...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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PARMA PONTI E CYNAR
COME LA CITTÀ STA CAMBIANDO.
IN PEGGIO
Uno scrittore parmigiano, in «esilio» temporaneo a Bologna, racconta i suoi luoghi dopo gli ultimi episodi di razzismo e la deriva a destra. E prima, quando il «negro» era meridionale
Paolo Nori
Il manifesto, 4 Ottobre 2008
Un po' di tempo fa ero a Napoli, in piazza Municipio, prendevo un caffè, e un signore, al bancone del bar, che aveva sentito il mio accento esotico, mi aveva chiesto: Di dov'è lei? Di Parma, gli avevo detto io. Ah, Parma, mi aveva detto lui. Poi aveva fatto una pausa e aveva detto Si sta rovinando, Parma. Io avevo avuto allora la stessa reazione che si ha di solito quando si sente uno straniero parlare male dell'Italia.
Cioè noi dell'Italia parliamo malissimo, e come si fa, oggi, a parlarne bene, ma quando sentiamo qualcuno che viene da fuori che ne parla male ci scatta dentro una specie di istinto che non so cosa sia.
Mi ricordo una volta, a Bologna, su un treno, c'era una ragazza ucraìna che era stata beccata senza biglietto. E, come succede in quei casi, nella carrozza si manifestava un'istintiva simpatia per quella ragazza che magari non aveva soldi, che poi in fondo cos'erano, i cinque euro che costava il biglietto per arrivar fino a Rimini, e un'istintiva antipatia per il controllore e per il suo rigore anacronistico e cieco. Era anche una bella ragazza, e il controllore non me lo ricordo ma non credo che fosse un gran bel controllore. E la ragazza si giustificava, in un italiano discreto, col fatto che le avevano spiegato male in biglietteria, o che aveva capito male lei, e si rifiutava di pagare la multa e di far vedere i documenti, e alla minaccia del controllore di chiamare la forza pubblica, la ragazza aveva reagito dicendo Lei chiami chi vuole, non è colpa mia, è colpa della vostra lingua di merda.
Questa espressione, La vostra lingua di merda, aveva spento tutti i rumori della carrozza e aveva determinato, nei passeggeri, la fine della benché minima simpatia per la ragazza ucraìna. Io, mi ricordo, avevo pensato Sarà bello l'ucraìno. È più un dialetto, che una lingua.
Allora forse è per quello, che quando qualche mese fa il manifesto mi aveva chiesto di commentare la fotografia, pubblicata da Repubblica on line, di una ragazza seminuda gettata per terra nella cella di un comando della polizia municipale di Parma, io avevo cominciato, a scrivere qualcosa, ma mi ero fermato poi subito. Mi aveva trattenuto quella specie di istinto che non so cosa sia.
Era luglio, se non ricordo male, e su tutti i quotidiani italiani si parlava di questo fatto di Parma, e se ne parlava male, come si faceva, a parlarne bene, gli unici che ne parlavano bene erano gli amministratori della città. Ma io, che avevo appena pubblicato un romanzo nel quale si parlava, tra le altre cose, degli amministratori della città, e se ne parlava male, come si fa, a parlarne bene, io avevo avuto la stessa reazione che avevo avuto col napoletano. Al napoletano avevo detto Ma no, quella è gente venuta da fuori (credo che lui, il napoletano, si riferisse in particolare al caso di Tommaso, il bambino rapito e ucciso a Casalbaroncolo), e della polizia comunale di Parma e dei suoi amministratori avevo forse pensato la stessa cosa, che quella fosse gente venuta da fuori, anche se eran di Parma così come me e forse qualcuno più ancora di me.
Perché la sostanza, di Parma, che io ritrovo nella sua aria, nella sua luce, e non posso scrivere La sua luce, riferito a Parma, senza commuovermi, è una mia debolezza che dipende dal fatto che sono in esilio a Bologna, la sostanza che ritrovo nel suo dialetto e nel suo italiano, nella cantilena con la quale noi di Parma buttiam giù le frasi, nell'incanto di alcune espressioni come Bon bonbé, per dire che qualcosa è molto buono, o Putòst che gnènta l'è méj putòst, per dire che piuttosto di niente è meglio piuttosto, espressione che dà a questo avverbio di modo, Piuttosto, quasi la statura di un personaggio, la sostanza di questa città, quel che c'è sotto, quello da cui siamo venuti fuori tutti noi parmigiani, la sostanza a me sembrava fosse rimasta quella descritta da Bruno Barilli nella prima metà del novecento: Popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale, popolo turbolento e temibile, popolo che disprezza il villano, odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova, quello di Parma, scrive Barilli.
Che è una cosa completamente diversa dall'immagine che di Parma e dei parmigiani si ha fuori dalla città: la nobiltà, l'aristocrazia, la raffinatezza, la cultura. Che non è che non ci siano, ci sono anche quelle, ma non è lì, secondo me, la sostanza; la sostanza io credo che sia ancora quella delle barricate del '22, in quella sinistra inclinazione musicale che ha fatto di Parma l'unica città italiana che ha resistito, con successo, al fascismo. Quell'altra a me sembra come una vernice che si è sovrapposta, all'estero, all'immagine di Parma, e che ha dato l'idea di una grandeur che ai parmigiani che intendo io fa un po' ridere.
Quando per esempio gli attuali amministratori hanno fatto un ponte sul torrente Parma, che essendo un torrente è piccolo, e per la maggior parte del tempo in secca, quando gli amministratori hanno fatto questo ponte che sembra il ponte di Brooklyn e per inaugurarlo ci hanno portato il direttore dell'Agenzia europea per l'alimentazione, che credo fosse un belga, e quando questo direttore ha detto Bellissimo ponte, peccato che non avete il fiume, gli amministratori della città sembra che non abbiano riso, mentre i parmigiani che dico io devono aver riso parecchio.
Devono aver riso meno, i parmigiani che dico io, quel popolo là con la sinistra inclinazione musicale, quando il sindaco di Parma, un paio di anni fa, dopo che in provincia di Parma una ragazza di diciassette anni era stata uccisa da un ragazzo di Parma ventenne con una ventina di coltellate, e poi questo ventenne era andato a bere in un bar con dei suoi amici e poi aveva preso un taxi e quando era stato il momento di pagare aveva tirato fuori la pistola e aveva ucciso il tassista, il sindaco di Parma, quel giorno lì, quando gli han chiesto cosa aveva da dire di questa cosa lui aveva detto Vuol dire che dopo aver pensato alla città delle infrastrutture, penseremo alla città delle persone. Per i parmigiani con una sinistra inclinazione musicale credo non ci sia stato niente da ridere, a sentire questo cinismo soddisfatto e sconcio e a sentirsi paragonati a delle infrastrutture.
E non c'è niente da ridere adesso che i vigili urbani possono arrestare dei ragazzi di ventidue anni e spogliarli nudi e farli andare avanti e indietro nudi per il loro comando e dirgli robe da schioppi, come dicono a Parma.
Che io, se questa cosa sia o non sia vera, e come siano andate davvero le cose, io non lo so, e non posso saperlo, magari davvero l'occhio nero che ha quel ragazzo se l'è fatto da solo, magari davvero la parola negro su quella busta se l'è scritta da solo, è una cosa difficile da immaginare, ma magari è così. Solo che a me, questa Parma città della tolleranza zero, città della grandeur anche nella lotta ai barboni, agli spacciatori da strada, agli ambulanti e ai negri, dipenderà dal mio esilio, non so, ma a me ormai sembra una città che ha preso il sopravvento, rispetto a quella che conoscevo io.
E questo fatto di quel ragazzo che sembra sia stato arrestato, picchiato, spogliato, insultato dalla polizia municipale di Parma, col pieno appoggio degli amministratori, che hanno il pieno appoggio della maggioranza della popolazione, mi fa venire in mente una cosa che è successa poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, quando ancora abitavo a Parma, due settimane prima di trasferirmi a Bologna.
Poco più di un anno fa, il giorno di ferragosto del 2007, ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus e siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori.
Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui.
Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo. Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevam molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato. Io e Tim continuavamo a mangiare il riso. La signora si è rivolta al cameriere e gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa, l'ha diretta contro il muro della pizzeria e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile. Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata. E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro. Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Ottobre-2008/art13.html
la forza senza cultura
GAD LERNER
la Repubblica, sabato, 04 ottobre 2008
È auspicabile che i presidenti della Camera e del Senato siano lesti nel cogliere gli scricchiolii della pacifica convivenza e promuovano un osservatorio parlamentare sul razzismo che ormai tracima dalla greve licenza verbale in troppi episodi di violenza fisica. Lo stesso governo della "tolleranza zero" ha interesse a far suo un allarme che non riguarda più solo il diffondersi dell´inciviltà, ma anche l´ordine pubblico.
Episodi come il pestaggio del giovane Samuel Bonsu Foster a Parma o l´umiliazione inflitta alla signora Amina Sheikh Said all´aeroporto di Ciampino ? quali che siano gli esiti delle indagini ? evidenziano un´impreparazione culturale di settori della forza pubblica nella pur necessaria opera di vigilanza e prevenzione anticrimine. Problemi simili esistono nelle polizie di tutto il mondo, il cui aggiornamento professionale deve tenere conto delle mutate condizioni ambientali. Ma ancor più inquieta l´ormai lunga collezione di aggressioni, squadristiche o individuali, che si tratti di pogrom incendiari contro gli abitanti delle baraccopoli o di sprangate sulla testa del malcapitato di turno. Tale esasperazione è stata spesso giustificata dagli imprenditori politici della paura come legittima furia popolare. Minimizzata tributando demagogicamente lo status di vittime ai "difensori del territorio". Fino a quando c´è scappato un morto: Abdoul Salam Guiebre. Ma nella stessa città di Milano la guerra tra poveri ha riproposto il bis martedì al mercato di via Archimede. Stavolta non per un pacco di biscotti: Ravan Ngon è stato pestato con una mazza da baseball dal venditore di frutta e verdura alla cui bancarella si era avvicinato troppo con la sua merce abusiva. Lo stesso giorno, nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una banda di teppisti adolescenti pestava, così, a casaccio, Tong Hongshen, colpevole solo di aspettare l´autobus. Abdoul Salam Guiebre, Tong Hongshen, Ravan Ngon: nomi difficili da pronunciare, figure giuridiche differenti (un cittadino italiano, un immigrato con permesso di soggiorno, un altro che vive qui da cinque anni senza essere riuscito a regolarizzarsi), ma innanzitutto persone. Nostri simili che stentiamo a riconoscere come tali, di cui preferiamo ignorare le vicissitudini e i diritti.
Nelle interviste trasmesse da Sandro Ruotolo a "Annozero", abbiamo udito i parenti dei camorristi accusati dell´eccidio di Castel Volturno manifestare indignazione: la polizia si muove "solo quando i morti sono neri"! Che si trattasse di una vera e propria strage, sei omicidi, passava in second´ordine. Temo che quell´infame, velenoso rovesciamento delle parti tra vittime e carnefici, rischi di diventare in Italia senso comune, se le istituzioni non interverranno per tempo.
Di certo non aiutano i pubblici elogi di Maroni al vicesindaco di Treviso, che sul suo stesso palco si riprometteva di cacciare i musulmani "a pregare e pisciare nel deserto". Come se non fossero già centinaia di migliaia i nostri concittadini di fede islamica. Non aiutano i giornali filogovernativi che attribuiscono all´intero popolo zingaro una congenita propensione al furto. Non aiuta il cortocircuito semantico che equipara il minaccioso stigma di "clandestino" a un destino criminale. La regressione culturale di cui si è detto preoccupato anche il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, ha tra i suoi responsabili gli spacciatori di stereotipi colpevolizzanti che nel frattempo promettono l´impossibile: un paese in cui, grazie alla mano forte delle nuove autorità, i cittadini siano esentati dalla fatica della convivenza.
Così come si è rivelato fallace ? inadeguato all´offensiva reazionaria ? l´espediente retorico di una sicurezza che non sia "né di destra né di sinistra"; altrettanto insulso rischia di apparire oggi il richiamo al binomio "diritti e doveri" degli immigrati. Giusto, certo. Ma astratto, fin tanto che non verrà indicato loro un percorso praticabile d´integrazione e cittadinanza. O preferiamo forse che si organizzino separatamente per farci sentire la loro protesta, esasperando una contrapposizione separatista fino allo scontro con le istituzioni?
Tra i sintomi della regressione culturale c´è anche la miopia con cui le forze democratiche del paese, a cominciare dal Pd, finora hanno ignorato la necessità di dare rappresentanza politica agli immigrati. Sarà forse poco redditizio elettoralmente, ma è decisivo per il futuro della nostra società che si affermino leadership responsabili, organizzazioni accoglienti, punti di riferimento alternativi ai capiclan e ai propagandisti dell´integralismo religioso. Persone che hanno avuto l´intraprendenza di emigrare per sfuggire a una sorte infelice, e che spesso hanno conseguito traguardi culturali e professionali significativi dopo essere approdati senza un soldo sulle nostre coste, possono contribuire anche al rinnovamento della politica italiana, bisognosa di ritrovare idealità e speranza.
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=8494
Il frutto avvelenato della tolleranza zero
di CURZIO MALTESE
La Repubblica, 1 ottobre 2008
A Parma, nella civile Parma, la polizia municipale ha massacrato di botte un giovane ghanese, Emmanuel Bonsu Foster, e ha scritto sulla sua pratica la spiegazione: "negro". Davano la caccia agli spacciatori e hanno trovato Emmanuel, che non è uno spacciatore, è uno studente. Anzi è uno studente che gli spacciatori li combatte. Stava cominciando a lavorare come volontario in un centro di recupero dei tossici. Ma è bastato che avesse la pelle nera per scatenare il sadismo dei vigili, calci, pugni, sputi al "negro".
Parma è la stessa città dove qualche settimana fa era stata maltrattata, rinchiusa e fotografata come un animale una prostituta africana. L'ultimo caso di inedito razzismo all'italiana pone due questioni, una limitata e urgente, l'altra più generale.
La prima è che non si possono dare troppi poteri ai sindaci. Il decreto Maroni è stato in questo senso una vera sciagura. La classe politica nazionale italiana è mediocre, ma spesso il ceto politico locale è, se possibile, ancora peggio. Delegare ai sindaci una parte di poteri, ha significato in questi mesi assistere a un delirio di norme incivili, al grido di "tolleranza zero". In provincia come nelle metropoli, nella Treviso o nella Verona degli sceriffi leghisti, come nella Roma di Alemanno e nella Milano della Moratti.
