...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451
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Se cacci tutti i rumeni poi con chi te la prendi?
L'angoscia (e l'odio) di un uomo qualunque
Ascanio Celestini
Io odio questi razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni.
Mi scusi, io sono un uomo qualunque. Io sono l'uomo della strada. Io sono uno che porta a pisciare il cane e tra un bisogno e una grattata alle pulci mi faccio un'idea di come va il mondo. Io dico quello che penso, non ho peli sulla lingua. Io sono quasi come Ferrara. E voglio dire che odio questi razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni.
Ma se tu mi cacci i rumeni... tu che sei razzista poi con chi te la prendi? Il razzista c'ha poca fantasia, non riesce a odiare una razza inferiore se non ce l'ha davanti.
Ma lei se l'immagina il Ku Klux Klan in America se non ci stavano i negri? Cosa facevano tutti quei bravi americani incappucciati? Invece di andare a impiccare gli schiavi per le campagne se ne andavano a giocare a calcetto? Ha mai provato a giocare a pallone col cappuccio in testa e i buchetti per gli occhi? Il razzista non riesce a odiare una razza inferiore se non ce l'ha davanti.
Per questo esiste l'immigrazione. Non puoi fare seriamente il razzista se odi gli aborigeni australiani e tu sei ciociaro. Allora il mercato mondiale coi flussi migratori manda anche a te che stai a Strangolagalli in provincia di Frosinone un negretto da odiare nel cortile di casa.
Se i negri, gli albanesi, i rumeni, le mignotte russe se ne tornano a casa noi che facciamo? Andiamo tutti in Romagna a odiare i tedeschi che vanno in vacanza a Riccione?
Mi scusi, io sono un uomo qualunque. Io sono l'uomo della strada. Io sono uno che porta a pisciare il cane e tra un bisogno e una grattata alle pulci mi faccio un'idea di come va il mondo. Io dico quello che penso, non ho peli sulla lingua. Io sono quasi come Ferrara.
E ribadisco che odio questi razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni.
Secondo me i politici non sono abbastanza razzisti. Ci vorrebbero persone nuove al governo. Per esempio gli imprenditori. I palazzinari che tengono i muratori rumeni per 20 ore al giorno in cantiere e gli fanno fare la fame. Quelli che si prendono la serva, gli danno due lire e manco la mettono in regola.
E se tu sei un rumeno, vuoi farti sfruttare, ma non c'hai i soldi per il treno..ci sono gli schiavisti che vengono a schiavizzarti direttamente a domicilio.
Sono più di 10mila le aziende italiane da quelle parti. L'Italia è il partner n° 1 della Romania. Significa che la Romania è una colonia italiana. E poi le dico un segreto: che se è scientificamente provato che il rumeno è una razza inferiore... in Romania... è pieno così di rumeni!
Altro che Ku Klux Klan. Se l'immagina che figata se gli incappucciati se ne andavano direttamente in Congo a sparare ai negri? Fare i razzisti direttamente in loco è come andare a pesca all'acquario di Genova. Per fortuna che qui in Italia ce ne abbiamo 1 milione di rumeni. Per me che non mi posso permettere di andare a Bucarest... mi basta portare fuori il cane per guardarmi le mignotte slave lungo la strada. Scendo col cane e mi accodo alla ronda del mio condominio. Andiamo a bruciare qualche baracca. Tanto il clandestino non ti denuncia. Se va dai carabinieri quelli lo rimandano in Transilvania dal conte Dracula.
Per questo che io odio questi politici razzisti che vogliono cacciare tutti i rumeni. Se mi sbaraccano il campo nomadi io nel parco ci vengo solo per far pisciare il cane. Mi viene la malinconia, mi sento un pensionato.
Ribadisco che i politici non sono abbastanza razzisti. Dovrebbero imparare dagli imprenditori. Quelli fanno il porco comodo loro e ti buttano il discorso sull'economia. Ti dicono «mica li schiavizzo... io gli do il lavoro». Uno stipendio in Romania dove non c'hanno diritti e lavorano giorno e notte sono 300 euro al mese. Qui in Italia non ci paghi manco un operatore di call center sfigato a part-time!
E magari l'imprenditore è pure convinto di fare del bene. Perché il razzista migliore è quello che è convinto di non esserlo.
Io sono un uomo qualunque, ma le voglio dire che il razzismo è come il culo. Vedi quello degli altri, ma il tuo culo non riesci a vederlo. Tu provi a guardarti il culo, ma non riesci mai a vedertelo per bene. Il mondo è pieno di culi. Sei miliardi di esseri umani, sei miliardi di culi. Sei miliardi di chiappe appaiate che si muovono davanti ai tuoi occhi. Sei miliardi meno uno. Il tuo. Il tuo non riesci a vederlo.
E il razzismo è uguale. Vedi razzismo ovunque tranne addosso a te. Glielo dicevo ieri all'inquilino del piano terra mentre picchiavamo un barbone. Lui dice che è una volgarità gratuita questa del culo. Che il paragone si può fare anche coi denti. Che vedi i denti degli altri, ma non i tuoi... eccetera... E invece si sbaglia. In quel momento infatti ho dato un calcio in bocca al barbone e gli ho staccato due denti. Gli ho detto «vedi? Adesso questo pezzente se li può vedere i denti suoi!» Per non parlare del particolare caso della dentiera. La sera te ne vai a letto, ti togli i denti finti, li infili nel bicchiere con la pasticca effervescente che li igienizza. E puoi addormentarti felice di guardarti dentro alla bocca.
Io vorrei sfilarmi il culo come una dentiera e infilarlo dentro a un secchio. Mettermelo sul comodino a mollo nell'intimo di Karinzia. Vorrei infilarmi nel letto e addormentarmi felice guardandomi il culo.
Mi scusi la volgarità, ma io sono un uomo qualunque. Io sono l'uomo della strada. Io sono uno che porta a pisciare il cane e tra un bisogno e una grattata alle pulci mi fa un'idea di come va il mondo. Io dico quello che penso, non ho peli sulla lingua. Io sono quasi come Ferrara.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Luglio-2008/art19.html
La marmaglia
di Paolo Nori
Il giorno di ferragosto del 2007 ho visto il mio amico Tim, che non vedevo da un anno. Eravamo io e lui, a Parma, e c'era caldo.
