamento delle nuove camere. Ma la prassi istituzionale, si sa, interessa poco o nulla al cavaliere. «Non c'è nessun motivo per cui il presidente del consiglio si dimetta, visto che il governo resta in carica fino alla formazione del nuovo esecutivo» sibilano così dalla parti di Forza Italia. Del resto è ben più che un puntiglio. Se davvero Berlusconi rimarrà barricato dietro il portone di palazzo Chigi, sarà ancora più difficile, per non dire pressochè impossibile per Romano Prodi ottenere l'incarico di premier dalle mani amiche di Carlo Azeglio Ciampi.http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/21-Aprile-2006/art77.html
Avviso ai naviganti di Antonio PadellaroL’Unità, 21 aprile 2006In questi giorni accade che numerosi lettori (ed elettori) del centrosinistra chiamino l’Unità, o scrivano al giornale per esternare un giudizio così riassumibile: cominciamo male. Il verbo si riferisce a quello che dovrebbe essere l’avvio di una nuova stagione politica dopo la vittoria dell’Unione e la sconfitta di Berlusconi. L’avverbio definisce uno stato d’animo, chiamiamolo di forte perplessità davanti a come questo inizio si manifesta. La questione delle presidenze delle Camere, con Prodi costretto a scegliere tra D’Alema e Bertinotti per il più alto scranno di Montecitorio; con la Margherita inflessibile su Marini a palazzo Madama; con Mastella che fa le bizze, e così via. Non crediamo neppure che la rinuncia del presidente dei Ds, un gesto che gli fa onore perché antepone la tenuta dell’Unione alle aspirazioni personali, cambierà l’umore dei tanti lettori-elettori.Apprezzeranno, ma non potranno non osservare anche l’altra faccia della medaglia, quella dell’aut aut attribuito al leader di Rifondazione nell’ultimo colloquio con Prodi: o così o appoggio esterno. Perché, si chiederanno, il senso di responsabilità, lo spirito di sacrificio, la lealtà nei confronti della coalizione che Prodi riconosce a D’Alema e ai Ds deve essere a senso unico? Perché queste incomprensioni, e questi comportamenti, da parte di chi fino a ieri marciava unito e compatto per salvare l’Italia e che ora sceglie la linea del fatti più in là perché ci sono io?Senza drammi, noi pensiamo che un giornale, e questo giornale in particolare, davanti al sorgere di un sentimento critico che tocca questa o quella parte di uno schieramento politico sul quale si ripongono tante speranze debba porsi, e debba porre alcune domande. Prima di tutto: si tratta di rilievi realmente fondati? E quanto condivisibili?Probabilmente, lo stato d’animo di chi telefona o scrive per lamentarsi risente in negativo di tutte le ansie, di tutte le complicazioni, di tutte le trappole che il popolo dell’Unione ha incontrato sul suo cammino prima di poter pronunciare la parola vittoria.Un grido che si è come strozzato in gola la notte del 10 aprile quando tutti stavamo per essere risucchiati nell’incubo peggiore e siamo rimasti aggrappati alla zattera di quei 24mila voti, apparsi per giorni e giorni, sotto il fuoco della destra, troppo pochi e vacillanti per riuscire a festeggiarli davvero. Certamente, poi, dovendosi scegliere le personalità di garanzia al vertice delle istituzioni non appare serio liquidare la ricerca di un legittimo equilibrio tra le forze principali della coalizione come se si trattasse della solita spartizione. E forse, si dirà anche, il rebus degli incarichi, per la cui soluzione il premier in pectore ha chiesto ancora due giorni di tempo, non è in fondo il consueto problema legato alle umane ambizioni e affrontato da tutti i suoi predecessori in sessant’anni di democrazia?Ma è proprio qui che va tracciata una riga netta e invalicabile tra ieri e oggi, poiché tutto o quasi tutto può essere spiegato nella tensione di queste ore tranne una normalità che non esiste. Non stiamo vivendo in un qualunque passaggio di potere da prima repubblica, quando il cursus honorum era scandito dai codicilli del manuale Cencelli. E non siamo neppure in un clima da seconda repubblica, arroventato, di forte contrapposizione ma pur sempre mantenuto nei limiti della legalità repubblicana. Insomma, come si fa a non vedere la condizione di emergenza politica, economica e morale in cui versa l’Italia? Dov’è la normalità in un Paese squassato da cinque anni di autocrazia padronale, con i conti per aria, ridotto alla crescita zero? E cosa c’è di regolare con un premier sconfitto che insiste a non riconoscere il successo dell’avversario e cerca anzi di avvelenare la vita civile della nazione spargendo tra i suoi elettori la calunnia del voto truccato e quindi di una sorta di golpe ordito dalla sinistra per conquistare il potere? E dove e quando mai potrà esserci un ordinato confronto parlamentare se, sempre l’ex premier, da vero caimano, minaccia di mettere in campo tutti gli espedienti possibili per paralizzare l’attività parlamentare del nuovo esecutivo?Con un Paese da risollevare, un margine ristretto al Senato e un’opposizione seduta sulla riva, pronta a creare le condizioni per una immediata rivincita elettorale, come si fa a non rendersi conto di quanto sarà difficile la navigazione che attende Prodi e i ministri dell’Unione? Si può affrontare questo equilibrio delicatissimo tirando di qua e di là rischiando di strappare tutto? Ed è giusto rischiare di mettere in crisi l’unica, vera speranza che ha l’Italia di andare avanti, e di non tornare nelle braccia di Berlusconi, per avere Montecitorio o il ministero della Difesa? E quei 19 milioni di elettori che per l’Unione hanno dato l’anima non meritano una maggioranza dove ciascuno sia capace di rinunciare a qualcosa per il bene di tutti? Sarà retorica ma è l’unico modo per farcela. Questo diciamo, senza polemica alcuna, all’onorevole Bertinotti che stimiamo. Convinti che giorni migliori arriveranno.apadellaro@unita.ithttp://www.unita.it/index.asp?sezione_cod=CMTO