A Parma il sindaco Pietro Vignali, una vittima della cattiva televisione, ha firmato ordinanze contro chiunque, prostitute e clienti, accattoni e fumatori (all'aperto!), ragazzi colpevoli di festeggiare per strada. Si è insomma segnalato, nel suo piccolo, nel grande sport nazionale: la caccia al povero cristo. Sarà il caso di ricordare a questi sceriffi che nella classifica dei problemi delle città italiane la sicurezza legata all'immigrazione non figura neppure nei primi dieci posti. I problemi delle metropoli italiane, confrontate al resto d'Europa, sono l'inquinamento, gli abusi edilizi, le buche nelle strade, la pessima qualità dei servizi, il conseguente e drammatico crollo di presenze turistiche eccetera eccetera. Oltre naturalmente alla penetrazione dell'economia mafiosa, da Palermo ad Aosta, passando per l'Emilia.
I sindaci incompetenti non sanno offrire risposte e quindi si concentrano sui "negri". Nella speranza, purtroppo fondata, di raccogliere con meno fatica più consensi. Di questo passo, creeranno loro stessi l'emergenza che fingono di voler risolvere.
Provocazioni e violenze continue non possono che evocare una reazione altrettanto intollerante da parte delle comunità di migranti. Al funerale di Abdoul, il ragazzo ucciso a Cernusco sul Naviglio non c'erano italiani per testimoniare solidarietà. A parte un grande artista di teatro, Pippo Del Bono, che ha filmato la rabbia plumbea di amici e parenti. La guerra agli immigrati è una delle tante guerre tragiche e idiote che non avremmo voluto. Ma una volta dichiarata, bisogna aspettarsi una reazione del "nemico".
L'altra questione è più generale, è il clima culturale in cui sta scivolando il Paese, senza quasi accorgersene.
Nel momento stesso in cui si riscrive la storia delle leggi razziali, nell'urgenza di rivalutare il fascismo, si testimonia quanto il razzismo sia una malapianta nostrana. L'Italia è l'unica nazione civile in cui nei titoli di giornali si usa ancora specificare la provenienza soltanto per i delinquenti stranieri: rapinatore slavo, spacciatore marocchino, violentatore rumeno. Poiché oltre il novanta per cento degli stupri, per fare un esempio, sono compiuti da italiani, diventa difficile credere a una forzatura dovuta all'emergenza. L'altra sera, da Vespa, tutti gli ospiti italiani cercavano di convincere il testimone del delitto di Perugia che "nessuno ce l'aveva con lui perché era negro". Negro? Si può ascoltare questo termine per tutta la sera da una tv pubblica occidentale? Non lo eravamo e stiamo diventando un paese razzista. Così almeno gli italiani vengono ormai percepiti all'estero.
Forse non è vero. Forse la caccia allo straniero è soltanto un effetto collaterale dell'immensa paura che gli italiani povano da vent'anni davanti al fenomeno della globalizzazione. La paura e, perché no?, la vergogna si sentirsi inadeguati di fronte ai grandi cambiamenti, che si traduce nel più facile e abietto dei sentimenti, l'odio per il diverso. La nostalgia ridicola di un passato dove eravamo tutti italiani e potevamo quindi odiarci fra di noi. In questo clima culturale miserabile perfino un sindaco di provincia o un vigile di periferia si sentono depositari di un potere di vita o di morte su un "negro".
http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/prostituta-reazioni/commento-maltese/commento-maltese.html
Un passo indietro di mezzo secolo
Gad Lerner
La Repubblica, 12 settembre 2008
Il principale canale televisivo pubblico di questo paese sta dedicando ben quattro prime serate al concorso di Miss Italia, in cui vengono scrutati e votati centinaia di corpi femminili.
Dubito che ciò accada in altre nazioni progredite.
La più nota manifestazione culturale di un partito di governo si chiama Miss Padania, celebrata alla presenza del suo segretario politico che è anche ministro della Repubblica.
Notevole clamore suscitò la presenza al Telegatto del futuro ministro alle Pari Opportunità, particolarmente ammirata in tale circostanza dall´attuale presidente del Consiglio. La stessa Mara Carfagna, del resto, deve la sua prima notorietà a spettacoli televisivi incentrati sull´esibizione seduttiva della femminilità.
La mercificazione del desiderio sessuale maschile è un fenomeno esasperato da tale offerta consumistica, che viene riconosciuta fra le cause principali del boom della prostituzione. Comprare le prestazioni di una donna – in un contesto culturale che autorizza la mortificazione pubblica della sua dignità – è scorciatoia considerata sempre meno riprovevole, come dimostra l´espansione del mercato anche fra i giovani e le fasce sociali abbienti. La fatica di un rapporto sentimentale, la ricerca di partner gratificanti in quanto corrispondono al modello pornografico televisivo, determinano fenomeni crescenti di violenza sopraffattrice e di impotenza. Moltiplicano il bisogno di incontri occasionali e le frustrazioni di coppia.
Eludendo tale enorme questione culturale, che incrementa il mercato delle ragazze dell´est e di colore con il falso mito della loro sottomissione, oggi il governo accomuna nella sbrigativa nozione di "reato" le prostitute e i loro clienti. Si illude di fare pulizia, compiendo un passo indietro di mezzo secolo. Al contempo bacchettona e sporcacciona, nel segno dell´ipocrisia, la destra di governo legifera sovrapponendo il volto di uno Stato intrusivo nel magma dell´eros da marciapiede. Quelle ragazze si vendono sotto giganteschi tabelloni pubblicitari di cui riproducono la volgarità. Tanto bastò, nel giugno scorso, perché un emendamento al decreto sulla sicurezza poi ritirato le indicasse tra le «persone pericolose per la sicurezza e la pubblica moralità». Un binomio ideologico che è tutto un programma: «sicurezza» e «pubblica moralità», ovvero Autorità e Valori.
Ma ora che il disegno di legge Carfagna aggiunge tra i colpevoli pure i loro clienti, il decisionismo governativo deve per forza autolimitarsi, occupandosi solo della visibilità del fenomeno: punibile sarà la prostituzione di strada, indubbiamente sgradevole per molte categorie di cittadini perché contribuisce al degrado urbano.
Il ministro Carfagna dichiara «orrore» di fronte alle persone che vendono il loro corpo, senza distinguere fra coloro che lo fanno per scelta (quanto libera?) e quelle sfruttate da organizzazioni criminali. Si espone così all´obiezione della portavoce delle prostitute Carla Corso, la quale le ricorda che – sebbene in forma diversa – anch´essa ha utilizzato la desiderabilità del suo corpo per conseguire il successo professionale. Ma pur senza addentrarsi nel rapporto elusivo e insincero con il proprio passato del ministro Carfagna, è lecito chiederle: se la prostituzione è un «orrore», perché vietarla solo per strada?
Vietare la prostituzione di strada sarebbe accettabile – così come la legge già punisce i rapporti a pagamento con minorenni e il racket – se contemplasse ambiti legali e tutelati per il sesso mercificato. Invece la falsa categoria dell´«orrore» – che è solo un´invettiva, una manifestazione di disprezzo, e consente di chiudere gli occhi di fronte alla malattia dell´amore degradato – viene esibita per negare pure l´alternativa di una prostituzione esercitata in luoghi più degni. Cioè per evitare scelte politiche che la stessa dottrina cattolica accetta come "riduzione del danno".
Non stupisce allora che la stessa Caritas si opponga al nuovo reato di "prostituzione di strada", denunciando il rischio di favorire lo sfruttamento nella clandestinità delle persone più deboli. Così come il "reinserimento nel paese d´origine" dei minorenni risponde più a una logica di espulsione sbrigativa che di accudimento pietoso.
Se davvero venisse applicato l´arresto e l´incarcerazione di prostitute e clienti, al di là di qualche retata spettacolare da trasmettere nei telegiornali, le nostre prigioni ne verrebbero ben presto saturate. Suppongo che le forze dell´ordine impegnate sul fronte del crimine abbiano altre priorità, e dunque non si preveda di andare oltre l´effetto dissuasivo e simbolico.
Anche se con la capienza degli istituti di pena non si può scherzare a lungo: tra non molto, c´è da giurarci, il decisionismo governativo troverà il modo di importare pure in Italia il business delle carceri private, unica soluzione per una popolazione detenuta destinata a rapido incremento.
Avremo con ciò un paese più pulito o più sporco? Davvero qualcuno crede che la lezione di morale sessuale del ministro Carfagna risulti credibile ai suoi stessi elettori? E che questa destra diretta emanazione dello show business televisivo, specializzato in vallettopoli, sappia tutelare il rispetto per il corpo femminile?
La prostituzione è un fenomeno alimentato dalla povertà e dalla misoginia reazionaria, cause difficili da estirpare.
E infatti secoli di storia del potere italiano, clericale e libertino, narrano di vizi occultati e di svergognate colpevoli puttane.
Il futuro non promette di meglio.
http://www.gadlerner.it/index.php/2008/09/12/bacchettoni-e-puttanieri.html
ABUSO DI POTERE
Alessandro Robecchi, il manifesto, 14/08/2008
Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l'obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata - almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi - dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un'ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo.
A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d'Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l'unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare».
Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l'inizio.
L'arrivo - ci siamo - è l'immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell'abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un'emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell'Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos'ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere.
Ai tempi del colera.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/14-Agosto-2008/art2.html
L´invenzione della paura
Adriano Prosperi
La Repubblica 27 luglio 2008
Proviamo a dare all´emergenza italiana i volti dei due bambini morti di stenti nella traversata del Canale di Sicilia. Non conosciamo quei volti e non li vedremo mai più. Ma è quello lo specchio dove gli italiani debbono imparare a guardare le loro paure. Nelle categorie inventate dalla legislazione della paura non ci sono gli esseri umani nella loro concretezza. Vi si parla di clandestini, di saturazione. Queste parole, oltre ad essere astrazioni create per veicolare sensazioni di pericolo e di minaccia, hanno una storia che bisognerebbe raccontare.
Le stesse parole si diffusero nella Francia della seconda metà degli anni Trenta, mentre il regime nazista procedeva alla sistematica spoliazione ed emarginazione della minoranza ebraica che precedette la messa in opera dello sterminio. In Francia una propaganda fondata su quelle parole diffuse e rese incontrollata la psicosi dell´invasione di immigrati ebrei. Si ebbe allora la mobilitazione di associazioni professionali terrorizzate dallo spettro del "troppo pieno" per la temuta concorrenza di una minoranza intellettualmente qualificata. Ne risultò esaltato un filone di antisemitismo ben radicato nella tradizione francese.
E ci furono molte vite umane che fecero le spese di quei timori diffusi tra gente molto per bene: uomini, donne e bambini respinti, reclusi nei campi, costretti a cercare scampo verso gli Stati Uniti o alla frontiera dei Pirenei. Fu qui, per esempio, che si spense l´intelligenza di Walter Benjamin costretto al suicidio. Oggi le promesse di altre vite e di altre intelligenze si spezzano nel breve tratto di mare del Canale di Sicilia. E minaccia di smarrirsi qui qualcosa che ha fatto parte del patrimonio storico del popolo italiano: il sentimento di fratellanza verso gli emigranti, i poveri, i dannati della terra.
Quel sentimento aveva radici nell´esperienza delle comuni ragioni di vita che possono scoprire al di sopra delle frontiere e delle differenze di lingua e di religione solo coloro che sono costretti a farsi strada nel mondo, in mezzo all´ostilità delle burocrazie statali, allo sfruttamento di nuovi padroni e alla diffidenza generale.
Oggi in Italia le cose vanno in direzione opposta. C´è come una sindrome di insicurezza che sta diventando una malattia nazionale. E c´è una politica della paura. Una maggioranza politica vittoriosa per aver cavalcato la sindrome della minaccia dell´ "extracomunitario" – termine che condensa in una parola il rifiuto e la condanna di chi "viene da fuori", è povero, cerca lavoro – si sente oggi costretta a dimostrare di saper mantenere le promesse. Le cose che fa sono sconnesse, sussultorie, frettolose. Per questo risultano spesso controproducenti se misurate sulla base dell´efficacia nel risolvere i problemi. Ma tali non appaiono forse agli occhi di chi assiste all´invenzione quotidiana di nuovi espedienti e immagina che l´agitazione della scena politica e le creazioni verbali che vi si affacciano siano dei fatti capaci di risolvere i problemi e di ridarci la sicurezza perduta.
Non abbiamo ancora chiuso la fase dominata dalla guerra decretata a quel pericolo pubblico che sono notoriamente i bambini rom e già si è aperta la nuova fase delle misure di sicurezza che connotano l´immigrazione clandestina come un potenziale reato. Se i due bambini morti nel Canale di Sicilia fossero arrivati vivi in Italia sarebbero vissuti fra di noi come membri di una specie umana diversa, soggetti a norme penali speciali. Eppure la legge non può che essere generale, valida "erga omnes" . La legge è uguale per tutti: questa frase si legge ancora nei nostri tribunali. Oggi questo principio generale ha cessato di esistere.
Leggi speciali e tribunali speciali ne abbiamo conosciuti nella storia italiana recente: sono stati frutti avvelenati di un regime che ha goduto certamente di largo consenso ma di cui abbiamo pagato le colpe a carissimo prezzo. Il che non impedisce che si torni a elaborare e varare leggi speciali, col risultato di incrinare il principio della nostra Costituzione erede in questo della affermazione che fu rivoluzionaria nel ‘700 e passò poi in tutte le costituzioni liberali e democratiche: il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione. E non va taciuto il fatto che a quei diritti il pontefice regnante della Chiesa cattolica, parlando davanti all´assemblea delle Nazioni Unite, ha riconosciuto un fondamento religioso universale.
Un diritto di quei due bambini era intanto quello di vivere. Invece sono morti, in mezzo al mare, davanti alle coste di un paese che aveva appena scoperto di essere in stato di emergenza. Un paese che si sentiva minacciato da loro.
http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=56286
Con la scusa del popolo
di Gad Lerner
La Repubblica, 16 maggio 2008
La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.
Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.
Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?
La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.
Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.
Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.
La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.
Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.
Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.
Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-3/lerner-rom/lerner-rom.html
Il Pogrom moderno
Adriano Prosperi
La Repubblica, 16 maggio 2008
"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest´uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un´Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.
Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale.
La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta – per la prima volta – gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell´Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c´è un´altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani.
Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt´altro.
Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom – i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall´odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti.
Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l´integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E´ una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l´arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te.
Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine – quelle scattate nelle aule del Parlamento – ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi.
Di fatto nel Palazzo circola un´aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l´Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l´Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari.
Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ´500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c´è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India».
Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza.
Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori.
http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=51154
Rethinking the Meat-Guzzler
By MARK BITTMAN
The New York Times, January 27, 2008
A SEA change in the consumption of a resource that Americans take for granted may be in store — something cheap, plentiful, widely enjoyed and a part of daily life. And it isn’t oil.
It’s meat.
The two commodities share a great deal: Like oil, meat is subsidized by the federal government. Like oil, meat is subject to accelerating demand as nations become wealthier, and this, in turn, sends prices higher. Finally — like oil — meat is something people are encouraged to consume less of, as the toll exacted by industrial production increases, and becomes increasingly visible.
Global demand for meat has multiplied in recent years, encouraged by growing affluence and nourished by the proliferation of huge, confined animal feeding operations. These assembly-line meat factories consume enormous amounts of energy, pollute water supplies, generate significant greenhouse gases and require ever-increasing amounts of corn, soy and other grains, a dependency that has led to the destruction of vast swaths of the world’s tropical rain forests.
Just this week, the president of Brazil announced emergency measures to halt the burning and cutting of the country’s rain forests for crop and grazing land. In the last five months alone, the government says, 1,250 square miles were lost.
The world’s total meat supply was 71 million tons in 1961. In 2007, it was estimated to be 284 million tons. Per capita consumption has more than doubled over that period. (In the developing world, it rose twice as fast, doubling in the last 20 years.) World meat consumption is expected to double again by 2050, which one expert, Henning Steinfeld of the United Nations, says is resulting in a “relentless growth in livestock production.”
Americans eat about the same amount of meat as we have for some time, about eight ounces a day, roughly twice the global average. At about 5 percent of the world’s population, we “process” (that is, grow and kill) nearly 10 billion animals a year, more than 15 percent of the world’s total.
Growing meat (it’s hard to use the word “raising” when applied to animals in factory farms) uses so many resources that it’s a challenge to enumerate them all. But consider: an estimated 30 percent of the earth’s ice-free land is directly or indirectly involved in livestock production, according to the United Nation’s Food and Agriculture Organization, which also estimates that livestock production generates nearly a fifth of the world’s greenhouse gases — more than transportation.
To put the energy-using demand of meat production into easy-to-understand terms, Gidon Eshel, a geophysicist at the Bard Center, and Pamela A. Martin, an assistant professor of geophysics at the University of Chicago, calculated that if Americans were to reduce meat consumption by just 20 percent it would be as if we all switched from a standard sedan — a Camry, say — to the ultra-efficient Prius. Similarly, a study last year by the National Institute of Livestock and Grassland Science in Japan estimated that 2.2 pounds of beef is responsible for the equivalent amount of carbon dioxide emitted by the average European car every 155 miles, and burns enough energy to light a 100-watt bulb for nearly 20 days.
Grain, meat and even energy are roped together in a way that could have dire results. More meat means a corresponding increase in demand for feed, especially corn and soy, which some experts say will contribute to higher prices.
This will be inconvenient for citizens of wealthier nations, but it could have tragic consequences for those of poorer ones, especially if higher prices for feed divert production away from food crops. The demand for ethanol is already pushing up prices, and explains, in part, the 40 percent rise last year in the food price index calculated by the United Nations’ Food and Agricultural Organization.
Though some 800 million people on the planet now suffer from hunger or malnutrition, the majority of corn and soy grown in the world feeds cattle, pigs and chickens. This despite the inherent inefficiencies: about two to five times more grain is required to produce the same amount of calories through livestock as through direct grain consumption, according to Rosamond Naylor, an associate professor of economics at Stanford University. It is as much as 10 times more in the case of grain-fed beef in the United States.
The environmental impact of growing so much grain for animal feed is profound. Agriculture in the United States — much of which now serves the demand for meat — contributes to nearly three-quarters of all water-quality problems in the nation’s rivers and streams, according to the Environmental Protection Agency.
Because the stomachs of cattle are meant to digest grass, not grain, cattle raised industrially thrive only in the sense that they gain weight quickly. This diet made it possible to remove cattle from their natural environment and encourage the efficiency of mass confinement and slaughter. But it causes enough health problems that administration of antibiotics is routine, so much so that it can result in antibiotic-resistant bacteria that threaten the usefulness of medicines that treat people.
Those grain-fed animals, in turn, are contributing to health problems among the world’s wealthier citizens — heart disease, some types of cancer, diabetes. The argument that meat provides useful protein makes sense, if the quantities are small. But the “you gotta eat meat” claim collapses at American levels. Even if the amount of meat we eat weren’t harmful, it’s way more than enough.
Americans are downing close to 200 pounds of meat, poultry and fish per capita per year (dairy and eggs are separate, and hardly insignificant), an increase of 50 pounds per person from 50 years ago. We each consume something like 110 grams of protein a day, about twice the federal government’s recommended allowance; of that, about 75 grams come from animal protein. (The recommended level is itself considered by many dietary experts to be higher than it needs to be.) It’s likely that most of us would do just fine on around 30 grams of protein a day, virtually all of it from plant sources .
What can be done? There’s no simple answer. Better waste management, for one. Eliminating subsidies would also help; the United Nations estimates that they account for 31 percent of global farm income. Improved farming practices would help, too. Mark W. Rosegrant, director of environment and production technology at the nonprofit International Food Policy Research Institute, says, “There should be investment in livestock breeding and management, to reduce the footprint needed to produce any given level of meat.”
Then there’s technology. Israel and Korea are among the countries experimenting with using animal waste to generate electricity. Some of the biggest hog operations in the United States are working, with some success, to turn manure into fuel.
Longer term, it no longer seems lunacy to believe in the possibility of “meat without feet” — meat produced in vitro, by growing animal cells in a super-rich nutrient environment before being further manipulated into burgers and steaks.
Another suggestion is a return to grazing beef, a very real alternative as long as you accept the psychologically difficult and politically unpopular notion of eating less of it. That’s because grazing could never produce as many cattle as feedlots do. Still, said Michael Pollan, author of the recent book “In Defense of Food,” “In places where you can’t grow grain, fattening cows on grass is always going to make more sense.”
But pigs and chickens, which convert grain to meat far more efficiently than beef, are increasingly the meats of choice for producers, accounting for 70 percent of total meat production, with industrialized systems producing half that pork and three-quarters of the chicken.
Once, these animals were raised locally (even many New Yorkers remember the pigs of Secaucus), reducing transportation costs and allowing their manure to be spread on nearby fields. Now hog production facilities that resemble prisons more than farms are hundreds of miles from major population centers, and their manure “lagoons” pollute streams and groundwater. (In Iowa alone, hog factories and farms produce more than 50 million tons of excrement annually.)
These problems originated here, but are no longer limited to the United States. While the domestic demand for meat has leveled off, the industrial production of livestock is growing more than twice as fast as land-based methods, according to the United Nations.
Perhaps the best hope for change lies in consumers’ becoming aware of the true costs of industrial meat production. “When you look at environmental problems in the U.S.,” says Professor Eshel, “nearly all of them have their source in food production and in particular meat production. And factory farming is ‘optimal’ only as long as degrading waterways is free. If dumping this stuff becomes costly — even if it simply carries a non-zero price tag — the entire structure of food production will change dramatically.”
Animal welfare may not yet be a major concern, but as the horrors of raising meat in confinement become known, more animal lovers may start to react. And would the world not be a better place were some of the grain we use to grow meat directed instead to feed our fellow human beings?
Real prices of beef, pork and poultry have held steady, perhaps even decreased, for 40 years or more (in part because of grain subsidies), though we’re beginning to see them increase now. But many experts, including Tyler Cowen, a professor of economics at George Mason University, say they don’t believe meat prices will rise high enough to affect demand in the United States.
“I just don’t think we can count on market prices to reduce our meat consumption,” he said. “There may be a temporary spike in food prices, but it will almost certainly be reversed and then some. But if all the burden is put on eaters, that’s not a tragic state of affairs.”
If price spikes don’t change eating habits, perhaps the combination of deforestation, pollution, climate change, starvation, heart disease and animal cruelty will gradually encourage the simple daily act of eating more plants and fewer animals.
Mr. Rosegrant of the food policy research institute says he foresees “a stronger public relations campaign in the reduction of meat consumption — one like that around cigarettes — emphasizing personal health, compassion for animals, and doing good for the poor and the planet.”
It wouldn’t surprise Professor Eshel if all of this had a real impact. “The good of people’s bodies and the good of the planet are more or less perfectly aligned,” he said.
The United Nations’ Food and Agriculture Organization, in its detailed 2006 study of the impact of meat consumption on the planet, “Livestock’s Long Shadow,” made a similar point: “There are reasons for optimism that the conflicting demands for animal products and environmental services can be reconciled. Both demands are exerted by the same group of people ... the relatively affluent, middle- to high-income class, which is no longer confined to industrialized countries. ... This group of consumers is probably ready to use its growing voice to exert pressure for change and may be willing to absorb the inevitable price increases.”
In fact, Americans are already buying more environmentally friendly products, choosing more sustainably produced meat, eggs and dairy. The number of farmers’ markets has more than doubled in the last 10 years or so, and it has escaped no one’s notice that the organic food market is growing fast. These all represent products that are more expensive but of higher quality.
If those trends continue, meat may become a treat rather than a routine. It won’t be uncommon, but just as surely as the S.U.V. will yield to the hybrid, the half-pound-a-day meat era will end.
Maybe that’s not such a big deal. “Who said people had to eat meat three times a day?” asked Mr. Pollan.
Mark Bittman, who writes the Minimalist column in the Dining In and Dining Out sections, is the author of “How to Cook Everything Vegetarian,” which was published last year. He is not a vegetarian.
http://www.nytimes.com/2008/01/27/weekinreview/27bittman.html?_r=1&oref=slogin
La bistecca fa male alla Terra
l'effetto serra ci cambia la dieta
di MARK BITTMAN
La Repubblica, 28 gennaio 2008
La produzione di bestiame mondiale è responsabile di più gas dell'intero sistema dei trasporti
Il consumo di carne raddoppierà entro il 2050, se non varieremo l'alimentazione
NEW YORK - Un cambiamento epocale nell'uso di una risorsa che si dà per scontata potrebbe essere imminente. No, non si tratta di petrolio, ma di carne. Come il petrolio anche la carne è soggetta a una domanda crescente a mano a mano che le nazioni diventano più ricche e ciò ne fa salire il prezzo. E come il petrolio anche la carne è qualcosa che tutti sono incoraggiati a consumare in quantità minori. La domanda globale di carne si è letteralmente impennata negli ultimi anni, sulla scia di un benessere crescente, alimentata dal proliferare di vaste operazioni di alimentazione forzata di animali d'allevamento. Queste vere e proprie catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, consumano quantità smisurate di energia, inquinano l'acqua e i pozzi, generano significative quantità di gas serra, e richiedono sempre più montagne di mais, soia e altri cereali, un fatto che ha portato alla distruzione di vaste aree delle foreste pluviali tropicali.
Proprio questa settimana il presidente brasiliano ha annunciato provvedimenti di emergenza per fermare gli incendi controllati e l'abbattimento delle foreste pluviali del Paese per creare nuovi pascoli e aree di coltura. Negli ultimi cinque mesi soltanto, ha fatto sapere il governo, sono andate perse 1.250 miglia quadrate di foreste.
Nel 1961 il fabbisogno complessivo di carne nel mondo era di 71 milioni di tonnellate. Nel 2007 si stima che sia arrivato a 284 milioni di tonnellate. Il consumo pro-capite di carne è più che raddoppiato in questo arco di tempo. Nel mondo in via di sviluppo è cresciuto del doppio, ed è raddoppiato in venti anni. Il consumo mondiale di carne si prevede che sia destinato a raddoppiare entro il 2050.
Produrre carne comporta il consumo di tali e tante risorse che è una vera impresa citarle tutte. Ma si consideri: secondo la Fao, la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, le terre destinate all'allevamento del bestiame costituiscono il 30 per cento delle terre emerse non ricoperte da ghiacci del pianeta. Questa stessa produzione di bestiame è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra della Terra, più di quelle emesse dai trasporti nel loro complesso. Uno studio dello scorso anno dell'Istituto nazionale di scienze dell'allevamento in Giappone ha stimato che ogni taglio di carne di manzo da un chilogrammo è responsabile dell'equivalente in termini di diossido di carbonio alle emissioni di una vettura media europea ogni 250 chilometri circa e brucia l'energia sufficiente a tenere accesa per 20 giorni una lampadina da 100 watt.
Cereali, carne e perfino energia sono collegati tra loro in un rapporto di interdipendenza che potrebbe avere spaventose conseguenze. Benché circa 800 milioni di persone di questo pianeta soffrano la fame o siano affette da malnutrizione, la maggior parte dei raccolti di mais e soia coltivati finiscono a nutrire bestiame, maiali e galline. Ciò avviene malgrado un'implicita inefficienza: per produrre le stesse calorie assimilate tramite il consumo di carni di bestiame allevato e il consumo diretto di cereali occorrono da due a cinque volte più cereali, secondo quanto afferma Rosamond Naylor, docente associato di economia all'università di Stanford. Nel caso di bestiame allevato negli Stati Uniti con cereali questo dato deve essere moltiplicato ancora per dieci. Negli Stati Uniti l'agricoltura praticata per soddisfare la domanda di carne contribuisce, secondo l'Agenzia per la Protezione Ambientale, a circa tre quarti dei problemi di qualità dell'acqua che caratterizzano i fiumi e i corsi d'acqua della nazione.
Considerato poi che lo stomaco delle bestie allevate è fatto per digerire erba e non cereali il bestiame allevato a livello industriale prospera soltanto nel senso che acquista peso rapidamente. Questo regime alimentare ha reso possibile allontanare il bestiame dal suo ambiente naturale e incoraggiare l'efficienza dell'allevamento e della macellazione in serie. È tuttavia una prassi che provoca problemi di salute tali che la somministrazione di antibiotici è da ritenersi usuale, al punto da dar vita a batteri resistenti agli antibiotici.