Abbiamo girato un po' per il centro, abbiamo preso un caffè, ci siamo raccontati quello che ci era successo e non c'era da essere tanto allegri, ma neanche da sbattere la testa contro il muro.
In centro era tutto chiuso, abbiamo preso un autobus siamo andati a mangiare nella pizzeria sotto casa mia, in periferia, in casa non avevo niente, solo cibo per gatti. Eravamo i primi clienti. Non so perché racconto queste cose.
La pizzeria si chiama Il veliero, ed è arredata come un arredatore si immagina sia arredato l'interno di un veliero, bianco, verde e arancione. Mi piace molto.
C'è una vetrinetta con una collezione di bottiglie mignon di liquori. Mio babbo ne aveva sempre in casa. Di amaro Ramazzotti. Da quando ho avuto dodici anni mi ha detto che potevo berlo anch'io, tanto non faceva niente. C'era anche una pubblicità, Un amaro Ramazzotti fa sempre bene, due ancora meglio. Io, ogni tanto, andavo fino alla vetrinetta che era in sala di fianco alla televisione, la aprivo, aprivo il tappo di plastica della bottiglietta e truc, bevevo tutto d'un fiato. Sono trent'anni che non ne bevo. Non mi manca. E forse era Cynar.
Dopo un po' in pizzeria hanno cominciato a arrivare degli altri clienti. Il cameriere chiedeva a tutti cosa facevano in città, perché non erano in ferie. Io gli ho detto che mi piace lavorare. Lui mi ha guardato per qualche secondo come se stesse per dire qualcosa, poi è andato via.
A un certo punto, da un tavolo alla mia sinistra, un signore ha cominciato a insultare un ragazzo molto grasso seduto di fronte a lui. Il ragazzo lo vedevo di schiena. Aveva i capelli rossi, e una maglietta arancione, e le braghe corte e le scarpe da ginnastica, e sembrava che guardasse per terra. Era il tono di quello che lo insultava, che lo faceva sembrare un ragazzo, dalla stazza poteva essere un uomo. Sémo, gli diceva il signore, Ignorànt. Lo diceva con disprezzo.
Il cameriere si è avvicinato al tavolo, si è rivolto al ragazzo Tuo padre fa dei sacrifici, per te, gli ha detto, tu devi ricambiarli, devi trovarti un lavoro per essere il bastone della vecchiaia di tuo padre, che adesso è lui che lavora per mantenerti a te.
C'era una terza persona, seduta a quel tavolo, una signora, che ha detto, rivolta al cameriere, Mio marito è in pensione. Ah, ha detto il cameriere, è in pensione?
Io e Tim mangiavamo del riso e ci piaceva molto, o forse avevamo molta fame.
Dopo qualche minuto il ragazzo si è alzato, ha preso un casco dalla sedia vicino a lui, si è avvicinato a sua madre, le ha preso la testa, l'ha baciata, è andato via. Intanto il padre diceva, con un tono che pretendeva al buffo, come se fosse una battuta che aveva detto altre volte e che aveva fatto ridere Io questa faccia la conosco. Il ragazzo non l'ha neanche guardato.
Io e Tim continuavamo a mangiare il riso.
La signora si è rivolta al cameriere gli ha chiesto Quanto tempo è, che sei qua? Trent'anni, ha detto il cameriere. Il cameriere era meridionale. E i primi tempi mi guardavano così, ha detto, ha abbassato la testa e ha fatto uno sguardo come se guardasse una cosa inspiegabile, come se avesse davanti una pizza triangolare.
Ah, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
E ci han messo del tempo, ha detto il cameriere, a considerarmi come loro.
Sì, ha detto la signora, ma adesso, con tutta la marmaglia che è arrivata.
http://www.deriveapprodi.org/editoriale.php?art=169
Ma noi
di Nanni Balestrini
1.1
non la riproduzione
con gli occhi del linguaggio
da qualsiasi parte ti metti
non mima niente
un varco incolmabile
un mare di ambiguità
dietro la pagina
gli anni della palude
non la riproduzione
nel paesaggio verbale
dopo la confusione delle
non c’è più posto per loro
la rivoluzione non è un
si lamentano sempre
mentre passiamo bruciando
un’altra restaurazione
la negazione di un modo di formare
con gli occhi del linguaggio
da qualsiasi parte ti metti
il rifiuto della storia
delle intenzioni e delle idee
5.3
senza lasciar tracce
7.3
questo tipo di montaggio
non è un sentimento
da qualsiasi parte ti metti
non c’è più posto per loro
delle intenzioni e delle idee
nel paesaggio verbale
l’amnistia ai fascisti
hanno fatto la ricostruzione
non c’è più tempo da perdere
voi non lo avete trasformato
in altre parole
non mima niente
la rivoluzione non è un
3.5
l’amnistia ai fascisti
5.5
l’azione consiste nel confronto fra
il linguaggio del linguaggio
qui manca un verso
9.5
un varco incolmabile
si lamentano sempre
senza lasciar tracce
hanno fatto la ricostruzione
l’azione consiste nel confronto fra
il rifiuto della storia
sovrappore un’altra immagine
l’arte dell’impazienza
la parola come un oggetto
un mare di ambiguità
mentre passiamo bruciando
3.7
non c’è più tempo da perdere
il linguaggio del linguaggio
sovrappore un’altra immagine
7.7
dopo un lungo silenzio
viene un verso più lungo di tutti gli altri
dietro la pagina
un’altra restaurazione
questo tipo di montaggio
voi non lo avete trasformato
qui manca un verso
l’arte dell’impazienza
dopo un lungo silenzio
nel paesaggio verbale
l’aborto della resistenza
gli anni della palude
la negazione di un modo di formare
non è un sentimento
in altre parole
5.9
la parola come un oggetto
viene il verso più lungo di tutti gli altri
l’aborto della resistenza
il rifiuto della storia
da Ma noi facciamone un’altra (1964-1968)
allegato
* Scarica il 68 di Balestrini
http://www.deriveapprodi.org/articolo.php?art=179
L’Italia che vive tra egoismo e paura
IN CHE MISURA ILLEGALITÀ E CRIMINALITÀ COINCIDONO?