L'amarezza del "lider Maximo": ora non candidatemi più a niente Il segretario: se affrontiamo così il Colle, buonanotte. IL RETROSCENA. Lo sfogo di D'Alema: trascinati in un vicolo cieco. Se ho perso la partita, ci ho guadagnato in dignità di MASSIMO GIANNINILa Repubblica, 22 aprile 2006"CONTENTI? La finirete adesso di dire che ci dilaniamo nello scontro sulle poltrone. La finirete di raccontare la storiella dei partiti famelici che si azzuffano e se ne fregano dei 19 milioni di elettori...". Alle 10 e mezzo della sera, da una calda Riviera Adriatica ancora immersa nella campagna elettorale per le amministrative, Massimo D'Alema commenta ironico la Grande Rinuncia al quale l'ha costretto il "lodo" Prodi-Bertinotti sul vertice della Camera. Il gesto appare nobile. Ma il sacrificio politico che impone è alto. L'amarezza personale che comporta è tanta. "Mi dispiace - spiega il presidente diessino - ma in questo tunnel devastante ci siamo stati tutti troppo a lungo. Era ora che qualcuno si prendesse la briga di uscirne fuori, e compisse un gesto di responsabilità...". Ancora una volta quel qualcuno è un Ds. Anzi, è il leader che più di ogni altro ne rappresenta, nel tempo lungo della politica, la forza e il limite.A un'analisi sommaria, si potrebbe dire che da questo primo, aspro conflitto interno alla nuova maggioranza esce sconfitto proprio lui, D'Alema. E proprio il suo partito, la Quercia. Ma sarebbe un giudizio sommario e ingeneroso. Lui stesso prova a negarlo. "Adesso - racconta in un baccano di stoviglie e di chiacchiere da tavola - non parlate di disastri e di disfatte. Io sono sereno: sto qui, in un ristorante a Milano Marittima, a mangiare il pesce con un po' di amici e con il nostro neo-senatore Mercatali, che per inciso voterà diligentemente per Franco Marini. Mi impegnerò e ci impegneremo, come sempre, per il bene dell'Ulivo...".Eppure, da questo primo test sulla tenuta del centrosinistra che ha vinto per un soffio le elezioni escono male un po' tutti. Le persone, innanzi tutto. Romano Prodi è arrivato a questo appuntamento su un abbrivio di sondaggi che davano l'Unione vincitrice al voto del 9 aprile già da dicembre dello scorso anno. Avrebbe dovuto affrontare questo delicato snodo istituzionale non solo con un programma, ma anche con un organigramma. Non solo concordato, ma di fatto già blindato. Non è stato così, e i risultati si sono visti. Fausto Bertinotti ha portato all'incasso il suo successo elettorale in modo alquanto discutibile. Non su una grande questione politica come la nazionalizzazione dell'energia. Ma sulla lottizzazione degli incarichi. Non sulla guerra in Iraq. Ma sulla guerra delle poltrone.Ma il bilancio è squilibrato anche dal punto di vista delle politiche. La legislatura, formalmente non ancora cominciata, nasce simbolicamente con un atto che mortifica la componente riformista dell'alleanza, e premia invece quella antagonista. Alla Camera l'Ulivo, anche se non ha esaltato le masse, esce comunque dalle urne con un non disprezzabile 31,3% di consensi. Rifondazione, anche se ha migliorato la sua performance, non ha comunque superato il 5,8%. I rapporti di forza hanno pur sempre un loro significato.Questa palese sproporzione tra l'esito elettorale e il "dividendo" istituzionale non è un buon viatico per l'alleanza. Soprattutto alla luce di un risultato che dimostra che questa Unione, nonostante la vittoria, non riesce a sfondare nell'elettorato del Nord produttivo e del ceto che un tempo si sarebbe detto "borghese". Il centrosinistra non ha molto da guadagnare ma ha invece tutto da perdere, se nel discorso pubblico comincia a passare il mito e il rito dei "lunedì di Massa Martana": i pranzi riservati tra Prodi e Bertinotti, in cui si stabilizza in modo unilaterale l'asse politico della coalizione. Proprio come i "lunedì di Arcore", quando Berlusconi e Bossi decidevano tutto nelle loro ricche cene a due, mentre a Roma digiunava l'anoressico sub-governo Fini-Follini.D'Alema segnalava questo pericolo, paradossale e speculare, già da un pezzo. Martedì scorso aveva lanciato il suo primo allarme con Fassino: "Caro Piero, le cose stanno prendendo una piega che non mi piace. Io, che non chiedo niente e non mi candido a niente, rischio di ritrovarmi ingaggiato in un duello rusticano assurdo con Fausto. Rischiamo di uscirne con le ossa rotte. Non solo io, che sarebbe il male minore, ma tutto il partito...". Anche se il responso elettorale è stato di poco superiore al minimo storico del 2001, la Quercia è e resta pur sempre il primo partito del centrosinistra. Possibile che resti fuori dall'intera "geografia istituzionale" del Paese?Possibile. Lo riconosce anche Fassino: "Avevamo già capito da due giorni, che il film sarebbe finito così...", diceva ieri sera il segretario. Per questo D'Alema aveva meditato il clamoroso passo indietro, già dall'inizio della settimana, quando aveva visto le esitazioni di Prodi e le rivendicazioni di Bertinotti. "Lo confesso - si sfogava mercoledì scorso - sono piuttosto disgustato. Non cerco incarichi, non voglio poltrone. Perché mi devo trovare in questo tritacarne? Se dovessi seguire il mio istinto, manderei tutti a quel paese, subito...".Invece ha provato a resistere. E con lui Fassino, nella convinzione che, alla fine, il Professore avrebbe convinto il leader del Prc. Sulla base di un ragionamento politico, non certo di un interdetto personale. "Se Fausto la spunta, il primo segnale politico che diamo è che siamo un'altra volta ostaggio dei post-comunisti. Come nel '96...". Non solo: "Vi rendete conto o no del rischio che corriamo?", si chiedeva il presidente Ds: "Se Bertinotti fa il presidente della Camera, chi si occupa di Rifondazione? Con tutto l'affetto e il rispetto, ci porta Caruso e Luxuria in Parlamento, e poi tocca a noi gestirli?".L'altro ieri sera è tornato a spiegare a Prodi le sue ragioni. Eccole: "Noi siamo una forza responsabile. In questi anni abbiamo dato il sangue a questa coalizione e al partito democratico. Personalmente ho sostenuto Romano in tutta la sua battaglia, comprese le primarie e la lista unitaria. Decida lui. Ma sappia che la scelta non è indolore. E sappia che stiamo dando un'immagine disastrosa agli elettori. Siamo ancora in campagna elettorale, se il Polo ci strappa Milano, la Sicilia e qualche altra città sono dolori veri...". Fassino è stato ancora più duro: "Romano sa come stanno le cose: i patti erano chiari, ben undici mesi fa avevamo raggiunto un accordo sul fatto che, se avessimo vinto le elezioni, la presidenza della Camera sarebbe andata a Massimo, per ragioni di equilibrio politico e di prestigio personale. Possibile che non mi posso più fidare? Possibile che serva il notaio anche tra di noi?".Visti i fatti, possibile. Ancora una volta. "Fausto ci ha trascinato in un vicolo cieco - masticava amaro D'Alema, nelle sue riflessioni dal ravennate - o la presidenza della Camera o il ministero degli