Questi animali nutriti a cereali contribuiscono oltre tutto a una serie di problemi sanitari tra gli abitanti più benestanti del pianeta, quali malattie cardiache, alcuni tipi di cancro e diabete. La tesi secondo cui la carne fornisce un apporto proteico è giusta, purché le quantità siano limitate. L'esortazione americana quotidiana a consumare carne - del tipo "guai a te se non mangi la bistecca" - è negativa.
Che cosa si può fare? Risposte facili non ce ne sono. Tanto per cominciare occorre una migliore gestione degli sprechi. A ciò contribuirebbe l'abolizione dei sussidi: le Nazioni Unite stimano che questi costituiscono il 31 per cento dei guadagni globali dell'agricoltura. Anche migliori tecniche di allevamento sarebbero utili. Mark W. Rosengrant, direttore della tecnologia ambientale e della produzione presso l'istituto senza fini di lucro International Food Policy Research afferma: "Occorrerebbe investire nell'allevamento e nella gestione del bestiame, per ridurre la filiera necessaria a produrre un livello qualsiasi di carne".
E poi c'è la tecnologia. Israele e Corea sono tra i Paesi che stanno sperimentando tecniche di sfruttamento delle scorie e del letame animale per generare elettricità. Altro suggerimento utile potrebbe essere quello di far ritorno al pascolo. Mentre la domanda interna di carne è ormai uguale ovunque, la produzione industriale di bestiame è cresciuta due volte più rapidamente dei metodi di base di sfruttamento delle terre, secondo quanto risulta alle Nazioni Unite. I prezzi reali di carne bovina, di maiali e pollame si sono mantenuti costanti, forse sono perfino scesi, per 40 anni e più, anche se ora stiamo assistendo a un loro aumento di prezzo. Se i prezzi elevati non costringono a cambiare le abitudini alimentari, forse sarà tutto l'insieme - la combinazione di deforestazione, inquinamento, cambiamento del clima, carestia, malattie cardiache e crudeltà sugli animali - a incoraggiare gradualmente qualcosa di molto semplice: mangiare più vegetali e meno animali.
Nel suo studio del 2006 sull'impatto dei consumi di carne sul pianeta, intitolato "La lunga ombra del bestiame", la Fao dice: "È motivo di ottimismo prendere atto che la domanda di prodotti animali e di servizi ambientali sono in conflitto tra loro ma possono essere riconciliate". Gli americani, in effetti, stanno comprando sempre più prodotti eco-compatibili, scegliendo carni, uova e latticini prodotti con metodi sostenibili. Il numero dei prodotti e dei mercati di questo tipo si è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.
Se gli attuali trend continueranno, invece, la carne diventerà una minaccia più che un'abitudine. Non diventerebbe del tutto insolito consumare carne, ma proprio come i SUV dovranno cedere il passo a vetture ibride, l'epoca dei 220 grammi al giorno di carne sarà giunta alla fine. Forse, dopotutto, non sarà poi così drammatico.
(copyright The New York Times)
(Traduzione di Anna Bissanti)
http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/
ambiente/bistecca-terra/bistecca-terra/bistecca-terra.html
The oil we eat:
Following the food chain back to Iraq
By Richard Manning
Harper's Magazine, February 2004
The secret of great wealth with no obvious source is some forgotten crime, forgotten because it was done neatly.—Balzac
The journalist's rule says: follow the money. This rule, however, is not really axiomatic but derivative, in that money, as even our vice president will tell you, is really a way of tracking energy. We'll follow the energy.
We learn as children that there is no free lunch, that you don't get something from nothing, that what goes up must come down, and so on. The scientific version of these verities is only slightly more complex. As James Prescott Joule discovered in the nineteenth century, there is only so much energy. You can change it from motion to heat, from heat to light, but there will never be more of it and there will never be less of it. The conservation of energy is not an option, it is a fact. This is the first law of thermodynamics.
Special as we humans are, we get no exemptions from the rules. All animals eat plants or eat animals that eat plants. This is the food chain, and pulling it is the unique ability of plants to turn sunlight into stored energy in the form of carbohydrates, the basic fuel of all animals. Solar-powered photosynthesis is the only way to make this fuel. There is no alternative to plant energy, just as there is no alternative to oxygen. The results of taking away our plant energy may not be as sudden as cutting off oxygen, but they are as sure.
Scientists have a name for the total amount of plant mass created by Earth in a given year, the total budget for life. They call it the planet's “primary productivity.” There have been two efforts to figure out how that productivity is spent, one by a group at Stanford University, the other an independent accounting by the biologist Stuart Pimm. Both conclude that we humans, a single species among millions, consume about 40 percent of Earth's primary productivity, 40 percent of all there is. This simple number may explain why the current extinction rate is 1,000 times that which existed before human domination of the planet. We 6 billion have simply stolen the food, the rich among us a lot more than others.
Energy cannot be created or canceled, but it can be concentrated. This is the larger and profoundly explanatory context of a national-security memo George Kennan wrote in 1948 as the head of a State Department planning committee, ostensibly about Asian policy but really about how the United States was to deal with its newfound role as the dominant force on Earth. “We have about 50 percent of the world's wealth but only 6.3 percent of its population,” Kennan wrote. “In this situation, we cannot fail to be the object of envy and resentment. Our real task in the coming period is to devise a pattern of relationships which will permit us to maintain this position of disparity without positive detriment to our national security. To do so, we will have to dispense with all sentimentality and day-dreaming; and our attention will have to be concentrated everywhere on our immediate national objectives. We need not deceive ourselves that we can afford today the luxury of altruism and world-benefaction.”“The day is not far off,” Kennan concluded, “when we are going to have to deal in straight power concepts.”
If you follow the energy, eventually you will end up in a field somewhere. Humans engage in a dizzying array of artifice and industry. Nonetheless, more than two thirds of humanity's cut of primary productivity results from agriculture, two thirds of which in turn consists of three plants: rice, wheat, and corn. In the 10,000 years since humans domesticated these grains, their status has remained undiminished, most likely because they are able to store solar energy in uniquely dense, transportable bundles of carbohydrates. They are to the plant world what a barrel of refined oil is to the hydrocarbon world. Indeed, aside from hydrocarbons they are the most concentrated form of true wealth—sun energy—to be found on the planet.
As Kennan recognized, however, the maintenance of such a concentration of wealth often requires violent action. Agriculture is a recent human experiment. For most of human history, we lived by gathering or killing a broad variety of nature's offerings. Why humans might have traded this approach for the complexities of agriculture is an interesting and long-debated question, especially because the skeletal evidence clearly indicates that early farmers were more poorly nourished, more disease-ridden and deformed, than their hunter-gatherer contemporaries. Farming did not improve most lives. The evidence that best points to the answer, I think, lies in the difference between early agricultural villages and their pre-agricultural counterparts—the presence not just of grain but of granaries and, more tellingly, of just a few houses significantly larger and more ornate than all the others attached to those granaries. Agriculture was not so much about food as it was about the accumulation of wealth. It benefited some humans, and those people have been in charge ever since.
Domestication was also a radical change in the distribution of wealth within the plant world. Plants can spend their solar income in several ways. The dominant and prudent strategy is to allocate most of it to building roots, stem, bark—a conservative portfolio of investments that allows the plant to better gather energy and survive the downturn years. Further, by living in diverse stands (a given chunk of native prairie contains maybe 200 species of plants), these perennials provide services for one another, such as retaining water, protecting one another from wind, and fixing free nitrogen from the air to use as fertilizer. Diversity allows a system to “sponsor its own fertility,” to use visionary agronomist Wes Jackson's phrase. This is the plant world's norm.
There is a very narrow group of annuals, however, that grow in patches of a single species and store almost all of their income as seed, a tight bundle of carbohydrates easily exploited by seed eaters such as ourselves. Under normal circumstances, this eggs-in-one-basket strategy is a dumb idea for a plant. But not during catastrophes such as floods, fires, and volcanic eruptions. Such catastrophes strip established plant communities and create opportunities for wind-scattered entrepreneurial seed bearers. It is no accident that no matter where agriculture sprouted on the globe, it always happened near rivers. You might assume, as many have, that this is because the plants needed the water or nutrients. Mostly this is not true. They needed the power of flooding, which scoured landscapes and stripped out competitors. Nor is it an accident, I think, that agriculture arose independently and simultaneously around the globe just as the last ice age ended, a time of enormous upheaval when glacial melt let loose sea-size lakes to create tidal waves of erosion. It was a time of catastrophe.
Corn, rice, and wheat are especially adapted to catastrophe. It is their niche. In the natural scheme of things, a catastrophe would create a blank slate, bare soil, that was good for them. Then, under normal circumstances, succession would quickly close that niche. The annuals would colonize. Their roots would stabilize the soil, accumulate organic matter, provide cover. Eventually the catastrophic niche would close. Farming is the process of ripping that niche open again and again. It is an annual artificial catastrophe, and it requires the equivalent of three or four tons of TNT per acre for a modern American farm. Iowa's fields require the energy of 4,000 Nagasaki bombs every year.
Iowa is almost all fields now. Little prairie remains, and if you can find what Iowans call a “postage stamp” remnant of some, it most likely will abut a cornfield. This allows an observation. Walk from the prairie to the field, and you probably will step down about six feet, as if the land had been stolen from beneath you. Settlers' accounts of the prairie conquest mention a sound, a series of pops, like pistol shots, the sound of stout grass roots breaking before a moldboard plow. A robbery was in progress.
When we say the soil is rich, it is not a metaphor. It is as rich in energy as an oil well. A prairie converts that energy to flowers and roots and stems, which in turn pass back into the ground as dead organic matter. The layers of topsoil build up into a rich repository of energy, a bank. A farm field appropriates that energy, puts it into seeds we can eat. Much of the energy moves from the earth to the rings of fat around our necks and waists. And much of the energy is simply wasted, a trail of dollars billowing from the burglar's satchel.
I've already mentioned that we humans take 40 percent of the globe's primary productivity every year. You might have assumed we and our livestock eat our way through that volume, but this is not the case. Part of that total—almost a third of it—is the potential plant mass lost when forests are cleared for farming or when tropical rain forests are cut for grazing or when plows destroy the deep mat of prairie roots that held the whole business together, triggering erosion. The Dust Bowl was no accident of nature. A functioning grassland prairie produces more biomass each year than does even the most technologically advanced wheat field. The problem is, it's mostly a form of grass and grass roots that humans can't eat. So we replace the prairie with our own preferred grass, wheat. Never mind that we feed most of our grain to livestock, and that livestock is perfectly content to eat native grass. And never mind that there likely were more bison produced naturally on the Great Plains before farming than all of beef farming raises in the same area today. Our ancestors found it preferable to pluck the energy from the ground and when it ran out move on.
Today we do the same, only now when the vault is empty we fill it again with new energy in the form of oil-rich fertilizers. Oil is annual primary productivity stored as hydrocarbons, a trust fund of sorts, built up over many thousands of years. On average, it takes 5.5 gallons of fossil energy to restore a year's worth of lost fertility to an acre of eroded land—in 1997 we burned through more than 400 years' worth of ancient fossilized productivity, most of it from someplace else. Even as the earth beneath Iowa shrinks, it is being globalized.
Six thousand years before sodbusters broke up Iowa, their Caucasian blood ancestors broke up the Hungarian plain, an area just northwest of the Caucasus Mountains. Archaeologists call this tribe the LBK, short for linearbandkeramik, the German word that describes the distinctive pottery remnants that mark their occupation of Europe. Anthropologists call them the wheat-beef people, a name that better connects those ancients along the Danube to my fellow Montanans on the Upper Missouri River. These proto-Europeans had a full set of domesticated plants and animals, but wheat and beef dominated. All the domesticates came from an area along what is now the Iraq-Syria-Turkey border at the edges of the Zagros Mountains. This is the center of domestication for the Western world's main crops and livestock, ground zero of catastrophic agriculture.
Two other types of catastrophic agriculture evolved at roughly the same time, one centered on rice in what is now China and India and one centered on corn and potatoes in Central and South America. Rice, though, is tropical and its expansion depends on water, so it developed only in floodplains, estuaries, and swamps. Corn agriculture was every bit as voracious as wheat; the Aztecs could be as brutal and imperialistic as Romans or Brits, but the corn cultures collapsed with the onslaught of Spanish conquest. Corn itself simply joined the wheat-beef people's coalition. Wheat was the empire builder; its bare botanical facts dictated the motion and violence that we know as imperialism.
The wheat-beef people swept across the western European plains in less than 300 years, a conquest some archaeologists refer to as a “blitzkrieg.” A different race of humans, the Cro-Magnons—hunter-gatherers, not farmers—lived on those plains at the time. Their cave art at places such as Lascaux testifies to their sophistication and profound connection to wildlife. They probably did most of their hunting and gathering in uplands and river bottoms, places the wheat farmers didn't need, suggesting the possibility of coexistence. That's not what happened, however. Both genetic and linguistic evidence say that the farmers killed the hunters. The Basque people are probably the lone remnant descendants of Cro-Magnons, the only trace.
Hunter-gatherer archaeological sites of the period contain spear points that originally belonged to the farmers, and we can guess they weren't trade goods. One group of anthropologists concludes, “The evidence from the western extension of the LBK leaves little room for any other conclusion but that LBK-Mesolithic interactions were at best chilly and at worst hostile.” The world's surviving Blackfeet, Assiniboine Sioux, Inca, and Maori probably have the best idea of the nature of these interactions.
Wheat is temperate and prefers plowed-up grasslands. The globe has a limited stock of temperate grasslands, just as it has a limited stock of all other biomes. On average, about 10 percent of all other biomes remain in something like their native state today. Only 1 percent of temperate grasslands remains undestroyed. Wheat takes what it needs.
The supply of temperate grasslands lies in what are today the United States, Canada, the South American pampas, New Zealand, Australia, South Africa, Europe, and the Asiatic extension of the European plain into the sub-Siberian steppes. This area largely describes the First World, the developed world. Temperate grasslands make up not only the habitat of wheat and beef but also the globe's islands of Caucasians, of European surnames and languages. In 2000 the countries of the temperate grasslands, the neo-Europes, accounted for about 80 percent of all wheat exports in the world, and about 86 percent of all corn. That is to say, the neo-Europes drive the world's agriculture. The dominance does not stop with grain. These countries, plus the mothership—Europe—accounted for three fourths of all agricultural exports of all crops in the world in 1999.