FRANCESCO MERLO
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
Solo in Italia li chiamiamo clandestini perché il nostro lessico è povero e spaventato come noi. Ma il suono marcio della parola clandestini denomina
(e non domina) più il disagio di noi clandestinatori che la condizione umana
dei clandestini, che in Inghilterra sono illegal immigrants, in Francia ormai da venti anni sono les sans-papiers, in Spagna los sin papeles e in Germania illegale Einwanderer (violatori di confine). Alla fine solo noi ancora ci illudiamo che basta guastare un parola per trasformare l’immigrato, che alla luce del sole è senza documenti, nel male vivente che “si nasconde al giorno”, nel “clam dies tinus” dei latini, nel clandestino che traffica nel buio come le mammane degli aborti “clandestini” o come i terroristi che in “clandestinità” confezionano bombe e agguati.
Per non sentirci sopraffatti dalla prepotenza della loro miseria
li clandestinizziamo di prepotenza.
Dunque, già friggendo una parola, e ben prima che i razzisti della Lega conquistassero il ministero degli Interni, avevamo cominciato a trasformare in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante del delinquere, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio, e persino la rabbia etnica quando c’è: da attenuanti generiche ad aggravanti attraverso un imbroglio lessicale che rimanda a interessi squallidi e sordidi e dunque clandestini. In questo modo l’intruso inopportuno è subito un parassita, l’emarginato è una minaccia, chi non è invitato scrocca, la dannazione diventa una condizione attiva e non subìta: il clandestino è penalmente responsabile della sua miseria.
E dunque: guai ad aiutarli.
Il coraggioso e generoso Maroni vorrebbe punire addirittura con la confisca chi affitta le case ai clandestini, che, anche negli Stati Uniti – il paese con il maggiore afflusso di immigrati irregolari – , non sono degradati a clandestini ma a illegal aliens, che è anche il titolo di una famosa canzone dei Genesis del 1984. E magari Maroni, che strimpella e balla, è con quelle strofe che ha capito come quei furbastri clandestini lo fanno fesso e sottraggono le case – centomila “ville” secondo Il Giornale! – agli italiani: «Ho una cugina che ha un amico, il quale pensa che sua zia conosca un tipo che forse potrebbe aiutarmi... »,
I got a cousin and she got a friend, Who thought that
her aunt knew a man who could help...
In realtà non può esistere neppure come idea una clandestinità di massa e infatti non c’è nulla di più visibile dei flussi migratori. La clandestinità è invece una condizione individuale o limitata a piccoli gruppi come nel caso degli antifascisti italiani, o dei bolscevichi sotto lo zarismo. Prima che venisse contraffatta e guastata dalle mammane e dalle Brigate rosse, la parola aveva in realtà un buon sapore familiare di avventura e di rischio, di anticonformismo e di sfida. Ad arricchire la storia della libertà ci sono stati giornali clandestini e lotte clandestine; erano clandestini i carbonari e i massoni nel Risorgimento e furono clandestini anche L’ Unità e l’Avanti!, ed era pericolosamente clandestino l’ascolto di Radio Londra. E ci sono state persino lingue clandestine come l’argot della mala francese, o come il tedesco degli ebrei di Praga che, attraverso Kafka, ha poi profondamente trasformato l’allora pomposo tedesco ufficiale.
Nel Fermo e Lucia, che è la prima stesura dei Promessi Sposi, Agnese spiega a Lucia che basta presentarsi davanti a don Abbondio con due testimoni e pronunziare di sorpresa la formula di rito per essere sposati, anche senza la volontà del prete. Gli esperti di Diritto canonico sanno che questo si chiama matrimonio clandestino: “sine consensu parentum”. Ebbene Agnese lo chiama “matrimonio gran destino”.
Commenta il Manzoni: «Fra persone colte è un inconveniente molto comune quello di pronunziare rettamente le parole e annettervi idee spropositate. Ad Agnese era accaduto il contrario, ella storpiava il vocabolo ma aveva un’idea precisa della cosa». Così va il mondo della parola clandestino; o, voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.
Una volta la clandestinità era una scelta personale, spesso definitiva e irreversibile: il clandestino non voleva diventare palese, non elemosinava in pieno giorno i documenti come invece fa il clandestino cantato
da Manu Chao: «Sono una riga nel mare, fantasma nella città /
la mia vita è proibita dicono le autorità ».
E ci sono stati anche gli amori, gli incontri, le letture e i piaceri clandestini. Nelle famiglie bacchettone e democristiane degli Anni Cinquanta e Sessanta erano clandestini i libri di Pavese e di Fenoglio, e poi La Nausea, Lo Straniero, Il Manifesto del partito comunista, le riviste Playboy e Abc, e Sulla strada di Kerouac che era il territorio clandestino del popolo notturno, il viaggio clandestino verso l’emancipazione e la vita. Ed erano clandestini il sesso dentro la Fiat Cinquecento, il fumo durante la ricreazione, i sentimenti di madame Bovary. La clandestinità era lo spirito del tempo perché clandestini erano il proibito, il peccato, il rischio, e anche quel continuo girare attorno al comunismo senza caderci mai dentro, la pernacchia ai benpensanti, la mossa del cavallo; clandestino era il malessere che volevamo contagiare a tutti... E a forza di giocare con la clandestinità scoprimmo i mondi ancora più clandestini di certi personaggi scomodi della destra come Céline...