Esteri o l'appoggio esterno. Era un gioco al massacro folle. Non si poteva reggere. Ho perso la partita? Non credo. Sicuramente ci ho guadagnato in dignità. Per me la politica è fatta anche di altre cose, non è mai stata questione di poltrone...". Fassino era ancora più drastico: "Fausto ci ha messo di fronte a un ricatto. La Farnesina, poi... Con tutto il rispetto, mandavamo lui a fare i vertici con Condoleezza Rice?".La vulgata vuole dunque che alla fine tutte la colpe ricadano un'altra volta sul "cashemere di lotta e di governo". È così? Forse no. Forse non basta. Il presidente diessino, in questi giorni, ha allargato spesso e volentieri il suo giudizio critico: "Devo essere sincero? Mi pare che tutta la gestione di questa fase sia stata professionalmente catastrofica...". Tutti i leader hanno qualcosa da farsi rimproverare. Forse lo stesso D'Alema, che conoscendo da 15 anni la testarda ostinazione del pansiano "Parolaio Rosso" doveva prevedere lo show down, ed evitare di tirare la corda fino alla rottura.Resta da chiedersi che succede adesso. Che faranno i Ds? C'è chi racconta di un presidente e un segretario avvelenati, e pronti a consumare ogni tipo di vendetta su Prodi e sugli alleati, magari rimettendo in discussione la stessa candidatura di Marini alla presidenza del Senato. "Purissime idiozie - sibila D'Alema - chi pensa che noi stiamo qui a covare complotti è solo un cretino. Lavoreremo per rimettere insieme i cocci del centrosinistra, piuttosto. Come abbiamo sempre fatto, d'altra parte...". La questione è se per la Quercia, dopo il danno e la beffa, esiste un risarcimento tollerabile e possibile. C'è chi ipotizza il ministero degli Esteri proprio per D'Alema, magari. "Non esiste al mondo - taglia corto lui - chi dice che abbiamo già concordato una nuova spartizione degli incarichi di governo è solo un mascalzone. Io nel governo non ci entro manco morto. Non è una ritorsione, sia chiaro. È giusto che ci entri Fassino, invece...".Qualcuno, più audace, si spinge a immaginare che l'unico "indennizzo" accettabile, per il Baffino di Ferro piegato ancora una volta dalle logiche di coalizione, sia l'ascesa sul Colle più alto. D'Alema sbotta: "E no, adesso basta con questo giochino! Fatemi il favore, non associate più il mio nome a nessuna carica. Non vorrei essere costretto a un altro diniego preventivo...". Fassino, da Roma, è corrosivo: "Massimo al Quirinale? Meglio non parlarne. Se gestiscono la questione come hanno fatto per la Camera, buona notte...". Appunto. Se questo è l'inizio, viene in mente giusto quel gran film di George Clooney: buona notte, e buona fortuna.http://www.repubblica.it/2006/04/sezioni/politica/dopo-elezioni-2006-2/prima-crepa-alleanza/prima-crepa-alleanza.html
Le holding, le tv, la mafiaFininvest perde la causa Il tribunale di Milano dà torto al gruppo che fa capo a Berlusconi che querelò il settimanale "Diario".
Il giudice: "Diritto di cronaca"Il magistrato ricostruisce il contesto dell'inchiesta del giornale e sulle origini patrimoniali scrive: "Il premier non rispose ed è significativo"La Repubblica, 22 aprile 2006ROMA - La Fininvest perde una causa con la quale chiedeva un risarcimento miliardario contro il settimanale Diario. La querela è stata rigettata e l'azienda costretta a pagare le spese legali. La sentenza della prima sezione civile del Tribunale di Milano stabilisce che il giornale ha lavorato nel rispetto del diritto di cronaca e di critica. Ma leggendo la sentenza, quello che colpisce non è tanto l'ennesima inchiesta giornalistica su Silvio Berlusconi che finisce a carte bollate. E' piuttosto il modo in cui il giudice entra nel merito delle questioni sollevate da Diario ampliando e ricostruendo a sua volta il contesto su cui si sono mossi i cronisti.La causa è stata intentata da Fininvest nel 2001 quando alla vigilia delle scorse elezioni politiche, poi vinte dalla Casa delle Libertà, uscì in edicola lo speciale del settimanale diretto da Enrico Deaglio intitolato Berlusconeide con il sottotitolo che lo stesso magistrato giudicante definisce "significativo": Tutto quello che dovreste sapere su Silvio Berlusconi prima di affidargli le chiavi di casa.In particolare la Fininvest, che dovrà pagare 32.666 euro di spese legali, querelò Diario per il contenuto di tre articoli che racchiudono in sé le questioni fondamentali che da anni accompagnano la figura di Berlusconi: i suoi rapporti da imprenditore con la politica, le concessioni delle licenze televisive, il suo legame con Marcello Dell'Utri e con uomini legati a cosa nostra e - domanda ossessiva del film di Nanni Moretti Il Caimano - la ricostruzione delle origini patrimoniali del gruppo, cioè: "Da dove vengono i soldi?"Tutte domande note e oggetto di inchieste, articoli, libri, sentenze giudiziarie, dibattiti pubblici e televisivi. Ma ovviamente questioni che Fininvest ha ritenuto lesive del proprio onore e reputazione al punto da chiedere, oltre al risarcimento, l'eventuale pubblicazione in caso di vittoria in tribunale della sentenza sui maggiori quotidiani italiani.II legale di Fininvest, Fabio Roscioli, annuncia l'impugnazione della sentenza e si dice convinto che in corte d'Appello "confidiamo di dimostrare le ragioni della società".Ma per ora la sentenza si rivela pesante per la holding del Biscione perché il magistrato non si limita a sottolineare che i diritti di cronaca e di critica sono stati "esercitati in termini legittimi per il rispetto della verità, reale o putativa, dei fatti narrati e posti a base delle valutazioni e dei giudizi espressi". Ma fa considerazioni come queste.Riguardo all'articolo sui rapporti tra Berlusconi e la politica prima della discesa in campo, uno dei passaggi contestati da Fininvest era: "Il Cavaliere ha sempre trattato affari che con la politica c'entravano, eccome: prima l'edilizia, poi la televisione". Chiosa il magistrato, ricordando che fare attività di lobbying è legale: sono "settori nei quali interventi come quelli operati da Fininvest risulterebbero inimmaginabili senza adeguato sostegno politico".Sulle concessioni poi il giudice ricorda la storia degli ultimi trent'anni. Fatti, scrive, che possono essere "assunti come notori": dalla liberalizzazione dell'etere in ambito locale agli interventi dei pretori per oscurare le reti di Berlusconi che aveva bypassato il limite locale e trasmettevano sul territorio nazionale, i decreti del governo Craxi che sancirono "il duopolio televisivo Rai-Fininvest (tra l'altro in condizioni di assoluto favore per quest'ultima)".E ancora di più colpiscono i passi che riguardano le origini del patrimonio del gruppo, la cui ricostruzione, il tribunale definisce di "interesse pubblico rilevante". Oltre a citare i passaggi finanziari per i più esoterici e incomprensibili, il magistrato ricorda come il presidente del Consiglio decise di avvalersi della facoltà di non rispondere quando gli fu chiesto in qualità di indagato di spiegare il tema in esame. "Il che - dice la sentenza - non può restare senza significato nell'apprezzamento di un'ipotesi di diffamazione delicata come quella in esame".http://www.repubblica.it/2006/04/sezioni/cronaca/fininvest-diario/fininvest-diario/fininvest-diario.html