Plato wrote of his country's farmlands:
What now remains of the formerly rich land is like the skeleton of a sick man. . . . Formerly, many of the mountains were arable. The plains that were full of rich soil are now marshes. Hills that were once covered with forests and produced abundant pasture now produce only food for bees. Once the land was enriched by yearly rains, which were not lost, as they are now, by flowing from the bare land into the sea. The soil was deep, it absorbed and kept the water in loamy soil, and the water that soaked into the hills fed springs and running streams everywhere. Now the abandoned shrines at spots where formerly there were springs attest that our description of the land is true.
Plato's lament is rooted in wheat agriculture, which depleted his country's soil and subsequently caused the series of declines that pushed centers of civilization to Rome, Turkey, and western Europe. By the fifth century, though, wheat's strategy of depleting and moving on ran up against the Atlantic Ocean. Fenced-in wheat agriculture is like rice agriculture. It balances its equations with famine. In the millennium between 500 and 1500, Britain suffered a major “corrective” famine about every ten years; there were seventy-five in France during the same period. The incidence, however, dropped sharply when colonization brought an influx of new food to Europe.
The new lands had an even greater effect on the colonists themselves. Thomas Jefferson, after enduring a lecture on the rustic nature by his hosts at a dinner party in Paris, pointed out that all of the Americans present were a good head taller than all of the French. Indeed, colonists in all of the neo-Europes enjoyed greater stature and longevity, as well as a lower infant-mortality rate—all indicators of the better nutrition afforded by the onetime spend down of the accumulated capital of virgin soil.
The precolonial famines of Europe raised the question: What would happen when the planet's supply of arable land ran out? We have a clear answer. In about 1960 expansion hit its limits and the supply of unfarmed, arable lands came to an end. There was nothing left to plow. What happened was grain yields tripled.
The accepted term for this strange turn of events is the green revolution, though it would be more properly labeled the amber revolution, because it applied exclusively to grain—wheat, rice, and corn. Plant breeders tinkered with the architecture of these three grains so that they could be hypercharged with irrigation water and chemical fertilizers, especially nitrogen. This innovation meshed nicely with the increased “efficiency” of the industrialized factory-farm system. With the possible exception of the domestication of wheat, the green revolution is the worst thing that has ever happened to the planet.

For openers, it disrupted long-standing patterns of rural life worldwide, moving a lot of no-longer-needed people off the land and into the world's most severe poverty. The experience in population control in the developing world is by now clear: It is not that people make more people so much as it is that they make more poor people. In the forty-year period beginning about 1960, the world's population doubled, adding virtually the entire increase of 3 billion to the world's poorest classes, the most fecund classes. The way in which the green revolution raised that grain contributed hugely to the population boom, and it is the weight of the population that leaves humanity in its present untenable position.
Discussion of these, the most poor, however, is largely irrelevant to the American situation. We say we have poor people here, but almost no one in this country lives on less than one dollar a day, the global benchmark for poverty. It marks off a class of about 1.3 billion people, the hard core of the larger group of 2 billion chronically malnourished people—that is, one third of humanity. We may forget about them, as most Americans do.
More relevant here are the methods of the green revolution, which added orders of magnitude to the devastation. By mining the iron for tractors, drilling the new oil to fuel them and to make nitrogen fertilizers, and by taking the water that rain and rivers had meant for other lands, farming had extended its boundaries, its dominion, to lands that were not farmable. At the same time, it extended its boundaries across time, tapping fossil energy, stripping past assets.
The common assumption these days is that we muster our weapons to secure oil, not food. There's a little joke in this. Ever since we ran out of arable land, food is oil. Every single calorie we eat is backed by at least a calorie of oil, more like ten. In 1940 the average farm in the United States produced 2.3 calories of food energy for every calorie of fossil energy it used. By 1974 (the last year in which anyone looked closely at this issue), that ratio was 1:1. And this understates the problem, because at the same time that there is more oil in our food there is less oil in our oil. A couple of generations ago we spent a lot less energy drilling, pumping, and distributing than we do now. In the 1940s we got about 100 barrels of oil back for every barrel of oil we spent getting it. Today each barrel invested in the process returns only ten, a calculation that no doubt fails to include the fuel burned by the Hummers and Blackhawks we use to maintain access to the oil in Iraq.
David Pimentel, an expert on food and energy at Cornell University, has estimated that if all of the world ate the way the United States eats, humanity would exhaust all known global fossil-fuel reserves in just over seven years. Pimentel has his detractors. Some have accused him of being off on other calculations by as much as 30 percent. Fine. Make it ten years.
Fertilizer makes a pretty fine bomb right off the shelf, a chemistry lesson Timothy McVeigh taught at Oklahoma City's Alfred P. Murrah Federal Building in 1995—not a small matter, in that the green revolution has made nitrogen fertilizers ubiquitous in some of the more violent and desperate corners of the world. Still, there is more to contemplate in nitrogen's less sensational chemistry.
The chemophobia of modern times excludes fear of the simple elements of chemistry's periodic table. We circulate petitions, hold hearings, launch websites, and buy and sell legislators in regard to polysyllabic organic compounds—polychlorinated biphenyls, polyvinyls, DDT, 2-4d, that sort of thing—not simple carbon or nitrogen. Not that agriculture's use of the more ornate chemistry is benign—an infant born in a rural, wheat-producing county in the United States has about twice the chance of suffering birth defects as one born in a rural place that doesn't produce wheat, an effect researchers blame on chlorophenoxy herbicides. Focusing on pesticide pollution, though, misses the worst of the pollutants. Forget the polysyllabic organics. It is nitrogen—the wellspring of fertility relied upon by every Eden-obsessed backyard gardener and suburban groundskeeper—that we should fear most.
Those who model our planet as an organism do so on the basis that the earth appears to breathe—it thrives by converting a short list of basic elements from one compound into the next, just as our own bodies cycle oxygen into carbon dioxide and plants cycle carbon dioxide into oxygen. In fact, two of the planet's most fundamental humors are oxygen and carbon dioxide. Another is nitrogen.
Nitrogen can be released from its “fixed” state as a solid in the soil by natural processes that allow it to circulate freely in the atmosphere. This also can be done artificially. Indeed, humans now contribute more nitrogen to the nitrogen cycle than the planet itself does. That is, humans have doubled the amount of nitrogen in play.
This has led to an imbalance. It is easier to create nitrogen fertilizer than it is to apply it evenly to fields. When farmers dump nitrogen on a crop, much is wasted. It runs into the water and soil, where it either reacts chemically with its surroundings to form new compounds or flows off to fertilize something else, somewhere else.
That chemical reaction, called acidification, is noxious and contributes significantly to acid rain. One of the compounds produced by acidification is nitrous oxide, which aggravates the greenhouse effect. Green growing things normally offset global warming by sucking up carbon dioxide, but nitrogen on farm fields plus methane from decomposing vegetation make every farmed acre, like every acre of Los Angeles freeway, a net contributor to global warming. Fertilization is equally worrisome. Rainfall and irrigation water inevitably washes the nitrogen from fields to creeks and streams, which flows into rivers, which floods into the ocean. This explains why the Mississippi River, which drains the nation's Corn Belt, is an environmental catastrophe. The nitrogen fertilizes artificially large blooms of algae that in growing suck all the oxygen from the water, a condition biologists call anoxia, which means “oxygen-depleted.” Here there's no need to calculate long-term effects, because life in such places has no long term: everything dies immediately. The Mississippi River's heavily fertilized effluvia has created a dead zone in the Gulf of Mexico the size of New Jersey.
America's biggest crop, grain corn, is completely unpalatable. It is raw material for an industry that manufactures food substitutes. Likewise, you can't eat unprocessed wheat. You certainly can't eat hay. You can eat unprocessed soybeans, but mostly we don't. These four crops cover 82 percent of American cropland. Agriculture in this country is not about food; it's about commodities that require the outlay of still more energy to become food.
About two thirds of U.S. grain corn is labeled “processed,” meaning it is milled and otherwise refined for food or industrial uses. More than 45 percent of that becomes sugar, especially high-fructose corn sweeteners, the keystone ingredient in three quarters of all processed foods, especially soft drinks, the food of America's poor and working classes. It is not a coincidence that the American pandemic of obesity tracks rather nicely with the fivefold increase in corn-syrup production since Archer Daniels Midland developed a high-fructose version of the stuff in the early seventies. Nor is it a coincidence that the plague selects the poor, who eat the most processed food.
It began with the industrialization of Victorian England. The empire was then flush with sugar from plantations in the colonies. Meantime the cities were flush with factory workers. There was no good way to feed them. And thus was born the afternoon tea break, the tea consisting primarily of warm water and sugar. If the workers were well off, they could also afford bread with heavily sugared jam—sugar-powered industrialization. There was a 500 percent increase in per capita sugar consumption in Britain between 1860 and 1890, around the time when the life expectancy of a male factory worker was seventeen years. By the end of the century the average Brit was getting about one sixth of his total nutrition from sugar, exactly the same percentage Americans get today—double what nutritionists recommend.
There is another energy matter to consider here, though. The grinding, milling, wetting, drying, and baking of a breakfast cereal requires about four calories of energy for every calorie of food energy it produces. A two-pound bag of breakfast cereal burns the energy of a half-gallon of gasoline in its making. All together the food-processing industry in the United States uses about ten calories of fossil-fuel energy for every calorie of food energy it produces.
That number does not include the fuel used in transporting the food from the factory to a store near you, or the fuel used by millions of people driving to thousands of super discount stores on the edge of town, where the land is cheap. It appears, however, that the corn cycle is about to come full circle. If a bipartisan coalition of farm-state lawmakers has their way—and it appears they will—we will soon buy gasoline containing twice as much fuel alcohol as it does now. Fuel alcohol already ranks second as a use for processed corn in the United States, just behind corn sweeteners. According to one set of calculations, we spend more calories of fossil-fuel energy making ethanol than we gain from it. The Department of Agriculture says the ratio is closer to a gallon and a quart of ethanol for every gallon of fossil fuel we invest. The USDA calls this a bargain, because gasohol is a “clean fuel.” This claim to cleanness is in dispute at the tailpipe level, and it certainly ignores the dead zone in the Gulf of Mexico, pesticide pollution, and the haze of global gases gathering over every farm field. Nor does this claim cover clean conscience; some still might be unsettled knowing that our SUVs' demands for fuel compete with the poor's demand for grain.
Green eaters, especially vegetarians, advocate eating low on the food chain, a simple matter of energy flow. Eating a carrot gives the diner all that carrot's energy, but feeding carrots to a chicken, then eating the chicken, reduces the energy by a factor of ten. The chicken wastes some energy, stores some as feathers, bones, and other inedibles, and uses most of it just to live long enough to be eaten. As a rough rule of thumb, that factor of ten applies to each level up the food chain, which is why some fish, such as tuna, can be a horror in all of this. Tuna is a secondary predator, meaning it not only doesn't eat plants but eats other fish that themselves eat other fish, adding a zero to the multiplier each notch up, easily a hundred times, more like a thousand times less efficient than eating a plant.
This is fine as far as it goes, but the vegetarian's case can break down on some details. On the moral issues, vegetarians claim their habits are kinder to animals, though it is difficult to see how wiping out 99 percent of wildlife's habitat, as farming has done in Iowa, is a kindness. In rural Michigan, for example, the potato farmers have a peculiar tactic for dealing with the predations of whitetail deer. They gut-shoot them with small-bore rifles, in hopes the deer will limp off to the woods and die where they won't stink up the potato fields.
Animal rights aside, vegetarians can lose the edge in the energy argument by eating processed food, with its ten calories of fossil energy for every calorie of food energy produced. The question, then, is: Does eating processed food such as soy burger or soy milk cancel the energy benefits of vegetarianism, which is to say, can I eat my lamb chops in peace? Maybe. If I've done my due diligence, I will have found out that the particular lamb I am eating was both local and grass-fed, two factors that of course greatly reduce the embedded energy in a meal. I know of ranches here in Montana, for instance, where sheep eat native grass under closely controlled circumstances—no farming, no plows, no corn, no nitrogen. Assets have not been stripped. I can't eat the grass directly. This can go on. There are little niches like this in the system. Each person's individual charge is to find such niches.
Chances are, though, any meat eater will come out on the short end of this argument, especially in the United States. Take the case of beef. Cattle are grazers, so in theory could live like the grass-fed lamb. Some cattle cultures—those of South America and Mexico, for example—have perfected wonderful cuisines based on grass-fed beef. This is not our habit in the United States, and it is simply a matter of habit. Eighty percent of the grain the United States produces goes to livestock. Seventy-eight percent of all of our beef comes from feed lots, where the cattle eat grain, mostly corn and wheat. So do most of our hogs and chickens. The cattle spend their adult lives packed shoulder to shoulder in a space not much bigger than their bodies, up to their knees in shit, being stuffed with grain and a constant stream of antibiotics to prevent the disease this sort of confinement invariably engenders. The manure is rich in nitrogen and once provided a farm's fertilizer. The feedlots, however, are now far removed from farm fields, so it is simply not “efficient” to haul it to cornfields. It is waste. It exhales methane, a global-warming gas. It pollutes streams. It takes thirty-five calories of fossil fuel to make a calorie of beef this way; sixty-eight to make one calorie of pork.
Still, these livestock do something we can't. They convert grain's carbohydrates to high-quality protein. All well and good, except that per capita protein production in the United States is about double what an average adult needs per day. Excess cannot be stored as protein in the human body but is simply converted to fat. This is the end result of a factory-farm system that appears as a living, continental-scale monument to Rube Goldberg, a black-mass remake of the loaves-and-fishes miracle. Prairie's productivity is lost for grain, grain's productivity is lost in livestock, livestock's protein is lost to human fat—all federally subsidized for about $15 billion a year, two thirds of which goes directly to only two crops, corn and wheat.
This explains why the energy expert David Pimentel is so worried that the rest of the world will adopt America's methods. He should be, because the rest of the world is. Mexico now feeds 45 percent of its grain to livestock, up from 5 percent in 1960. Egypt went from 3 percent to 31 percent in the same period, and China, with a sixth of the world's population, has gone from 8 percent to 26 percent. All of these places have poor people who could use the grain, but they can't afford it.