Capita che oggi ci siano clandestini, che so?, tra i gli ex comunisti post-imperiali, anime vaganti nell’Occidente, lavavetri e magnaccia, contrabbandieri di armi e muratori, bevitori e qualche volta interpreti, un’umanità nomade ed esausta scagliata come schegge dall’esplosione del comunismo. Hanno sul corpo la grandezza e la tragedia di una storia perché la scheggia è coerente con l’universo da cui proviene, ne ha la stessa natura. Nel dicembre del 1998 uno di questi clandestini senza nome riuscì incredibilmente ad attraversare a piedi il tunnel sotto la Manica saltando tutti i controlli di sicurezza che rilevavano, a quel tempo, qualsiasi cosa, ma non il pedone, non il clandestino. Cercò la libertà nel sottosuolo e nel sottomare mentre tutti la cercano nel cielo, nello spazio, sempre in alto e mai in basso. In quel clandestino, come in tutti i profughi dell’Est che si aggirano per l’Europa, c’è più Lenin di quanto ce ne sia nel mausoleo della Piazza Rossa, nei partiti post-comunisti di tutto il mondo, nella falce e martello di Bertinotti e di Diliberto. C’è Lenin perché sempre la fine
porta i segni del suo inizio, e perché tutte le gallerie hanno un foro d’entrata e uno d’uscita.
Ed è vero che sbucano da tutti i fori perché il più vistoso problema che l’umanità ricca si trova a dovere affrontare è con quali mezzi controllare i tre quarti più poveri della popolazione del pianeta resi furenti dalla sempre più soffocante trappola malthusiana dell’esaurimento delle risorse, dalla malnutrizione, dall’inedia, dalla conflittualità sociale, dall’emigrazione forzata e dalle guerre. Nelle capitali dei Paesi cosiddetti normali interi quartieri sono stati abbandonati ai clandestini e ci sono immense periferie arabe e nere, dove neppure alla polizia è consentito entrare, che brulicano di sottoccupati in cerca di cibo, vestiti, alloggi e lavoro. Vagabondi e arrabbiati di ogni razza riempiono galere, case dei poveri, brefotrofi e manicomi. E i governi d’Europa, ben prima dell’Italia, hanno
già sperimentato tutte le forme di solidarietà e di durezza, dai charter pieni di immigrati alle sanatorie, dalle “quote” alle cariche della polizia, alla decisione di mandare a scuola gli immigrati irregolari e poi “riaccompagnarli” nella loro patria con una professione.
Ma il dibattito tra duri e solidali, che in Europa è la preistoria dell'immigrazione, non può neppure cominciare con un ministero degli Interni in mano agli squadroni plebei di Bossi che da sempre vedono un clandestino in ogni diverso che incontrano sulla loro strada: nel meridionale c’è un mafioso clandestino, nel romano è clandestino il ladrone, nel negro è clandestino il ricettacolo di infezioni, nell’ebreo il banchiere senza patria, nel musulmano il barbaro stupratore.
In Europa ci sono ovviamente brividi razzisti di vario genere, ma sono razzismi – questi sì – clandestini, oscuri, nascosti al giorno, anche se non sempre sono tenuti a bada.
E dunque, prima di ricominciare a parlare seriamente di sicurezza, bisognerà anche in Italia rimandare il razzismo in clandestinità.
QUELLE FIGURE ESCLUSE
CHE NON HANNO PIÙ DIRITTI
Cosa significa mettersi nei panni di un clandestino. L’esperienza di un cronista
GAD LERNER
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
Nello scompartimento del treno locale Genova – La Spezia entra ondeggiando col cartone di Tavernello in mano un vecchio freak scapigliato, la chitarra a tracolla e il cane bastardo al guinzaglio.
«Da quando la moglie mi ha buttato fuori casa, basta libri, solo vino», ironizza brillo e malinconico. È un tedesco di Essen, da anni residente a Chiavari se il divorzio non l’avesse sospinto a vagabondare per la Liguria.
Dove trova ricovero la notte? Di colpo lo sbandato d’aspetto sessantottino si trasforma, furibondo. «Lo sai cosa mi dicono ai centri d’accoglienza? Rivolgiti all’ambasciata di Germania, mi dicono! Lì prendono solo quegli schifosi dei clandestini, sudamericani violenti, arabi parassiti.
Con che diritto loro vengono a casa nostra? E invece guarda che roba: se non sei clandestino niente diritti. Ci vorrebbero di nuovo Hitler e Mussolini per fare pulizia».
In un attico confortevole della Milano bene è invece la colf boliviana a compiacersi dei controlli di documenti avviati in questi giorni sui tram e nel metro. Che strano, lei è stata regolarizzata per il rotto della cuffia con l’ultima sanatoria, vive con un fidanzato e una sorella che lavorano ma privi di permesso di soggiorno. Eppure: «I nordafricani mi fanno paura, mi sta bene se la polizia ferma quei clandestini violenti, non sono neanche cristiani, ce ne sono troppi in via Padova sotto casa mia».
La nozione di clandestino è sdrucciolevole, ne trovi sempre uno da collocare al gradino sotto di te nella scala degli aventi diritto. Tanto più in un paese come l’Italia che non conosce ancora tempi certi e procedure trasparenti nell’acquisizione del permesso di soggiorno, figuriamoci della cittadinanza.
Almeno tre o quattro volte sono stato clandestino anch’io nei quasi trent’anni passati da apolide fra il mio arrivo in Italia e la concessione del passaporto tricolore, più volte respinta, e giunta infine solo grazie al matrimonio. Chi ha fatto decine di ore di fila agli uffici stranieri delle questure, per poi magari scoprire che la pratica non avanza in quanto all’anagrafe gli hanno storpiato il nome straniero, e ha incrociato supplichevole lo sguardo di un funzionario esausto, sognandolo corruttibile con regalini da poco quando l’immigrazione non era ancora una baraonda… non si leva più quell’inquietudine di dosso.
La limitazione vissuta nella libertà di movimento, la laboriosità
o l’impossibilità dell’espatrio, lasceranno in chi le ha vissute il dubbio di restare comunque un irregolare, per una catena di circostanze non riparabili a seguito delle quali il destino ti ha relegato in serie B. La clandestinità dunque s’introietta, è un segreto esistenziale che affligge prima ancora di essere riconosciuto dai “regolari” che hai di fronte, e si manifesta in un riflesso condizionato: pensarsi sempre privo di diritti.
Prima di diventare italiano consideravo dunque un privilegio,
una concessione che l’Ordine dei Giornalisti mi lasciasse pubblicare articoli con un contratto impiegatizio, iscrivendomi a uno speciale “elenco stranieri” cui erano preclusi scatti di carriera e condivisione previdenziale.