Berlusconi canta "Andiamo via"e poi passa con il piattino... In un ristorante di Trieste, al termine di un comizio,
il cavaliere ha presentato una serie di canzoni post-elezioni scritte con ApicellaLa Repubblica, 22 aprile 2006TRIESTE - "Andiamo via". A dirlo, in musica, accompagnato da Mariano Apicella, è Silvio Berlusconi, che in un ristorante di Trieste ha presentato una serie di canzoni scritte nel giorno delle elezioni, e che, assicura, potrebbero aprirgli una prospettiva diversa: "Ora abbiamo un futuro...", ha detto, porgendo scherzosamente il piattino ai suoi interlocutori.A termine di una lunga cena con imprenditori e dirigenti di Forza Italia (stranamente aperta anche ai giornalisti), Berlusconi ha offerto questo spettacolo inatteso. Queste le strofe di "Andiamo via": "Andiamo via, da tutti, dai partiti, dalle tv, dai giornali e lasciamoli così con la loro aria afflitta e andiamo in un'isola lontana...in un altro emisfero...".A questo punto Berlusconi ha però interrotto Apicella e ha detto: "Su questa strofa ha telefonato Letta e così abbiamo dovuto cambiare il testo, scrivendo "mandiamo tutti a farsi benedire e non pensiamo ad altro se non ad amare, a vivere e ad abbracciarci in un unico sorriso". La canzone si chiude così: "Andiamo nell'isola chiamata paradiso".Le altre canzoni inedite scritte da Berlusconi e Apicella s'intitolano "L'ultimo amore" e "La stazione del cuore".Al termine della serata, prendendo un piattino dalla tavola e facendo il gesto di raccogliere gli spiccioli dal pubblico, Berlusconi ha sottolineato scherzando: "E adesso, siccome sono finite le elezioni...". Una battuta che ha strappato l'ultima risata dei presenti. Nel congedarsi, il cavaliere ha concesso gli ultimi autografi e le ultime foto ai numerosi curiosi che lo attendo fuori dal ristorante. Poi la corsa all'aeroporto da dove ha lasciato Trieste.http://www.repubblica.it/2006/04/sezioni/politica/dopo-elezioni-2006-2/berlusconi-canzone-postvoto/berlusconi-canzone-postvoto.html
Sin gracia, Berlusconi lo admitió CON HOSTILIDAD, EL PREMIER ITALIANO DIJO QUE PERDIO EL VOTOPágina/12, Sábado, 22 de Abril de 2006“No voy a llamar a Prodi porque su gobierno nace muerto”, dijo Il Cavaliere, admitiendo así por primera vez que la centroizquierda de Prodi ganó las elecciones. Bush sí tomó el teléfono y habló con el nuevo gobernante para felicitarlo.El primer ministro italiano Silvio Berlusconi aún tiene cosas para decir. Il Cavaliere reconoció indirectamente la derrota de su coalición de centroderecha en las elecciones y le vaticinó un mandato corto y sin éxito al futuro jefe del gobierno, Romano Prodi, afirmando que la centroizquierda será sólo “un paréntesis”. “No he llamado y jamás llamaré a Prodi para felicitarlo”, dijo el todavía primer ministro. Il Professore Prodi sí recibió el llamado del presidente estadounidense George W. Bush, quien expresó sus deseos de trabajar juntos en algunas preocupaciones compartidas. El líder de la Unión, que ya comenzó a enfrentar los apetitos de sus aliados en el reparto de cargos, superó ayer su primera gran prueba: la asignación de la presidencia de la Cámara de Diputados, que quedó finalmente en manos de Fausto Bertinotti, de Refundación Comunista (PRC), luego de que el líder de los Democráticos de Izquierda (DS, ex comunistas), Massimo D’Alema, renunciara a la lucha por ese puesto para evitar una fractura de la coalición.Berlusconi no se rinde. Ayer atacó con todo a la coalición de centroizquierda al predecir que ésta será incapaz de dirigir Italia y que será “un paréntesis”. “No creo que esos señores podrán gobernar de veras”, dijo Berlusconi en Trieste (nordeste). “La experiencia de la izquierda en el poder será sólo un paréntesis y utilizaremos todas las reglas parlamentarias para neutralizarla y no permitirle que masacre todas las reformas que hicimos”, añadió. “Este gobierno nace muerto”, sentenció además a sus colaboradores más cercanos, que anuncian que el gobierno de La Unión comenzará a hundirse en julio y caerá en octubre.Prodi tiene un largo camino por delante, ya que deberá hacer frente a una oposición sin cuartel liderada por un Berlusconi dispuesto a dar pelea permanente y a dejar “sin respiro” a sus adversarios. “No he llamado y jamás llamaré a Prodi por teléfono porque en ese caso deberé desearle que gobierne felizmente, pero eso sería contrario a los intereses del país”, recalcó un airado primer ministro –que días atrás había dicho que si se confirmaba que no habían existido irregularidades, sería el primero en telefonear a su rival–, reconociendo implícitamente su derrota electoral. Prodi, por su parte, deploró la actitud de su oponente declarando que si éste “llama por teléfono está bien; si no lo hace, seguimos adelante. Pero es una lástima. Esas costumbres refuerzan un sistema democrático. No son indispensables, pero prueban que la persona tiene clase”. En cambio, el futuro primer ministro sí recibió el llamado de felicitación de Bush –para quien Berlusconi constituía un importante aliado–. En este sentido, la Casa Blanca informó que Bush también llamó al primer ministro saliente, para agradecerle su “sólido liderazgo y amistad”, además de acordar mantenerse en contacto.El día de ayer fue clave para La Unión, ya que Prodi logró sortear el primer gran obstáculo y calmar así los ánimos al interior de su coalición. Durante toda la jornada, el líder de la centroizquierda había mantenido múltiples contactos con sus aliados para tratar de resolver el problema de la designación del presidente de la Cámara de Diputados, hasta que un comunicado cayó del