I live among elk and have learned to respect them. One moonlit night during the dead of last winter, I looked out my bedroom window to see about twenty of them grazing a plot of grass the size of a living room. Just that small patch among acres of other species of native prairie grass. Why that species and only that species of grass that night in the worst of winter when the threat to their survival was the greatest? What magic nutrient did this species alone contain? What does a wild animal know that we don't? I think we need this knowledge.
Food is politics. That being the case, I voted twice in 2002. The day after Election Day, in a truly dismal mood, I climbed the mountain behind my house and found a small herd of elk grazing native grasses in the morning sunlight. My respect for these creatures over the years has become great enough that on that morning I did not hesitate but went straight to my job, which was to rack a shell and drop one cow elk, my household's annual protein supply. I voted with my weapon of choice—an act not all that uncommon in this world, largely, I think, as a result of the way we grow food. I can see why it is catching on. Such a vote has a certain satisfying heft and finality about it. My particular bit of violence, though, is more satisfying, I think, than the rest of the globe's ordinary political mayhem. I used a rifle to opt out of an insane system. I killed, but then so did you when you bought that package of burger, even when you bought that package of tofu burger. I killed, then the rest of those elk went on, as did the grasses, the birds, the trees, the coyotes, mountain lions, and bugs, the fundamental productivity of an intact natural system, all of it went on.
http://www.harpers.org/archive/2004/02/0079915

Il petrolio che mangiamo:
risalendo la catena alimentare fino all'Iraq
Richard Manning
Harper's Magazine, Febbraio 2004
Il segreto di una grande ricchezza priva di una origine evidente è un qualche crimine dimenticato, dimenticato perché è stato eseguito in modo pulito.
Balzac
La prima regola del giornalista recita: segui il denaro. Questa regola non è assiomatica, ma derivata, in quanto il denaro, come direbbe anche il nostro vicepresidente, è in realtà un modo di seguire l'energia. Dunque, seguiremo l'energia.
Sin da bambini impariamo che non esistono pasti gratis, che non si ottiene qualcosa senza dare niente in cambio, che ciò che sale deve ridiscendere, e così via. La versione scientifica di queste verità è solo leggermente più complicata. Come James Prescott Joule scoprì nel diciannovesimo secolo, c'è solo una quantità prefissata di energia. La si può convertire da movimento a calore, da calore a luce, ma non ce ne sarà mai di più, né di meno. La conservazione dell'energia non è una possibilità, è un fatto. Questo si chiama primo principio della termodinamica.
Noi esseri umani, per quanto speciali possiamo essere, non siamo esentati dal rispetto delle regole. Tutti gli animali mangiano piante, o mangiano animali che mangiano piante. Questa è la catena alimentare, e ciò che la fa funzionare è l'insostituibile capacità delle piante di convertire la luce del sole in energia immagazzinata sotto forma di carboidrati, che sono il carburante di base di tutti gli animali. La fotosintesi, alimentata dalla luce del sole, è l'unica maniera di produrre questo carburante. Non c'è alternativa all'energia delle piante, come non c'è alternativa all'ossigeno. Gli effetti dell'eliminazione dell'energia di origine vegetale possono non essere così immediati come quelli della mancanza di ossigeno, ma sono altrettanto certi.
Gli scienziati hanno dato un nome alla quantità totale di massa vegetale creata dalla Terra in un anno, che costituisce il budget totale di energia disponibile per la vita. La chiamano la "produttività primaria" del pianeta. Ci sono stati due tentativi di valutare come questa produttività venga impiegata, uno da parte di un gruppo dell'Università di Stanford, mentre l'altro è un conteggio indipendente effettuato dal biologo Stuart Pimm. Entrambi hanno concluso che noi esseri umani, una singola specie tra i milioni che popolano il pianeta, consumiamo circa il 40 per cento della produttività primaria della Terra, il 40 per cento di tutto quello che è disponibile. Questo semplice numero spiega perché l'attuale tasso di estinzione è 1000 volte più alto di quello che si aveva prima della dominazione umana del pianeta. Noi, 6 miliardi di esseri umani, abbiamo in pratica rubato il cibo alle altre specie, e i ricchi tra di noi lo hanno fatto in maniera molto maggiore degli altri.
L'energia non può essere creata o distrutta, ma può essere concentrata. Questo è il contesto esplicativo più ampio in cui inquadrare un pro-memoria sulla sicurezza nazionale scritto da George Kennan nel 1948 in qualità di presidente di un comitato di pianificazione del Dipartimento di Stato, il cui tema era apparentemente la politica asiatica, ma che in realtà definiva come gli Stati Uniti avrebbero dovuto gestire il ruolo appena conquistato di potenza dominante sulla Terra. "Possediamo circa il 50 per cento della ricchezza del mondo, ma solo il 6,3 per cento della popolazione", scrisse Kennan. "In questa situazione, non potremo evitare di essere oggetto di invidia e risentimento. Il nostro compito, negli anni a venire, è di mettere in piedi una rete di relazioni che ci consenta di mantenere questa posizione di disparità senza detrimento per la nostra sicurezza nazionale. Per riuscirci, dovremo fare a meno di sentimentalismi e sogni ad occhi aperti; e la nostra attenzione dovrà concentrarsi ovunque sui nostri obiettivi nazionali immediati. Non dobbiamo illuderci di poterci permettere il lusso dell'altruismo e di poter fare i benefattori del mondo."
"Non è lontano il giorno," concluse Kennan, "in cui dovremo rapportarci al resto del mondo in termini di pura e semplice potenza."
Seguendo l'energia, si finisce prima o poi in un campo coltivato. Gli uomini cimentano il loro ingegno in un numero vertiginoso di industrie e mestieri. Tuttavia, più di due terzi dei consumi umani di produttività primaria sono dovuti all'agricoltura, e due terzi di questi consistono di tre piante: riso, grano e granoturco. Nei 10.000 anni trascorsi da quando gli esseri umani hanno addomesticato questi tre cereali, la loro importanza è rimasta incontrastata, essenzialmente a causa del fatto che sono capaci di immagazzinare l'energia solare in agglomerati di carboidrati con caratteristiche uniche di densità e trasportabilità. Essi rappresentano per il regno vegetale ciò che un barile di petrolio raffinato è per il mondo degli idrocarburi. In effetti, idrocarburi a parte, si tratta della forma più concentrata di vera ricchezza - energia solare - reperibile sul pianeta.
Come riconosiuto da Kennan, tuttavia, il mantenimento di una tale concentrazione di ricchezza spesso richiede azioni violente. L'agricoltura è un esperimento umano recente. Per la maggior parte della storia dell'uomo, siamo vissuti raccogliendo o uccidendo una ampia varietà di doni della natura. Il motivo per cui gli esseri umani abbiano scambiato questo approccio con le complessità dell'agricoltura è un problema interessante e da tempo dibattuto, specialmente in quanto l'evidenza ottenuta dallo studio dei loro scheletri indica chiaramente che i primi agricoltori erano più denutriti, più soggetti a malattie e deformità, dei loro contemporanei dediti alla caccia e alla raccolta di prodotti della natura. L'agricoltura non migliorò la maggior parte delle vite. L'evidenza che meglio suggerisce la risposta, a mio parere, risiede nella differenza tra i primi villaggi agricoli e le loro controparti dei cacciatori-raccoglitori - la presenza non soltanto di cereali, ma anche di granai e, soprattutto, di alcune case molto più grandi e decorate delle altre, situate accanto ai granai. L'agricoltura non riguarda tanto il cibo, quanto l'accumulazione di ricchezza. La sua introduzione fu di beneficio per alcuni uomini, e queste persone sono rimaste al potere da allora fino ad oggi.
L'addomesticamento segnò un cambiamento radicale nella distribuzione di ricchezza anche all'interno del regno vegetale. Le piante possono spendere il loro reddito solare in parecchi modi differenti. La strategia dominante è quella prudente che consiste nell'allocazione della maggior parte di esso nella crescita di radici, fusto, corteccia - un portafoglio di investimenti conservativo che permette alle piante di raccogliere meglio l'energia e di sopravvivere agli anni di magra. In più, vivendo in appezzamenti caratterizzati da una elevata biodiversità (un dato pezzo di prateria vergine può contenere circa 200 specie di piante), queste piante perenni si forniscono a vicenda dei servizi, come la ritenzione dell'acqua, la protezione vicendevole dal vento, e il fissaggio dell'azoto atmosferico da usare come fertilizzante. La diversità consente ad un sistema di "rendersi garante della propria fertilità", per usare l'espressione dell'agronomo visionario Wes Jackson. Questa è la norma nel regno vegetale.
C'è però un ristretto gruppo di piante a ciclo annuale che crescono in chiazze popolate da una singola specie, e immagazzinano quasi tutto il loro introito sotto forma di un seme, un denso agglomerto di carboidrati facilmente sfruttabili da mangiatori di semi quali noi siamo. In circostanze normali, questa strategia da "tutte le uova in un paniere" è una idea stupida. Ma non è così in occasione di catastrofi come inondazioni, incendi ed eruzioni vulcaniche. Queste catastrofi sradicano le comunità di piante già stabilite e creano opportunità per gli intraprendenti produttori di semi che si propagano grazie al vento. Non è un caso che ovunque nel mondo si sia sviluppata l'agricoltura, ciò si è verificato vicino ai fiumi. Si potrebbe ipotizzare, come molti hanno fatto, che questo sia avvenuto perché le piante necessitavano di acqua o nutrienti. Perlopiù non è così. Esse avevano bisogno della potenza delle inondazioni, che spazzavano il territorio ed eliminavano i competitori. Non è neanche un caso, io credo, che l'agricoltura nacque indipendentemente e simultaneamente intorno al globo proprio alla fine dell'ultima era glaciale, un periodo di enormi sconvolgimenti in cui lo scioglimento dei ghiacci creò laghi grandi come mari in grado di creare grandi maree erosive. Fu un'epoca di catastrofi.
Il granturco, il riso ed il grano sono particolarmente adattati alle catastrofi. È la loro nicchia. Nello schema naturale delle cose, una catastrofe crea un suolo nudo, una tabula rasa, che è ciò che occorre loro. Successivamente, sempre in circostanza normali, il susseguirsi degli eventi chiude velocemente la nicchia. Le piante annuali colonizzano la zona. Le loro radici stabilizzano il suolo, accumulano materia organica, forniscono copertura del terreno. In tal modo la nicchia creata dalla catastrofe si chiude. L'agricoltura è il processo con cui quella nicchia viene ricreata ad intervalli regolari. È una catastrofe artificiale che avviene con ritmo annuale, e richiede l'equivalente di otto o dieci tonnellate di TNT per ettaro nel caso di una moderna fattoria statunitense. I campi dello Iowa richiedono ogni anno un'energia pari a quella di 4000 bombe simili a quella di Nagasaki.
L'Iowa è oggi quasi completamente coperto di campi coltivati. Rimane pochissima prateria, e se riuscite a trovarne quello che gli abitanti chiamano "un francobollo", molto probabilmente confinerà con un campo di granturco. Questo consente di fare un'osservazione. Provate a camminare dalla prateria al campo coltivato, e molto probabilmente scenderete di circa due metri, come se la terra fosse stata rubata da sotto i vostri piedi. I racconti dei pionieri sulla conquista della prateria menzionano un suono, una serie di schiocchi, simili a colpi di pistola: il suono di vigorose radici di piante erbacee spezzate da un aratro versoio. Era in corso un rapina.
Quando diciamo che il suolo è ricco, non è una metafora. È ricco di energia come un pozzo di petrolio. Una prateria converte questa energia in fiori, radici e fusti, che a loro volta restituiscono questa energia al terreno sotto forma di materia organica morta. Si formano così strati di suolo che formano una ricca riserva di energia, una sorta di banca. Un campo coltivato a cereali si appropria di questa energia e la trasferisce in semi che poi noi mangiamo. Molta di questa energia passa dalla terra agli anelli di grasso intorno al nostro collo e alla nostra vita. E molta di questa energia viene semplicemente sprecata, come una scia di dollari che trabocca dalla tasca del ladro.
Ho già menzionato che gli esseri umani si impossessano ogni anno del 40% della produttività primaria del globo. Forse avrete immaginato che la usiamo per nutrire noi stessi e il nostro bestiame, ma non è così. Una frazione di questo totale - quasi un terzo - è la massa vegetale potenziale che viene persa quando le foreste vengono abbattute per far posto alle coltivazioni, o quando le foreste tropicali vengono tagliate per creare pascoli, o quando gli aratri distruggono il profondo groviglio di radici che tengono insieme una prateria, dando così il via all'erosione del terreno. Il Dust Bowl (serie di tempeste di sabbia che si verificarono negli USA nel corso degli anni '30 a causa dell'eccessivo sfruttamento dei terreni, causando la migrazione forzata di centinaia di migliaia di contadini, NdT) non è stato un accidente di natura. Una prateria funzionante produce in un anno più biomassa del più avanzato e tecnologico campo di grano. Il problema è che la produce principalmente sotto forma di erba e radici che noi esseri umani non possiamo mangiare. Di conseguenza noi rimpiazziamo la prateria con la nostra erba preferita, il grano. Senza curarci del fatto che diamo da mangiare la maggior parte dei nostri cereali al bestiame, il quale sarebbe perfettamente felice di mangiare erba. E senza considerare che molto probabilmente erano più i bisonti prodotti naturalmente sulle Grandi Pianure prima dell'agricoltura che i bovini che agricoltura e allevamento riescono a produrre oggi sulla stessa superficie. I nostri antenati hanno trovato preferibile prelevare l'energia dal terreno, e quando questa era esaurita spostarsi altrove.
È ciò che facciamo anche oggi, con la differenza che quando la cassaforte è vuota la riempiamo con nuova energia, sotto forma di fertilizzanti ottenuti dal petrolio. Il petrolio non è altro che produttività primaria immagazzinata sotto forma di idrocarburi, una sorta di fondo fiduciario costruito nell'arco di molte migliaia di anni. In media, occorrono 50 litri di energia fossile per restituire l'equivalente di un anno di fertilità perduta ad un ettaro di terreno soggetto ad erosione - nel solo 1997 abbiamo bruciato l'equivalente di 400 anni di antica produttività primaria fossilizzata, perlopiù proveniente da altri luoghi. Anche mentre si restringe, la terra sotto lo Iowa viene globalizzata.