Festeggiai l’agognata cittadinanza, nel febbraio del 1986, affrontando con la protezione del passaporto italiano un viaggio lungo tutta la penisola travestito da immigrato senza casa e in cerca di lavori occasionali. L’Espresso ovviamente lo pubblicò col titolo: “Il clandestino. Dalla Sicilia alla Lombardia un nostro redattore si è messo nei panni di uno straniero immigrato. Ha vissuto l’umiliante ricerca del lavoro nero, le notti all’aperto. Ecco il suo diario”.
Sono passati ventidue anni ma siamo ancora lì, alle prese con il clandestino che nel frattempo s’è generalizzato come incubo minaccioso. Già da un decennio facevo il giornalista ma fu solo alla fine di quel 1986, con apposito esame, che la corporazione mi accolse come professionista in quanto connazionale. E consentì perfino la promozione a inviato. La nozione di clandestino nel corso di questi ventidue anni ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio stigma. Un marchio consolidato nella relazione quotidiana che sperimentiamo tra il virtuale e il reale. La tv ci mostra con intenti compassionevoli le vite di scarto rinchiuse nei campi profughi delle varie povertà mondiali; poi quegli stessi occhi scuri li troviamo che ci scrutano sui bus o per strada, nelle immediate vicinanze di casa nostra. Il derelitto assume così oggettivamente una pericolosità che prescinde dalle sue buone o cattive intenzioni. Anzi, è proprio mettendoci nei suoi panni che dubitiamo lui possa relazionarsi con noi serenamente visto ciò che irreparabilmente ci divide: non tanto l’identità, l’appartenenza comunitaria, ma la titolarità o meno di un diritto all’inclusione.
Luigi Manconi denuncia giustamente quanto sia grossolana l’equazione immigrato-clandestino-criminale, in seguito alla quale si dimentica che quasi sempre il cittadino straniero irregolare è entrato con visto turistico, o è titolare di un permesso scaduto, e dunque può semmai essere considerato responsabile di un illecito, e lungi dall’essere pericoloso
svolge un’attività lavorativa.
Ma non dobbiamo stupirci se lo stigma della clandestinità turba così prepotentemente il cittadino italiano, e induce i politici Pdl e Pd a fare a gara in tv su chi sia il più efficiente nel garantire l’“espulsione dei clandestini”. Perché il mantenimento di una disparità di diritti fra chi è titolare di cittadinanza e chi rivendica solo per bisogno di vivere sul “nostro” territorio potrà imbarazzare i liberali più coerenti, ma è percepito come necessità vitale di sopravvivenza dai primi. Nel suo bel saggio
Ai confini della democrazia. Opportunità e rischi dell’universalismo democratico (Donzelli), la docente di Teoria politica Nadia Urbinati è molto abile nel metterci in imbarazzo.
Le democrazie liberali spesso si trovano costrette a difendere una nozione vecchia di confini nazionali, contraddicendo i principi liberali che le ispirano, limitando cioè la libertà di movimento come se non rientrasse fra i diritti umani fondamentali fuggire dalla fame e dalla carestia.
Ma se vogliono restare democrazie, finora non possono rinunciare a una linea di demarcazione che circoscriva i titolari della cittadinanza politica.
La clandestinità è il portato esistenziale di una disuguaglianza ancor oggi troppo impervia da lenire: per conservare i nostri diritti, abbiamo bisogno di sapere che altri vicini a noi non li detengono. Ce lo dimostrano candidamente pure il barbone tedesco arrabbiato con chi offre un giaciglio ai clandestini e la colf boliviana che vuole più controlli sui nordafricani ma ospita dei connazionali irregolari. Nadia Urbinati può così descrivere la migrazione transnazionale come un dilemma che dilania al cuore le democrazie occidentali, «facendone il teatro di plateali contraddizioni tra i loro proclamati princìpi egualitari e le loro restrittive politiche di naturalizzazione e perfino di accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo».
Temo che tale scrupolo riguardi ormai solo una sparuta pattuglia
di accademici liberali.
Quando racconto in giro che fatica fosse rinnovare ogni anno il permesso di soggiorno in Italia e tentare di ottenere il visto dei pochi Stati esteri in cui potevo viaggiare, vedo facce incredule. Del resto nessuno considera “clandestino” lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota
la vigna o fa le pulizie nel condominio. Clandestini sono sempre gli altri:
buttateli fuori!

STRANIERI A NOI STESSI
E INCAPACI DI ASCOLTO
Come ripensare le categorie della cittadinanza
ENZO BIANCHI
La Repubblica,
MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008
«Stranieri e pellegrini», così l’autore della Prima lettera di Pietro si rivolge ai propri fratelli nella fede presenti nella diaspora dell’Asia minore nel primo secolo dell’era cristiana. Termini che non mirano soltanto a indicare metaforicamente quanti «non hanno quaggiù una città stabile ma cercano quella futura» nei cieli, ma che tengono conto della reale composizione sociologica delle prime comunità di discepoli di Gesù di Nazaret: schiavi e liberi, giudei e greci, mercanti e artigiani, partecipi di fermenti e mobilità lavorative e abitative che possono oggi apparirci sorprendenti. Del resto, già l’Antico Testamento aveva usato il paradigma della stranierità e del peregrinare per plasmare l’identità del popolo di Israele, facendo di un insieme di eventi storici del passato più o meno mitico una cifra di comprensione del presente. Così una volta installato nella “terra promessa”, il popolo dovrà ripetere a se stesso e davanti a Dio questa ricostruzione della propria vicenda: «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente
e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa...» e agli stessi
patriarchi di Israele la Lettera agli Ebrei attribuirà la condizione di
«stranieri e pellegrini sopra la terra».
Proprio il ricordo dell’essere stato “forestiero nel paese d’Egitto” - alimentato dal “fare memoria” religiosa da parte di generazioni ormai sedentarie e ben installate da secoli nella propria terra - determina per il popolo di Israele una disposizione legislativa fondamentale di sorprendente modernità nell’antico oriente: «Vi sarà una sola legge per tutta la comunità, per voi e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi; sarà una legge perenne, di generazione in generazione; come siete voi, così sarà lo straniero davanti al Signore». Una condivisione del tessuto normativo che arriverà perfino a rendere partecipe del riposo sabbatico anche lo schiavo e il forestiero: così quello squarcio di libertà dall’asservimento al tempo e al lavoro costituito dall’astenersi nel settimo giorno da ogni attività lavorativa diverrà patrimonio di ogni essere umano, suo diritto civile, oltre che dovere religioso.