cielo para solucionarlo. “Informé a Prodi (...) de mi decisión de renunciar a la candidatura para presidir la Cámara”, afirmó en un comunicado de Massimo D’Alema, de los DS. El puesto clave de presidente de la Cámara de Diputados –que representa la tercera carga del Estado después de la presidencia de la República y la presidencia del Senado– se lo disputaba con otro peso pesado de la coalición: el líder de PRC, Fausto Bertinotti. “Pareció evidente que una disputa entrañaría rupturas dolorosas y debilitaría al gobierno que Prodi debe formar”, explicó D’Alema en su nota. En un comunicado hecho público minutos más tarde, Prodi dio las gracias a “D’Alema y a los DS por el gran sentido de responsabilidad demostrado”. Por otra parte, según informó el diario La Reppublica, Prodi parece tener cubierto el puesto más importante de su futuro gobierno: Tommaso Padoa Schioppa, uno de los grandes gestores financieros del país, habría dado el sí a la cartera de Economía.© 2000-2006 www.pagina12.com.ar|República Argentina|Todos los Derechos Reservadoshttp://www.pagina12.com.ar/diario/elmundo/4-65940-2006-04-22.html

Paolo Nori: Per semplificare
Di elezioni non me ne intendo, sono degli anni che non voto. Qualcuno ha cercato di convincermi a andare a votare e non ce l’ha fatta. Ogni volta che si vota, trovo sempre qualcuno che cerca di convincermi a andare a votare e non ce la fa. Anche nel 2001, il mio editore di allora aveva cercato di convincermi a andare a votare con l’argomento che se avesse vinto il centrodestra non avrei potuto più pubblicare le cose che pubblicavo. Siccome poi ha vinto davvero il centrodestra, lui mi ha rifiutato un mio romanzo dove prendevo un po’ in giro lui e la sua casa editrice. Son riuscito poi a pubblicarlo per un’altra casa editrice e il centro destra non ha avuto niente da dire. E niente.
Adesso devo parlare di Berlusconi. A me fa un po’ impressione, scrivere: Berlusconi. È una parola che si fa un po’ fatica, a scriverla, e che non ho mai scritto in un testo che fosse destinato alla pubblicazione. Ci son queste parole, un’altra è: masturbazione.
Di elezioni non me ne intendo. Allora sarà per quello. Però l’impressione che ho è che dall’unità d’Italia, 1860, in Italia più o meno ci son sempre stati governi di centro o di centro destra. Gli italiani, per natura, sono un popolo di centro o di centro destra. Un popolo di fascisti, per semplificare.
Solo due volte, dal 1860 a oggi, la sinistra è stata al governo. E entrambe le volte, per semplificare, grazie a Berlusconi.
Berlusconi per due volte è riuscito a far vincere la sinistra. Questa mi sembra una verità inconfutabile. Proprio la frase come suona mi sembra confermare la verità di quello che dice. Se uno provasse a cambiare la frase e a scrivere Prodi per due volte è riuscito a far vincere la sinistra, può essere vera anche questa, ma suona meno vera. Anzi, suona proprio falsa. L’evidenza, per semplificare, è che l’Italia è un popolo di fascisti che però delle volte anche loro di fronte a degli esempi così vergognosi si ribellano alla loro natura.
http://www.feltrinelli.it/FattiLibriInterna?id_fatto=6612
Berlusconi reconoce que perdió ante Prodi, pero asegura que su gobierno "será sólo un paréntesis" El premier italiano rompió el silencio, volvió a denunciar "clamorosas irregularidades" y amenazó al próximo gobierno con iniciar una campaña que lo desgaste hasta convertirlo en “inofensivo”. Poco antes, el presidente Bush se había comunicado con el líder del centroizquierda para felicitarlo por su victoria en las elecciones.Clarín.com, 21.04.2006El premier italiano Silvio Berlusconi dijo que el futuro gobierno de centroizquierda de Romano Prodi "será sólo un paréntesis" y advirtió que buscará por todos los medios legislativos hacerlo "inofensivo", tras reconocer que el resultado "no fue el que queríamos que fuese". Minutos antes, Bush se había comunicado con “Il Professore” para felicitarlo por su victoria en las elecciones."No creo que estos señores puedan gobernar de verdad. El suyo será sólo un paréntesis y nosotros pondremos en marcha todos los reglamentos parlamentarios para hacerlos inofensivos y no permitirles destruir todas las reformas que hemos hecho", amenazó Berlusconi.El premier habló hoy en Triestre, norte de Italia, durante un acto electoral con vistas a las elecciones municipales de la región. Berlusconi volvió a denunciar "clamorosas irregularidades" en las elecciones y dijo que el voto determinó una "victoria moral, política y de consensos" de la coalición que lidera, la Casa de las Libertades.Dijo que el resultado "no fue el que queríamos que fuese, pero sin embargo ha confirmado a la CDL como la primera coalición de Italia". "Haciendo la suma de todos los votos, incluidos los del exterior, nosotros prevalecimos por 220.000 votos y entonces somos los vencedores morales, políticos y de consensos de estas elecciones", indicó.Once días después de los comicios, el presidente estadounidense, George W. Bush, optó por felicitar a Prodi por su victoria."El presidente de Estados Unidos, George W. Bush , llamó hoy por teléfono a Romano Prodi para expresar sus felicitaciones por la victoria en las elecciones del 9 y 10 de abril", dijo un comunicado de la oficina de prensa de Prodi ."En vuelo en el Air Force One hacia California, el presidente Bush expresó el augurio de poder comenzar lo más rápido un trabajo junto con el nuevo gobierno italiano". "El presidente Prodi y el presidente Bush acordaron reunirse en la próxima cumbre del G8 previsto en julio en San Petersburgo", concluyó la nota.Copyright 1996-2006 Clarín.com - All rights reservedhttp://www.clarin.com/diario/2006/04/21/um/m-01181614.htm