Seimila anni prima che i distruttori di praterie dissodassero lo Iowa, i loro antenati di sangue caucasico dissodarono la pianura ungherese, un'area sita a nord-ovest del Caucaso. Gli archeologi chiamano questo popolo LBK, abbreviazione di linearbandkeramik, la parola tedesca che descrive i caratteristici resti di ceramiche che caratterizzano la loro occupazione dell'Europa. Gli antropologi li chiamano "il popolo del grano e dei bovini", un nome che meglio svela il collegamento tra questi antichi uomini che vivevano lungo il Danubio e i miei conterranei del Montana che vivono lungo la parte alta del corso del fiume Missouri. Questi proto-Europei erano dotati di un insieme completo di piante ed animali domestici, ma il grano e i bovini dominavano. Tutte le specie addomesticate vengono da un'area situata lungo l'attuale confine tra Turchia, Siria ed Iraq, ai piedi dei monti Zagros. Questo è il centro di addomesticamento dei principali tipi di coltivazioni e di bestiame del mondo occidentale, il "ground zero" dell'agricoltura catastrofica.
Altri due tipi di agricoltura catastrofica si sono evoluti più o meno nella stessa epoca, uno incentrato sul riso in quello che oggi sono la Cina e l'India e uno incentrato su granturco e patate in America Centrale e nel Sudamerica. Il riso però è una pianta tropicale e la sua espansione dipende dalla disponibilità di acqua, per cui esso si sviluppò solo nelle pianure alluvionali, negli estuari e nelle paludi. La coltivazione del granturco era altrettanto vorace di quella del grano, e gli Aztechi potevano essere altrettanto brutali ed imperialisti dei Romani o degli Inglesi, ma le culture del granturco collassarono sotto l'assalto della conquista spagnola. Il granturco si aggregò alla coalizione del popolo del grano e dei bovini. Il grano era un costruttore di imperi; erano le sue stesse caratteristiche botaniche a dettare l'espansione e la violenza che oggi conosciamo sotto il nome di imperialismo.
Il popolo del grano e dei bovini si espanse attraverso le pianure dell'Europa occidentale in meno di 300 anni, una conquista a cui alcuni archeologi si riferiscono col termine "blitzkrieg". Una razza differente di esseri umani, i Cro-Magnon - cacciatori-raccoglitori, non agricoltori - viveva a quel tempo su queste pianure. La loro arte rupestre in luoghi come Lascaux testimonia il loro livello di sofisticazione e il loro profondo legame con la natura. È probabile che praticassero la caccia e la raccolta principalmente sugli altopiani e nel letto dei fiumi, luoghi di cui i coltivatori di grano non avevano bisogno, il che suggerisce la possibilità di una convivenza. Non è questo però ciò che accadde. Evidenze sia genetiche che linguistiche dimostrano che gli agricoltori uccisero i cacciatori. I Baschi sono probabilmente i soli discendenti dei Cro-Magnon, l'unica traccia.
I siti archeologici dei cacciatori-raccoglitori del periodo contengono punte di lancia che originariamente appartenevano agli agricoltori, e possiamo supporre che non si trattasse di frutti del commercio. Un gruppo di antropologi ne conclude che "L'evidenza che si ottiene dall'estensione verso ovest dei LBK lascia poco spazio per conclusioni diverse da quella che le interazioni tra LBK e Mesolitici andavano dal gelido all'ostile". I sopravvissuti di popoli come Piedi Neri, Sioux, Inca e Maori probabilmente hanno un'idea molto chiara sulla natura di queste interazioni.
Il grano è adatto ai climi temperati e predilige le praterie arate. Il globo ha una quantità limitata di praterie con clima temperato, così come ha una quantità limitata di tutti gli altri biomi. In media, circa il 10 per cento di tutti gli altri biomi rimane oggi in uno stato in qualche modo simile a quello nativo. Viceversa, solo l'1 per cento delle praterie temperate non è stato distrutto. Il grano si prende ciò di cui ha bisogno.
Le praterie temperate si trovano soprattutto in quelli che oggi sono gli Stati Uniti, il Canada, le pampas sudamericane, la Nuova Zelanda, l'Australia, il Sud Africa, l'Europa e l'estensione asiatica delle pianure europee nelle steppe sub-siberiane. Quest'area descrive più o meno il Primo Mondo, il mondo sviluppato. Le praterie temperate non costituiscono solo l'habitat del grano e dei bovini, ma anche le zone abitate dai caucasici, con lingue e cognomi europei. Nel 2000 i paesi delle praterie temperate, che potremmo chiamare le neo-Europe, hanno prodotto circa l'80 per cento di tutte le esportazioni mondiali di grano, e circa l'86 per cento di tutto il granturco. Questo esprime il fatto che le neo-Europe dominano l'agricoltura mondiale. Il dominio non è limitato al grano. Questi paesi, più la madrepatria - l'Europa - hanno totalizzato nel 1999 i tre quarti di tutte le esportazioni agricole di tutti i prodotti.
Platone scrisse a proposito delle campagne del suo paese:
Ciò che rimane oggi di una terra che una volta era ricca somiglia allo scheletro di un malato. Una volta molte montagne erano arabili. Le pianure, che avevano suoli ricchi e fertili, sono oggi ridotte a paludi. Le colline, che erano un tempo coperte di foreste e producevano abbondante foraggio, adesso producono solo cibo per le api. Un tempo la terra era arricchita dalle pioggie annuali, che non venivano perse come accade oggi che fluiscono dalla terra brulla fin dentro il mare. Il suolo era profondo, assorbiva e conservava l'acqua nella terra grassa, e l'acqua che inzuppava le colline alimentava ovunque sorgenti e ruscelli. I templi oggi abbandonati che sorgono dove un tempo c'erano delle sorgenti attestano che la nostra descrizione del territorio è veritiera.
Il lamento di Platone affonda le sue radici nella coltivazione del grano, che impoverì i suoli del suo paese e successivamente causò la serie di declini che spostò i centri della civiltà a Roma, in Turchia e nell'Europa occidentale. Nel quinto secolo, tuttavia, la strategia del grano di impoverire il suolo e spostarsi incontrò l'Oceano Atlantico. L'agricoltura del grano è come quella del riso. Bilancia le sue equazioni grazie alle carestie. Nel millennio tra il 500 e il 1500 la Gran Bretagna soffrì una carestia "correttiva" ogni dieci anni circa; in Francia durante lo stesso periodo ce ne furono settantacinque. La loro incidenza, tuttavia, diminuì bruscamente quando la colonizzazione portò in Europa un nuovo flusso di cibo.
Le nuove terre ebbero un effetto anche maggiore sui coloni stessi. Thomas Jefferson, dopo aver dovuto sopportare una lezione sulla natura rustica da parte dei suoi ospiti durante una cena a Parigi, fece notare che tutti gli americani presenti erano di una testa più alti di tutti i francesi. In effetti, i coloni di tutte le neo-Europe godevano di una maggiore statura e longevità, così come di un tasso di mortalità infantile più basso - tutti indicatori della migliore nutrizione consentita dalla dissipazione del capitale accumulato nel suolo vergine.
Le carestie precoloniali dell'Europa sollevarono la domanda: Cosa sarebbe accaduto quando la disponibilità di nuove terre arabili a livello planetario si fosse esaurita? Oggi abbiamo una risposta chiara. Intorno al 1960 l'espansione incontrò i propri limiti, e la disponibilità di terre arabili, non coltivate in precedenza, giunse al termine. Non c'era più nulla da arare. Ciò che accadde fu che le rese di cereali triplicarono.
Il nome comunemente accettato per questa strana sequenza di eventi è rivoluzione verde, anche se dovrebbe più propriamente essere chiamata rivoluzione ambra, perché si applicò solo ai cereali - grano, riso e granturco. I riproduttori di piante armeggiarono con l'architettura di questi tre cereali in modo che potessero essere sovraccaricati di acqua di irrigazione e fertilizzanti chimici, soprattutto azoto. Questa innovazione si mescolò a meraviglia con l'aumentata "efficienza" dell'agricoltura industrializzata. Con la possibile eccezione dell'addomesticamento del grano, la rivoluzione verde è la cosa peggiore che sia mai accaduta al nostro pianeta.

Tanto per cominciare, distrusse ovunque nel mondo schemi di vita rurale da lungo tempo stabiliti, allontanando dalla terra un gran numero di persone non più necessarie e sprofondandole nella più nera povertà. L'esperienza sul controllo della popolazione nei paesi in via di sviluppo è oggi chiara. Il problema non è tanto che le persone producono altre persone quanto il fatto che producono altre persone povere. Nel quarantennio iniziato intorno al 1960 la popolazione mondiale è raddoppiata, e quasi l'intero incremento di 3 miliardi di persone ha riguardato le classi più povere del mondo, che sono anche le più feconde. La maniera in cui la rivoluzione verde ha fornito tutti quei cereali ha dato un grande contributo all'esplosione della popolazione, ed è il peso della popolazione che lascia l'umanità nella attuale insostenibile posizione.
La discussione relativa a questi, i più poveri, è tuttavia irrilevante per la situazione statunitense. Noi diciamo di avere dei poveri, ma praticamente nessuno in questo paese vive con meno di un dollaro al giorno, che è il riferimento usato per definire la povertà a livello mondiale. Questa condizione definisce una classe di 1,3 miliardi di persone, lo zoccolo duro del più vasto gruppo di 2 miliardi di persone sofferenti di malnutrizione cronica che costituiscono un terzo dell'intera umanità. Possiamo qui scordarci di loro, come fanno la maggior parte degli statunitensi.
Più rilevanti per il nostro discorso sono i metodi della rivoluzione verde, che hanno aumentato la devastazione di ordini di grandezza. Estraendo ferro dalle miniere per costruire trattori, scavando nuovi pozzi per ottenere il carburante necessario a farli andare e per produrre fertilizzanti azotati, e prelevando acqua che la pioggia e i fiumi aveva destinato ad altri terreni, l'agricoltura estese i suo confini, il suo dominio, a terreni che non erano coltivabili. Allo stesso tempo estese i suoi confini nel tempo attingendo all'energia fossile, sperperando risorse del passato.
L'ipotesi oggi comunemente accettata è che mettiamo mano alle armi per assicurarci il petrolio, non il cibo. C'è un piccolo equivoco in questo. Dal momento in cui abbiamo esaurito la terra arabile, il cibo è petrolio. Ogni singola caloria che ingurgitiamo ha alle spalle almeno una caloria di petrolio, più probabilmente dieci. Nel 1940 la tipica fattoria degli Stati Uniti produceva 2,3 calorie di cibo per ogni caloria di petrolio che utilizzava. Nel 1974 (l'ultimo anno in cui qualcuno esaminò in dettaglio la questione) il rapporto era 1:1. E questa è una sottostima del problema, perché contemporaneamente al fatto che c'è più petrolio nel nostro cibo c'è anche meno petrolio nel nostro petrolio. Un paio di generazioni fa si consumava molta meno energia per trivellare, pompare, distribuire, di quanta ne occorra oggi. Negli anni '40 si ottenevano circa 100 barili di petrolio per ogni barile speso per ottenerlo. Oggi ogni barile investito nel processo ne fa ottenere solo dieci, una stima che certamente non include tutto il carburante consumato dagli Hummer e dai Blackhawk usati per mantenere l'accesso al petrolio iracheno.
David Pimentel, un esperto di cibo ed energia che lavora alla Cornell University, ha stimato che se tutto il mondo mangiasse nel modo in cui mangiano gli Stati Uniti, l'umanità esaurirebbe tutte le riserve note di combustibili fossili in soli sette anni. Pimentel ha dei detrattori. Alcuni lo hanno accusato di aver sbagliato i suoi calcoli anche del 30 per cento. Va bene. In questo caso sono dieci anni invece che sette.
I fertilizzanti, così come li si trova sugli scaffali, sono ottimi per costruire bombe, una lezione di chimica che Timothy McVeigh insegnò all'Alfred P. Murrah Federal Building di Oklahoma City nel 1995 - una cosa non trascurabile se si pensa che la rivoluzione verde ha reso i fertilizzanti azotati onnipresenti in alcuni dei più violenti e disperati angoli del mondo. E tuttavia, c'è più da imparare studiando la parte meno sensazionale della chimica dell'azoto.
La paura della chimica dei tempi odierni non include la paura dei semplici elementi della tavola periodica. Si fanno firmare petizioni, si tengono audizioni, si creano siti web, e si comprano e vendono deputati in relazione a composti organici polisillabici - bifenili policlorurati, polivinili, DDT, 2-4d e simili - non a proposito di elementi come il carbonio o l'azoto. Non che l'uso in agricoltura deila chimica più sofisticata sia benigno - un bambino nato in una contea rurale degli Stati Uniti in cui si produca grano ha circa il doppio di probabilità di soffrire di malformazioni rispetto ad uno nato in un luogo rurale in cui non si produca grano, un effetto che i ricercatori attribuiscono agli erbicidi clorofenossici. Concentrarsi sull'inquinamento da pesticidi, tuttavia, porta a trascurare l'inquinante peggiore. È l'azoto - la fonte inesauribile di fertilità a cui si affidano tutti i giardinieri da cortile e i possessori di terreni suburbani ossessionati dal giardino dell'Eden - l'elemento che dovremmo temere di più.
Coloro che costruiscono modelli del nostro pianeta equiparandolo ad un organismo vivente lo fanno sulla base del fatto che la Terra sembra respirare - prospera convertendo una breve lista di elementi da un composto all'altro, proprio come i nostri corpi convertono ossigeno in anidride carbonica e le piante convertono anidride carbonica in ossigeno. In effetti, due degli umori più fondamentali del pianeta sono l'ossigeno e l'anidride carbonica. Un altro è l'azoto.
L'azoto può essere rilasciato dal suo stato "fissato" in forma solida nel suolo da processi naturali che gli permettono di circolare liberamente nell'atmosfera. Lo si può anche fare artificialmente. Infatti, oggi l'uomo immette nel ciclo dell'azoto più azoto di quanto faccia il pianeta stesso. In altri termini, l'uomo ha raddoppiato la quantità di azoto in gioco.
Questo ha portato a uno squilibrio. È più facile produrre fertilizzanti azotati che applicarli in maniera uniforme ai campi. Quando i contadini rilasciano azoto su una coltura, molto di esso viene sprecato. Finisce nelle acque o nel suolo, dove reagisce chimicamente formando nuovi composti oppure scorre via, andando a fertilizzare qualcos'altro in qualche altro posto.