E, scavando nel tessuto culturale del bacino mediterraneo che tanto ha influenzato la civiltà greca prima e poi romana, come dimenticare la sacralità dell’ospitalità presso popolazioni che ben conoscevano l’asprezza della vita quotidiana, la minaccia costante della siccità e delle carestie, l’angoscia di chi non ha casa per ripararsi né pane per sfamare i propri figli? Sì, se vogliamo indagare nelle radici della civiltà europea e italiana, se vogliamo prendere sul serio la troppo superficialmente decantata eredità ebraicocristiana, il suo intersecarsi con la cultura ellenistica e il successivo confrontarsi con l’irruzione dell’Islam dobbiamo riconoscere che princìpi come quello dell’accoglienza, della solidarietà, dell’apertura verso lo straniero sono stati in costante dialettica con la tentazione di rinchiudersi nel mondo limitato ai propri “simili”, con la paura del diverso, con l’egoismo di chi pensa a salvare solo se stesso.
Ora, il confronto-scontro tra queste due visioni dei rapporti tra popoli, etnie e nazioni si rivela quanto mai attuale nell’odierna società globalizzata, in cui il fenomeno migratorio assume dimensioni proporzionate alle maggiori possibilità materiali di spostamenti di massa. Quello che va ripensato allora non sono spicciole misure di contenimento o di repressione del fenomeno migratorio, ma un insieme ben più complesso di problematiche sociali e culturali: il rapporto tra sovranità nazionali e universalità dei diritti umani, l’opzione giuridica tra l’antico ius sanguinis e il più articolato ius soli, l’emergenza continua e la certezza del diritto, la sostenibilità dello sviluppo e dell’accoglienza, il mercato del lavoro e l’ingerenza umanitaria, il partenariato economico e lo sfruttamento delle risorse naturali...
Davvero, cristiani e non cristiani, dobbiamo oggi ripensare alle categorie della cittadinanza, della stranierità, dell’ospitalità, non come mero esercizio dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso della nostra convivenza civile, sull’orizzonte che vogliamo dischiudere alla nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a venire.
In questa faticosa ricerca, non dimentichiamo l’ammonimento di Edmond Jabès: «La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso noi stessi». Sì, essere consapevoli di abitare noi stessi la stranierità non deve essere motivo di ulteriore angoscia o paralisi nell’agire, ma piuttosto stimolo fecondo alla riflessione operativa in una stagione che vede ciascuno ripiegarsi su se stesso: sapersi e sentirsi tutti “stranieri” ci aiuterebbe a cogliere l’altro nell’interezza e nella complessità della sua persona, senza ridurlo ai problemi che la sua presenza comporta. Oggi la sfida è per tutti quella di articolare verità e alterità nel senso della comunione, dell’ascolto e dell’incontro, non dell’esclusione, dell’arroganza e dell’autosufficienza.
E in questa sfida è grande la tentazione di continuare a ragionare considerando se stessi come “norma” e, quindi, di esercitare pressioni
per essere riconosciuti nel ruolo di reggenti in una società in cui sono tramontate le ideologie messianiche e faticano a divenire eloquenti
le etiche laiche.
Cedere a questa tentazione porterebbe a sostituire la logica della “maggioranza” che impone le proprie certezze con quella dell’influenza
del gruppo di pressione che utilizza mezzi e strategie tipici delle lobbies oppure con lo sdegnoso e agguerrito rinchiudersi nei resti di una cittadella fortificata in attesa di stagioni migliori.
Ma in ogni caso non prospetterebbe alcuna soluzione perché,
come scriveva Michel de Certeau, «lo straniero è a un tempo
l’irriducibile e colui senza il quale vivere non è più vivere».
DIARIO DI REPUBBLICA n 37
http://www.repubblica.it/diario/2008/index.html?ref=hpsbsx
Il complotto
di Ascanio Celestini
I Viaggi di Repubblica (13 maggio 2008)
Quando sei un ragazzino pensi di vivere in un complotto. Pensi che le persone intorno a te vivano e agiscano in funzione della tua esistenza. Persino quelli che passano per la strada, quelli che ti guardano per un attimo e se ne vanno. Anche quelli che non ti vedono, anche quelli che stanno sullo sfondo. Io quando ero ragazzino pensavo di vivere nel complotto e provavo a riconoscere i passanti.
La donna grassa che prende il gelato e finge di concentrarsi sul pistacchio che si scioglie, la grossa leccatrice si nasconde dietro una lotta impari contro il caldo estivo sbrodolandosi di verde zuccheroso. Mi pare di essermela vista passare accanto almeno una decina di volte in questi anni. Forse il mese scorso era una tabaccaia dalla quale mio padre ha comprato sigarette e saponetta, forse aspettava l’autobus al Policlinico quando sono andato a fare il vaccino per l’allergia. Forse la sua stazza è un mascheramento, è lardo di gomma piuma. Forse è addirittura un uomo, è un bigliettaio del tram coi baffi finti o la testa rasata. Mi stanno distraendo con questa lottatrice di sumo e intanto gli altri mi guardano, mi studiano, mi indicano col dito. Migliaia di persone arruolate per farmi credere di vivere una vita vera e invece è il “complotto”.
E mio padre e mia madre? Erano artefici o vittime del complotto? Anche loro mi indicavano parlando sottovoce con la finta grassona che si toglieva la cellulite sintetica dietro un’edicola dei giornali pronta a cambiare ruolo? Oppure erano ignari della grande macchinazione? Poi abbiamo fatto un viaggio, siamo andati fino in Svizzera dai parenti emigrati. Chilometri di autostrada, dialetti diversi, panorami mai visti. Anche le montagne fanno parte del complotto? Saranno fatte di carta pesta o di cemento armato? Mi pare di riconoscere qualcosa anche lungo questa autostrada del sole.