E adesso muoviti GABRIELE POLOil manifesto, 20 aprile 2006 Dieci giorni. Tanto è durato l'imbroglio dei brogli: 469 voti hanno cambiato colore, il risultato è rimasto quello annunciato la notte del 10 aprile. Dieci giorni che non hanno cambiato l'Italia, ma che hanno dato l'idea di come potrebbe sconvolgersi se la paura continuerà a essere il tono prevalente del centrosinistra, se la timidezza di fare i conti col berlusconismo produrrà pasticci istituzionali e politici, radici di un nuovo disastro sociale e culturale. Ora che il risultato è ufficiale non ci sono più alibi per rimandare le scelte e fornire così al presidente del consiglio uscente il terreno per nuove mosse che lo confermino protagonista del gioco. Perché Berlusconi - cui non mancano la fantasia e i mezzi - qualcosa si inventerà per rendere sempre più instabili gli equilibri interni all'Unione e sempre più moderato e debole il suo agire. Servirebbe un tono da Cln - visto che tra pochi giorni è il 25 aprile - e il primo che dovrebbe rendersene conto è il presidente della Repubblica - vista la storia che di sé rivendica quando non si fa troppo commuovere dall'inno di Mameli. Da dieci giorni Ciampi si aggrappa all'ingorgo istituzionale - la quasi coincidenza della convocazione del nuovo parlamento con l'elezione dell'inquilino del Quirinale - per non decidere e mandare messaggi contraddittori. Primo dei quali riguarda il suo futuro: «me ne vado, ma forse no... e così non scelgo», con il risultato di bloccare tutto. Abbia, invece, il coraggio di assumersi la responsabilità del suo mandato, di dire chiaramente se - come sarebbe giusto - intende passare la mano, «costringa» chi ha vinto le elezioni a indicare i propri candidati per le tre principali cariche istituzionali e dia il mandato a Romano Prodi di formare il nuovo governo. I tempi saranno anche stretti ma ci sono tutti. E in questo modo tutto sarebbe chiaro e coerente con la Costituzione: con una spintarella al centrosinistra, che ne ha proprio bisogno. Così il leader dell'Unione e i suoi potrebbero esplicitare ciò che ognuno sa: che il candidato per il Quirinale è Massimo D'Alema, che le presidenze di Camera e Senato andranno a Rifondazione e alla Margherita (i nomi metteteli voi). Li potrebbero eleggere in fretta (prima i secondi e poi il primo) e dar vita (tra gli uni e l'altro) al governo scelto dalla maggioranza degli italiani (compresi quelli all'estero). Il paese rimarrebbe diviso a metà, ma i suoi problemi comincerebbero a essere affrontati. Se non altro per vedere se la futura (cioè l'odierna) maggioranza ha qualche idea per farlo. E il fantasma di Berlusconi farebbe meno paura, il nodo della sua storia come autobiografia ventennale della nazione verrebbe al pettine. Lo diciamo non per spirito governista. Ma proprio perché, al contrario, pensiamo che la guerra in Iraq pesi più della presidenza della Camera, la precarietà del lavoro più di quella del più alto scranno senatoriale, lo stato della scuola e della sanità contino più persino della presidenza della Repubblica. E' su questi nodi che milioni di persone hanno votato per il centrosinistra e bocciato - seppur di misura - il centrodestra. E' su questi nodi che Romano Prodi verrà chiamato a giudizio. http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Aprile-2006/art1.html
Il Cavaliere promette la jihad Berlusconi e la Lega non riconoscono il verdetto della Cassazione. L'Udc si smarca e augura «buon lavoro» Berlusconi: «Volenti o nolenti devono fare i conti con noi». Forza Italia non si rassegna, promette nuovi ricorsi e s'impegna a fare «un'opposizione durissima»ANDREA COLOMBOROMA, il manifesto, 20 aprile 2006 Il telefono di Prodi ha squillato spesso, ieri, dopo il verdetto della Cassazione. Ma le congratulazioni di Silvio Berlusconi non sono arrivate. E non arriveranno. Il cavaliere non ha alcuna intenzione di dichiarare chiusa la partita e di accettare la sconfitta. Le reazioni a caldo dello stato maggiore azzurro non lasciano dubbi in proposito, dal Tremonti che vuole «un supplemento di controllo» al Bondi che promette di «far valere le nostre riserve nelle sedi opportune», dallo Schifani che definisce «ancora provvisori» i dati definitivi della Cassazione al Cicchitto che conferma «i nostri ricorsi nelle sedi competenti». Tra le quali potrebbe esserci il Tar del Lazio. L'ipotesi del ricorso in quella sede non è quotatissima, ma Berlusconi in persona ci tiene a non escluderla del tutto.Fosse per lui, in realtà, i tono sarebbero anche più accesi. In pubblico, ieri, è rimasto in silenzio. In privato, sia nella riunione con i vertici forzisti e con i leader della Lega Maroni e Calderoli, sia sfogandosi con gli intimi, ha perorato la jihad. «Volenti o nolenti i conti li devono fare con noi. Possibile che non capiscano che così il paese non lo possono governare?», avrebbe esclamato. In termini politici, lo sfogo si traduce con una formuletta eloquente: opposizione durissima, con tutti i mezzi necessari. Tra i quali, ovviamente, figura in prima fila la campagna acquisti tra i neosenatori, e subito dopo la trasformazione del senato in una trincea quotidiana: «Avranno bisogno dei medicinali in aula», avrebbe minacciato ieri Silvio il bellicoso.E' ua strategia estrema ma non priva di coerenza. Tra il non riconoscere la vittoria degli avversari e la decisione di fare il possibile per provocare la caduta del governo Prodi la continuità è totale. La Lega non chiede di meglio. Prima ancora di mettere a punto il piano di battaglia con il leader azzurro, Calderoli ha detto ieri senza perifrasi quel che Berlusconi pensa: «Non riconosciamo la vittoria dell'Unione». E' l'ora della guerra santa.Una guerra nella quale gli altri alleati sono stati arruolati a forza, ma dalla quale non sanno come tirarsi fuori. L'Udc almeno ci prova. Un attimo dopo il pronunciamento della Cassazione sono arrivati a Prodi i solitari auguri del segretario dell'Udc, nonché fedelissimo dell'ammutolito Casini, Lorenzo Cesa: «Buon lavoro, nell'interesse dell'Italia e di tutti gli italiani». Follini, in tutta evidenza ai limiti dell'umana sopportazione, è più diretto: invita Berlusconi a «lasciare gli azzeccagarbugli al loro destino».La linea di An è meno limpida. Fini sembra colto dalla sindrome Casini e non pronuncia verbo. Il portavoce Ronchi, lasciato solo, non sa che dire e fatica nasconderlo. «Prende atto», bontà sua, delle decisioni della Cassazione, però, butta là tanto per non fare scena muta, «resta il problema sollevato da Calderoli». Mica vero. La Cassazione gli ha dato torto marcio. Più truculento Gasparri che, al contrario di Cesa, augura a Prodi «un lavoro impossibile» e si predispone ad aspettare in riva al fiume «il passaggio del suo cadavere (politicamente, s'intende)».Che la nuova opposizione si auguri la rapida caduta del governo è nell'ordine naturale delle cose, e non c'è neppure da scadalizzarsi se il cavaliere si prepara a rendere la vita dei rivali il più dura possibile. E' invece meno comprensibile l'oscillazione tra le richieste di dialogo e la dichiarazione di guerra totale. Corre voce che i fedelissimi