La reazione chimica che abbiamo menzionato, chiamata acidificazione, è nociva e contribuisce in maniera significativa alle piogge acide. Uno dei composti prodotti dall'acidificazione è l'ossido nitroso, che aggrava l'effetto serra. Normalmente tutte le cose verdi che crescono contrastano il riscaldamento globale succhiando anidride carbonica, ma l'azoto immesso nei campi più il metano prodotto dai vegetali in decomposizione fanno sì che ogni ettaro coltivato, al pari di ogni ettaro coperto da autostrade a Los Angeles, contribuisca a conti fatti al riscaldamento globale. La fertilizzazione è ugualmente preoccupante. Le piogge e le acque irrigue inevitabilmente dilavano l'azoto dai campi fin nei ruscelli e nei torrenti, che fluiscono nei fiumi, che finiscono nell'oceano. Ciò spiega come mai il fiume Mississippi, che drena la Corn Belt, sia una catastrofe ambientale. L'azoto fertilizza artificialmente grandi fioriture di alghe che crescendo succhiano tutto l'ossigeno dall'acqua, una condizione che i biologi chiamano anossia, che vuol dire "povertà di ossigeno". In questo caso non c'è bisogno di calcolare gli effetti a lungo termine, perché la vita in questi luoghi non ha un lungo termine: tutto muore immediatamente. Gli effluvi del fiume Mississippi, pesantemente fertilizzati, hanno creato nel Golfo del Messico una zona morta grande quanto il New Jersey.
La principale produzione agricola degli Stati Uniti, il granoturco, è completamente immangiabile. Costituisce la materia prima di un settore industriale che produce sostituti del cibo. Analogamente, non si può mangiare il grano non processato. Sicuramente non si può mangiare il fieno. È possibile mangiare la soia non processata, ma perlopiù non lo si fa. Queste quattro produzioni coprono l'82 per cento della superficie agricola statunitense. L'agricoltura in questo paese non riguarda il cibo, riguarda beni che richiedono la spesa di ulteriore energia per essere trasformati in cibo.
Circa due terzi del granoturco degli Stati Uniti è etichettato "processato", il che significa che è macinato o raffinato in altri modi per usi alimentari o industriali. Più del 45 per cento di questa frazione diventa zucchero, specialmente dolcificanti ad alto tenore di fruttosio, l'ingrediente chiave di tre quarti di tutti i cibi processati, in particolare dei soft-drink, il cibo delle classi operaie e povere degli Stati Uniti. Non è una coincidenza che la pandemia di obesità in corso negli USA sia chiaramente correlata con l'aumento di cinque volte della produzione di sciroppo di granoturco, iniziato quando Archer Daniels Midland ne creò una versione ad alto tenore di fruttosio nei primi anni settanta. E non è una coincidenza che questo flagello colpisca perlopiù i poveri, che mangiano più cibo processato.
Tutto iniziò con l'industrializzazione nell'Inghilterra vittoriana. All'epoca l'impero era invaso dallo zucchero proveniente dalle piantagioni delle colonie. Allo stesso tempo, le città erano invase dai lavoratori delle fabbriche. Non c'erano modi adeguati per nutrirli. E allora nacque la pausa pomeridiana per il tè, dove il tè consisteva principalmente di acqua calda e zucchero. Se i lavoratori avevano qualche soldo in più, potevano anche permettersi pane e marmellata iper-zuccherata - un'industrializzazione alimentata dallo zucchero. Tra il 1860 e il 1890 ci fu in Gran Bretagna un aumento del 500 per cento dei consumi pro-capite di zucchero, nello stesso periodo in cui l'aspettativa di vita di un lavoratore in fabbrica di sesso maschile era di diciassette anni. Alla fine del secolo l'inglese medio ricavava circa un sesto del suo nutrimento totale dallo zucchero, esattamente la stessa percentuale degli statunitensi di oggi - il doppio di quanto raccomandato dai nutrizionisti.
C'è qui da considerare anche un altro aspetto energetico. Il tritare, macinare, inumidire, seccare e cuocere connesso alla preparazione di una colazione a base di cereali soffiati richiede circa quattro calorie di energia per ogni caloria contenuta nel cibo. Un pacco da un chilo di cereali per la prima colazione brucia nella sua preparazione l'energia di due litri di benzina. Complessivamente l'industria alimentare degli Stati Uniti usa circa dieci calorie di energia ottenuta da combustibili fossili per ogni caloria contenuta nel cibo che produce.
Questo numero non include il carburante usato per trasportare il cibo dalla fabbrica al negozio dietro l'angolo, o il carburante usato da milioni di persone per raggiungere migliaia di ipermercati situati ai margini delle città, dove i terreni costano poco. Sembra tuttavia che il ciclo del granturco stia per chiudersi. Se una coalizione bipartisan di legislatori provenienti dagli stati agricoli riuscirà a prevalere - e sembra che ci riuscirà - presto compreremo benzina contenente una frazione di alcol doppia rispetto ad oggi. L'alcol da miscelare ai combustibili è già oggi il secondo più importante derivato industriale del granturco, dopo i dolcificanti. Secondo uno studio, si spendono più calorie fornite da combustibili fossili per produrre l'etanolo di quante esso ne contenga. Il Dipartimento dell'Agricoltura afferma che il rapporto è più vicino a un litro e un quarto di etanolo per ogni litro di combustibile fossile investito. Il Dipartimento sostiene che si tratta di un affare, perché l'alcol è un "combustibile pulito". Questa pretesa pulizia è discutibile, quando si vada a vedere cosa esce dal tubo di scappamento, e certamente non tiene conto della zona morta nel Golfo del Messico, dell'inquinamento da pesticidi, né della foschia di gas che inducono il riscaldamento globale che esala da ogni campo coltivato. Inoltre non include una coscienza pulita; alcune persone potrebbero sentirsi a disagio sapendo che la fame di carburante dei nostri SUV compete con la domanda di cereali dei poveri.
Gli ecologisti, specialmente i vegetariani, argomentano in favore di un'alimentazione che attinga ai gradini più bassi della catena alimentare, in base a un semplice ragionamento sui flussi di energia. Una carota fornisce a chi la mangia tutta la sua energia, ma usare la carota per alimentare un pollo, e poi mangiare il pollo, riduce l'energia di un fattore dieci. Il pollo spreca parte dell'energia, ne immagazzina un'altra porzione sotto forma di penne, ossa e altre parti non edibili, e usa la maggior parte di essa semplicemente per vivere fino al momento in cui sarà mangiato. Una regola approssimata dice che quel fattore dieci si applica ogni volta che si sale di un livello nella catena alimentare, e per questo motivo alcuni pesci, come il tonno, sono un vero incubo energetico. Il tonno è un predatore secondario, il che vuol dire che non soltanto non mangia piante, ma mangia pesci che a loro volta si nutrono di altri pesci: aggiungendo uno zero al fattore moltiplicativo per ogni gradino, mangiare tonno risulta cento volte, o più probabilmente mille volte, meno efficiente che mangiare una pianta.
Questo ragionamento è corretto in linea generale, ma può rivelarsi fallace su alcuni dettagli. Dal punto di vista morale, i vegetariani sostengono che il loro modo di nutrirsi è più gentile nei confronti degli animali, anche se è difficile capire come distruggere il 99 per cento degli habitat della fauna selvatica, come l'agricoltura ha fatto nello Iowa, possa essere considerato una gentilezza. Nelle campagne del Michigan, ad esempio, i coltivatori di patate hanno un loro metodo per combattere le scorrerie del cervo dalla coda bianca. Gli sparano alla pancia con fucili di piccolo calibro, nella speranza che il cervo fugga zoppicando nel bosco e muoia lì senza appestare i campi di patate.
Lasciando da parte i diritti degli animali, i vegetariani possono perdere il vantaggio energetico se mangiano del cibo processato industrialmente, con le sue dieci calorie di energia fossile per ogni caloria di cibo prodotto. La domanda allora è: mangiare cibi processati, come hamburger di soia o latte di soia, cancella i benefici energetici dell'essere vegetariani? O, detto in altri termini, posso mangiare il mio spezzatino di agnello in pace? Forse. Se ho fatto le cose con cura, quel particolare agnello che mangio sarà stato allevato localmente e nutrito con erba, due fattori che chiaramente riducono di molto la quantità di energia necessaria alla produzione di un pasto. Ad esempio, conosco dei ranch qui in Montana dove le pecore si nutrono di erba locale in condizioni controllate - niente agricoltura, niente aratri, niente granturco, niente azoto. Nessuna ricchezza viene consumata. Io non posso mangiare l'erba direttamente. In questo modo, la cosa può andare avanti indefinitamente. Ci sono piccole nicchie come questa nel sistema. Il compito di ognuno di noi è di trovare queste nicchie.
È più probabile però che il tipico mangiatore di carne non ne venga fuori così bene, specialmente negli Stati Uniti. Consideriamo il caso della carne di manzo. I bovini sono dei ruminanti, per cui in teoria potrebbero vivere in modo analogo all'agnello nutrito con erba. Alcune culture pastorali - quelle del Sudamerica e del Messico ad esempio - hanno perfezionato delle meravigliose ricette a base di manzo nutrito con erba. Non è questa la nostra usanza negli Stati Uniti, e si tratta semplicemente di una questione di usanze. L'ottanta per cento dei cereali prodotti negli Stati Uniti va al bestiame. Il settantotto per cento di tutti i nostri manzi proviene da allevamenti intensivi, dove il bestiame mangia cereali, principalmente granturco e grano. Lo stesso vale per la maggior parte dei nostri maiali e polli. Gli animali passano la loro vita adulta ammassati spalla contro spalla in uno spazio poco più grande dei loro corpi, immersi fino alle ginocchia negli escrementi, ingozzati di cereali e di un flusso costante di antibiotici per prevenire le malattie che un simile tipo di confinamento invariabilmente causa. Il letame è ricco di azoto e un tempo costituiva il fertilizzante usato nelle fattorie. Gli allevamenti intensivi, tuttavia, sono situati oggi in località distanti dai campi coltivati, per cui molto semplicemente non è "efficiente" trasportarlo fino ai campi di granturco. Costituisce un rifiuto. Esala metano, un gas che produce riscaldamento globale. Inquina i corsi d'acqua. Occorrono trentacinque calorie di combustibili fossili per produrre una caloria di carne di manzo in questo modo; sessantotto ne occorrono per una caloria di carne di maiale.
E tuttavia, questi animali fanno qualcosa che noi non siamo capaci di fare. Convertono i carboidrati contenuti nei cereali in proteine di alta qualità. Tutto bene dunque, eccetto per il fatto che la produzione pro-capite di proteine negli Stati Uniti è circa il doppio del fabbisogno medio di un adulto. Le proteine in eccesso non possono essere conservate nel corpo umano in tale forma, ma vengono convertite in grasso. Questo è il risultato finale dell'agricoltura industrializzata, che appare come un monumento vivente su scala continentale a Rube Goldberg, un remake da messa nera del miracolo dei pani e dei pesci. La produttività delle praterie è persa in favore dei cereali, la produttività dei cereali è persa in favore del bestiame, le proteine del bestiame sono perse in grasso umano - il tutto con sussidi federali di circa 15 miliardi di dollari all'anno, due terzi dei quali vanno a due sole colture, il granturco e il grano.
Questo spiega perché l'esperto di problematiche energetiche David Pimentel è preoccupato della possibilità che il resto del mondo adotti i metodi statunitensi. E ne ha ben donde, perché il resto del mondo li sta adottando. Il Messico oggi usa il 45 per cento dei suoi cereali per nutrire il bestiame, una percentuale che era solo del 5 per cento nel 1960. L'Egitto è salito nello stesso periodo dal 3 per cento al 31 per cento, e la Cina, che ha un sesto della popolazione mondiale, è andata dall'8 per cento al 26 per cento. Tutti questi paesi hanno dei poveri che potrebbero fare buon uso dei cereali, ma non possono permetterseli.
Io vivo tra gli alci, e ho imparato a rispettarli. In una notte di luna piena nel periodo più freddo dell'inverno scorso ho guardato fuori dalla finestra della mia camera e ne ho visti una ventina pascolare in un pezzo di prato della grandezza di un salotto. Solo in quel pezzetto, scelto tra ettari di prateria popolati da altre specie di erba. Perché quel tipo e solo quel tipo di erba quella notte, nel pieno dell'inverno, quando le minacce alla loro sopravvivenza erano massime? Quale magico nutrimento era contenuto proprio in quella varietà? Cosa sa un animale selvatico che noi non sappiamo? Credo che quella conoscenza ci serva.
Il cibo è politica. A causa di questo, nel 2002 io ho votato due volte. Il giorno seguente a quello delle elezioni, con un umore veramente tetro, sono salito sulla montagna dietro alla mia casa e ho trovato un piccolo branco di alci che pascolavano nella luce del mattino. Nel corso degli anni il mio rispetto per queste creature è diventato tale che quella mattina mi sono dedicato senza esitazioni al mio compito, che consisteva nel caricare una cartuccia e abbattare un alce femmina, il rifornimento annuale di proteine per la mia famiglia. Ho votato con la mia arma - un atto non così insolito in questo mondo, perlopiù, io credo, come conseguenza della maniera in cui produciamo il cibo. Posso capire perché sta prendendo piede. Questo tipo di voto ha un peso e un carattere definitivo che lo rendono soddisfacente. Il mio personale pezzetto di violenza, tuttavia, è a mio parere più soddisfacente dell'usuale caos politico del resto del mondo. Ho usato il fucile per chiamarmi fuori da un sistema folle. Ho ucciso, ma lo avete fatto anche voi quando avete acquistato quella confezione di hamburger, anche quando avete comprato quella confezione di hamburger di soia. Ho ucciso, e il resto del branco di alci ha continuato a vivere, e così le erbe, gli uccelli, gli alberi, i coyote, i leoni di montagna e gli insetti, la produttività fondamentale di un ecosistema intatto, tutto ha continuato a vivere.
Richard Manning è l'autore di "Against the Grain: How Agriculture Has Hijacked Civilization", edito dalla North Point Press.
Fonte: Harper's Magazine, Febbraio 2004.
Traduzione di Emilio Martines.
http://www.aspoitalia.net/index.php?option=com_content&task=view&id=57&Itemid=38
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