Per esempio gli autogrill sono tutti uguali e chi se l’è inventati era un complottante senza fantasia. Ma costruire intere città solo per farmi cascare in un tranello deve essere stata una faticaccia. Tra Roma e Locarno ci sta tutta un’Italia fatta di case, paesi, chiese, piazze, trattorie, negozi, giardini, discariche, stabilimenti balneari. Diamo per buono che la natura sia precedente al grande complotto, ma le opere in muratura da casa mia al Colosseo sono fatte dagli uomini. Perché questa grande cospirazione? Non era ancora il tempo dei programmi televisivi che ingabbiano i deficienti nelle case dei Grandi Fratelli, non era nemmeno il tempo di Truman Show. E poi io non pensavo di essere in diretta televisiva.
Pensavo a un gioco. E quando sentivo i grandi dire “non è possibile, non può essere vero” perché avevano assistito a un episodio straordinario, avevano ricevuto una notizia sconvolgente o avevano letto un articolo di giornale su qualche terremoto, guerra o mirabolante accadimento, io gli avrei detto “non vi sembra possibile perché infatti non lo è! È solo un gioco”. Il Giappone rinnova la patente a un automobilista di 102 anni, un tedesco di 81 anni è a capo del più potente monoteismo planetario e un uomo di 72 anni guiderà l’Italia. Se si tratta ancora di un gioco, almeno svecchiamo i giocatori.
http://www.ascaniocelestini.it/pages/articoli_dett.php?id_articoli=49
Uno scandalo bipartisan:
i ricchi, gli arricchiti
di Goffredo Fofi
Lo Straniero, Numero 95 - maggio 2008
Gli economisti sanno bene che le disuguaglianze tra i ceti sociali e le persone vanno crescendo a vista d’occhio (cominciano a rendersene conto anche in Italia, anche se i più, e non importa di che schieramento, fingono di non vedere o elaborano effimere ricette destinate a scontrarsi con l’avidità e la amoralità della classe dirigente, di cui peraltro sono parte integrante). Per consolarsi, dicono che però diminuiscono quelle tra i popoli, e fanno l’esempio della Cina e dell’India ma tacciono di tanti altri paesi e del continente africano. Nel quadro complessivo il peso centrale dell’impoverimento dei più è dato certamente dal predominio della finanza sulla produzione: la dimensione finanzaria sopravanza quella prettamente economica e cioè la realtà, ed è questo a permettere gli arricchimenti più facili e improvvisi di chi con la finanza sa giocare e di chi sta loro attorno. Se aggiungiamo a questo quadro l’assenza di una funzione ridimensionante del sistema fiscale, di cui la politica si serve con molta disinvoltura, attentissima a farsi amici coloro che i soldi sanno farli e maneggiarli, non c’è da stare allegri e certamente non si può essere ottimisti sul nostro futuro. Sul futuro delle maggioranze. Capisco poco di economia, ma fin qui ci arrivo anch’io.
So anche benissimo che le maggioranze non sono innocenti, e che si meritano questo e altro, essendosi lasciate irretire, compresi i proletari, nel perverso gioco delle suggestioni pubblicitarie. Non aveva torto Godard quando in un film degli anni in cui il consumo di massa esplodeva, ne interruppe la narrazione con la scritta a pieno schermo: la pubblicità è il fascismo del nostro tempo. Era una formula incandescente, essenziale, estrema, della cui verità ci si è resi conto molto lentamente e i più non vogliono rendersi ancora conto. Si indicava con quello slogan una forma moderna di dittatura sulle coscienze, illuse che la loro libertà consistesse nella loro capacità di consumo e consideranti il consumo come la misura di tutti i valori. Lo si poteva anche comprendere, in quegli anni, perché si avevano alle spalle, e ancora non erano del tutto finiti, gli anni della scarsità (ed era questa la ragione di alcune polemiche con Pasolini, che vedeva lucidamente ma forse astrattamente i pericoli dello sviluppo senza progresso). Si può comprendere l’ansia che pervadeva i nostri connazionali degli anni del boom e quella di chi oggi vive in contesti di fame, con tutte le preoccupazioni che ne conseguono – prima fra tutte l’insicurezza del futuro per i propri figli e non solo per sé. Si comprende però molto meno la disattenzione degli intellettuali su questi temi, se non in chiave di complicità.
Si comprende infatti benissimo il servilismo dei media nei confronti della pubblicità, anima dei loro commerci. Si comprende meno bene l’atteggiamento della Chiesa, mai così cauta come in questi due ultimi papati nei confronti dei ricchi, una Chiesa che sembra considerare anche ufficialmente i ricchi come i suoi più ovvi e diretti alleati, pronta a tollerarne tutte le ipocrisie (compresa quella di essere, mettiamo, nella realtà abortisti e nelle dichiarazioni pubbliche antiabortisti: ma siamo per l’appunto un paese cattolico). E naturalmente si comprende molto poco quello della sinistra, che è sempre stata, nella sua ufficialità, molto opportunista. Enrico Berlinguer, nei suoi ultimi anni di vita – e io considero la sua morte causata dalla politica, come quella di Moro e come quella del nostro Langer – sembrò comprendere con tragico ritardo tutta l’importanza che rivestiva il problema dell’austerità, cioè, in sostanza, della riduzione dei consumi – per il futuro del paese e del pianeta. Ma ricordo ancora la mia irritazione di fronte alle battutacce dei compagni (anche quelle di molti insospettabili amici, ma soprattutto quelle dei membri del suo partito) sul suo irrealismo, una reazione che peraltro era coerente con le più antiche convinzioni dei dirigenti e intellettuali della Terza Internazionale. (Esprimendo il mio scandalo per la ricchezza spavalda di un artista comunista, un conoscente molto perbene che era anche membro del Cc del Pci mi rispose sbalordito: ma che marxista sei? sei ancora fermo a queste cose?) Ma la ricchezza nasce dal furto, dissero i socialisti dell’Ottocento, e non avevano torto.