di Berlusconi, come l'impagabile Bondi, vagheggino scenari impossibili, con Prodi premier e Berlusconi capo dello stato. Tuttavia Tremonti avverte che quelle larghe intese auspicate oggi diventeranno impraticabili dopo l'eventuale rapida caduta del governo Prodi. I leader dell'Udc e di An invocano ogni giorno il «metodo Ciampi» per l'elezione del prossimo presidente della repubblica, come viatico per futuri e più corposi «dialoghi». Però non fanno nulla (nel caso di An) o fanno ben poco (in quello dell'Udc) per sottrarsi alla guerra senza prigionieri che Berlusconi ha già ingaggiato.In queste condizioni non ci sarebbe troppo da stupirsi, e neppure da scandalizzarsi, se Romano Prodi dichiarasse impraticabile il dialogo con chi non riconosce la sua vittoria e promette di usare tutti i mezzi per disarcionarlo. E procedesse pertanto a nominare senza accordi di sorta sia i presidenti delle camere che quello della repubblica. http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Aprile-2006/art34.html
Il segno dell'Unione Mario Voltoliniil manifesto, 20 aprile 2006 Che l'Unione abbia vinto alla Camera, grazie al paradosso di una legge elettorale voluta dal centrodestra, è cosa risaputa. Che l'Unione abbia vinto al Senato grazie alla legge Tremaglia, costruita apposta per incamerare i voti degli emigrati considerati vicini alla destra, è cosa apparentemente stupefacente. Permettetemi perciò di tentare un'analisi di questo fatto: primo, la composizione socio-culturale dei nostri emigrati, magari di seconda o terza generazione, non è più solo quella di chi era andato, manodopera a buon prezzo, a guadagnarsi il pane con la disperazione di lasciare il proprio paese, e del quale conservava un ricordo struggente sensibile al richiamo delle fanfare e delle bandiere. L'emigrato attuale è un soggetto inserito nella realtà dove vive, in grado di confrontare le situazioni, che guarda all'Italia con occhio critico e disincantato; oppure, nel caso della più recente emigrazione è dotato di una scolarità tale da permettergli di non cadere preda della retorica patriottarda. Secondo, quando anche orientato a destra l'emigrato fruisce di un punto d'osservazione esterno al paese d'origine ed è ben conscio di quale discredito abbia attirato l'ex governo sul nostro paese, a dispetto delle millanterie di Berlusconi, e di quanto poco normale sia, nei pesi sviluppati, una destra che intacca i principi stessi della democrazia borghese cercando di asservire i vari poteri dello stato nelle mani di uno solo. Terzo, non essendo sottoposto alla grancassa pervasiva dei mezzi di informazione che da almeno vent'anni stanno costruendo elettori su misura, l'elettore all'estero può cogliere nella giusta misura e storicizzare le posizioni politiche dei vari schieramenti; per esempio quelli che vengono accusati in Italia di estremismo comunista, in altri paesi sono visti al massimo come dei socialdemocratici o dei capitalisti temperati. Questo terzo punto è quello che ci riporta al problema principale dell'anomalia italiana, il possesso e la gestione dei mezzi di comunicazione di massa. L'Unione non può prescindere dal legiferare in questo campo ponendo finalmente mano al conflitto di interessi, pena la sconfitta ripetuta dei propri programmi. L'Unione deve dare un segnale di discontinuità culturale senza prendere scorciatoie o peggio ancora scimmiottare le più infelici imprese del Cavaliere, per esempio che nessuno pensi a epurazioni di famosi corifei Rai, a costo di mobilitare l'associazione «nessuno tocchi Caino» ci opporremmo decisamente. Nulla toglie che gli epurati dal regime debbano essere reintegrati, ma più importante del legiferare, bisogna mettere mano ai programmi televisivi, bisogna trasformare gli utenti (o anche teledipendenti) in cittadini coscenti, partendo col cambiare quello schifo che viene propinato ai bambini; non è possibile che i bambini debbano nutrirsi di cartoni animati «giapponesi» dove la cultura e i valori di riferimento sono quelli del medioevo e altro. Non è altresì possibile che la programmazione di massa pomeridiana sia all'insegna del pettegolezzo falso-familiare dove i valori di riferimento sono i soldi, il successo personale, l'arrivismo, l'egoismo, il tradimento ecc. O si mette mano alla sostanza o in Italia non cambierà mai niente.http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Aprile-2006/art63.html
Prodi: «La scelta sulla Camera entro lunedì» di red, L’Unità, 21 aprile 2006 Il leader dell’Unione Romano Prodi non vorrebbe sbilanciarsi più di tanto. «Il governo io lo faccio come una squadra intera, non c'è nessun posto prefissato o deciso prima che tutta la squadra sia completa» dice prima di tutto entrando nella sede di Santi Apostoli. Ma, dato che i giornalisti comunque lo incalzano chiedendogli quando giungerà ad una decisione Prodi risponde: «Se volete, facciamo lunedì...».Il principale punto da risolvere nel rompicapo delle cariche istituzionali è ancora quella della candidatura di Massimo D'Alema e di Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera. Ma su quella che sarà la sua scelta il leader dell'Unione non lascia trapelare ancora niente: «Ieri sera (ndr. giovedì) ho visto Massimo D'Alema, stasera incontro Fausto Bertinotti e poi, in un paio di giorni, prenderò le decisioni che mi sono state richieste- dice il Professore che quindi sottolinea - Tutti si sono impegnati ad accettare la decisione che prenderò serenamente, non sarà una decisione difficile anche se, ovviamente, potrà essere sofferta come sono tutte le decisioni in questi casi».Anche per quanto riguarda la composizione dell’esecutivo il leader dell’Unione non dice più di tanto. E a chi gli chiede se il prossimo pranzo con Padoa-Schioppa (dato come quasi certo per il ministero dell’economia) sarà nella sede del ministero del Tesoro, Prodi risponde: «Non è mica detto. Se dovessi contare tutti i pranzi fatti insieme dovrebbe avere tutti i ministeri».Infine il nodo della telefonata di congratulazioni del premier uscente Silvio Berlusconi: «A questo punto- ha detto il Professore sorridendo - è diventata una sua decisione. è diventano un fatto di buona educazione istituzionale. Poi se la fa, la fa. Se non la fa le istituzioni hanno una loro forza. La democrazia va avanti. Ma è un peccato perché questi riti, questi usi, rafforzano un sistema democratico. Non sono indispensabili ma danno un segnale di stile».E la telefonata dagli Stati Uniti? «Sono arrivate telefonate da tutto il mondo: da Mubarak a Bouteflika, da tutti i leader di Europa e America Latina. Credo che arriverà presto anche la telefonata dagli Usa» dice il leader dell'Unione Romano Prodi commentando le dichiarazioni di giovedì dal portavoce del dipartimento di Stato Usa, che assicurava collaborazione con il governo del centrosinistra:http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC_ID=48870
La mossa del cavallo di Gianfranco PasquinoL’Unità, 20 aprile 2006 Tre uomini per due cariche istituzionali (Presidenza di Camera e Senato) sicure: questo sembra essere il puzzle da risolvere. Vorrei sottolineare e argomentare tutto. Anzitutto, alla faccia delle quote rosa, è giocoforza rilevare che si tratta di soli candidati uomini. In secondo luogo, vediamo si tratta di cariche istituzionali che, una volta acquisite, hanno una buona durata predeterminata, non come le cariche governative, più esposte alla temperie della cattiva politica, alle quali, in questa logica di incertezza, giustamente, due dei candidati dichiarano di non essere interessati, mentre il terzo si limita a tenere la pipa in bocca.Implicitamente, i (in special modo, due di loro) candidati rivelano di temere che il prossimo governo e le relative cariche siano davvero a rischio. E di rischi, ammaestrati da precedenti esperienze, non ne vogliono affatto correre. Infine, la «sicurezza» delle cariche parlamentari istituzionali è data dal fatto che, una volta raggiunto l'accordo nella maggioranza, in particolare alla Camera, non dovrebbero esserci sorprese.Invece, anche se la terza carica istituzionale, ovvero la Presidenza della Repubblica, è, dal punto di vista del coronamento di una carriera e di una vita politica, decisamente la più appetibile e la più prestigiosa, non è altrettanto facilmente nella disposizione di una maggioranza. Tutti sanno, infatti, che le allegre pattuglie di franchi tiratori hanno sempre fatto la loro comparsa nelle prolungate votazioni per la Presidenza della Repubblica, risultando talvolta decisive, non per l'elezione, ma per seppellire alcune ambizioni. E molti, più accorti, sanno anche che alla Presidenza della Repubblica si e' arrivati talvolta proprio attraverso il trampolino della Presidenza di una delle due Camere.Questo è quanto sappiamo della politica italiana che, al riguardo, non è certamente migliorata nel passaggio dalla Prima Repubblica a quell'insieme istituzionale traballante che abbiamo adesso. Anzi, forse, la politica italiana è, al riguardo, addirittura peggiorata se, come sembra, alcune cariche (molto più importanti dei sottosegretariati la cui promessa è stata utilizzata per rabbonire non pochi parlamentari non ricandidati) sono state promesse molto tempo fa, parecchio prima della risicata vittoria elettorale di aprile.Non saprei proprio dire se le ambizioni dei tre candidati siano tutte giustificate e giustificabili. Mi sfuggono, e non lo dico per vezzo, i criteri in base ai quali ciascuno di loro rivendica per se stesso una carica: promesse, che non dovevano essere mai fatte, da mantenere? risarcimenti di promesse fatte in un lontano passato, che, evidentemente, non è affatto passato, e mai mantenute? dimensioni del suo partito, capacità personali e biografia politica di un’autorevolezza inattaccabile? A questo punto, ci vorrebbe, e mi rifaccio ad un suggerimento che viene da Vittorio Foa, uno dei grandi vecchi della sinistra italiana, la «mossa del cavallo», vale a dire la capacità di scompaginare un gioco che si è incartato. Probabilmente, bisognerebbe non, come sarebbe fin troppo facile (da chiedere, molto meno da ottenere), suggerire dei passi indietro ai candidati attuali, quanto, piuttosto, esigere da loro dei significativi passi avanti: l'assunzione di responsabilità importanti nel governo per tutti e tre i candidati che dimostrerebbero in questo modo di credere nel governo, nella sua operatività, nella sua durata, nella sua capacità di migliorare il Paese.Diventerebbe allora possibile pensare ad altri candidati e candidate, nient'affatto di seconda fila, ma per i quali il profilo istituzionale risulti molto più efficacemente delineato rispetto alla loro storia politico-partitica.Più presto detto che fatto, certamente. Ma se il centrosinistra comincia la legislatura con le mosse sbagliate il rischio di uscire rapidamente fuori strada, rischio che né la coalizione né il Paese possono permettersi, cresce pericolosamente. Questo è, invece, il momento non della malintesa magnanimità, ovvero dei cedimenti a pretese e a logiche non motivabili e non condivisibili, ma dell'intelligenza politica. I capi partito facciano politica nelle cariche di governo; donne e uomini di prestigio ottengano le cariche istituzionali.http://www.unita.it/index.asp?sezione_cod=CMTO
Elezioni, Berlusconi non molla
"Loro saranno solo una parentesi"
"Non farò mai una telefonata a Prodi, e al Senato non passerà nulla"
Voto all'estero, Tremaglia presenta esposto alla procura di Roma
Il Cavaliere attacca gli avversari e in un'intervista annuncia ricorsi al Tar contro il risultato elettorale. "Ci riconoscano la vittoria politica"
La Repubblica, 21 aprile 2006
TRIESTE - "Non ho fatto e non farò nessuna telefonata a Prodi perché dovrei fargli gli auguri di buon governo, ma sarebbe contro gli interessi del paese". Lo ha affermato Silvio Berlusconi parlando nel corso di una manifestazione di Forza Italia a Trieste.
"Siamo i vincitori morali".
"I vincitori morali delle elezioni siamo noi", ha aggiunto Berlusconi, spiegando che "facendo la somma di tutti i voti la Cdl prevale su quella della sinistra per 200 mila voti, siamo quindi i vincitori morali, politici". E poi prevede: "Non credo che questi signori riusciranno a governare, loro saranno solo una parentesi, saremo in grado di renderli inoffensivi, non riusciranno a fare uno scempio delle nostre riforme, difenderemo la nostra libertà".
Nuove accuse in un'intervista.
Prima del comizio si era fatto precedere da un'intervista al Piccolo in cui aveva detto: "Noi abbiamo notizia certa che alcune corti d'appello, che stavano ancora conducendo i controlli sulla corrispondenza tra i numeri riportati nei verbali e i registri elettorali, hanno ricevuto 'inviti' a fare in fretta perché si dovevano concludere le operazioni entro mercoledì alle 18". "E' stata - aggiunge -