Non c’è da stupirsi dunque delle morali correnti oggi, e del rapporto con la ricchezza e con il consumo che hanno tanti bei nomi, a sinistra come a destra. La riduzione dei consumi è un bello slogan, ma da lì a praticarla ne corre! Come la maggior parte dei nostri connazionali anche la nostra sinistra ama dire A, fare B e pensare C, dice un amico, che poi anche lui…
Il consumo è, peraltro, consumo del superfluo – e a volte di un superfluo che è dannoso per la sorte di tutti, e gli esempi sono mille e mille, dall’eccesso di automobili a quello dei prodotti di bellezza. La cultura della ricchezza e del superfluo è penetrata in tutte le coscienze, ed è diventata cultura unica; è diventata, oltre ogni menzogna ideologia, progetto unico. Una generale laicizzazione (che significa anche scomparsa di un super-io etico) riguarda tutti, compresi, e infatti ne parlano sempre meno, i sacerdoti, che sembrano essersi convinti anche loro che non ci saranno mai più per la ricchezza e per i suoi abusi e per le ingiustizie mostruose che essi comportano, punizioni di sorta, né nell’al di là dei morti (l’inferno) né nel futuro dei vivi (le rivoluzioni). Salvo le punizioni che immancabilmente deriveranno, e stanno già derivando dall’abuso. Ma di queste cose si preoccupa chi pensa al domani, mentre la cultura del nostro tempo, la cultura dell’eterno presente, sembra aver abolito insieme a ogni riflessione sul passato ogni idea e ogni progetto di domani.
Per secoli e secoli la ricchezza è stata considerata, con l’omicidio, il peggiore dei peccati, strumento privilegiato di Satana (e l’oro era lo sterco del diavolo). Oggi è venerata e idolatrata da tutti coloro che stimano la vita degna di venir vissuta solo se si ascende ai consumi esclusivi, all’Olimpo dei vecchi e dei nuovi ricchi, e invidiata dai poveri che non sanno come accedervi, e che mai vi accederanno compresi i nuovi poveri, vittime dell’economia contemporanea e del suo delirio. Anni fa, quando morì uno dei massimi responsabili del degrado ambientale e civile dell’Italia, il nefasto Agnelli, tutto il popolo lo pianse, ricchi e poveri, onesti e ladri, maschi e femmine, credenti e non credenti, sapienti e analfabeti, artisti e... operai. Fu davvero una data fatidica, il punto di un non-ritorno.
I vampiri siamo noi. Omaggio a Richard Matheson
di Pino Corrias
Lo Straniero, Numero 95 - maggio 2008
Chi sarebbero poi i vampiri? Richard Matheson ci guarda da quando aveva 17 anni e già sapeva come rovesciare il punto di vista sulle cose per rivelarcele. “Abitavo a New York. Un pomeriggio, nel buio di un cinema, vidi il Dracula di Bela Lugosi. Pensai che se faceva così paura un solo vampiro in un mondo abitato dagli uomini, chissà quanta ne avrebbe fatta la storia di un solo uomo, l’ultimo uomo, in un mondo abitato dai vampiri”.
Il tempo, da allora, ha lavorato sulla trama di “Io sono leggenda” (scritto nel 1954 e riproposto di recente da Fanucci nella traduzione di Simona Fefè) l’ha intrecciata alla nostra deriva planetaria. L’ha levigata di realismo, moltiplicando le sue versioni cinematografiche fino a quest’ultima (brutta) scheggia multicolor, protagonista Will Smith, un cane pastore, un lieto fine incoerente, ma paesaggi di rovine newyorchesi conquistate dai rampicanti, dal silenzio e della solitudine dei millenni futuri e manichini congelati nel vuoto dei Grandi Magazzini, tutto inanimato come la luce, come l’aria. Come noi, immobilizzati al primo sguardo. Ma poi distratti dal battito di un cuore, il nostro. Perché nel frattempo l’invenzione ideata da Matheson per attirare la nostra attenzione (per scuoterci, per spaventarci) è finalmente diventata il nostro specchio, l’ombra che ci respira, la rivelazione che non ci fa dormire. La premonizione si è avverata: noi siamo i vampiri e questo è il nostro (prossimo) mondo. Non per effetto di un errore remoto, di un dio vendicativo, ma per una nostra predisposizione virale – alla velocità, alla voracità, alla violenza – che abbiamo perfezionato nel nostro buio d’ultimo secolo, con accelerazioni crescenti verso il punto di non ritorno. Ma se noi siamo la minaccia che ci estinguerà, Matheson e la sua fantascienza iperrealista, fanno parte dell’antidoto.
Per Ray Bradbury, “Matheson è uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo”.
Per Stephen King, “è lo scrittore che mi ha influenzato di più”.
Per i suoi molti lettori è un inventore di storie con trappole incorporate e nessuna via di fuga. È uno scrittore eclettico, veloce. Esploratore di generi. Capace di declinarli tutti, in cinquant’anni di lavoro per cinema, tv, libri, riviste, dal fantasy all’horror, dal western al mistery. Passando per la fantascienza, suo esordio narrativo, “Nato da uomo e donna”, pubblicato nel 1950.
Richard Matheson nasce a Allendale, New Jersey, anno 1926, villetta con giardino e sogni in plastica middle class con gite tra i grattacieli. Poi il destino e la guerra si mettono in traiettoria trasportandolo dai cieli azzurri della giovinezza ai campi insanguinati delle battaglie di fanteria. Una ferita gli vale il congedo con una nuova vita all’Università del Missouri, facoltà di giornalismo, lavori precari in fabbrica, notti di scrittura. E a 25 anni il grande viaggio di inchiostro e di Greyhound lungo la linea soleggiata della California, capolinea Los Angeles. Gli Studios. Dove un tizio con la faccia da boscaiolo, Rod Serling, lo ingaggia con Charles Beaumont come terzo scrittore di una nuova serie tv, “Twlight Zone”, “Ai confini della realtà”, sigla indimenticabile con tramonto marziano a evocare le solitudini terrestri, per raccontare i destini di uomini e donne che si incrociano, interferiscono, bruciano, tutti assediati da un mistero che sempre ci sovrasta, talvolta ci governa, quasi mai si spiega.
Matheson annota dalla sua trincea quello che vede passare. Lo declina con sguardo narrativo. Percepisce la paura che nutre la nuova America congelata dalla Guerra Fredda, padrona del mondo, prigioniera del mondo. Avvolta nei fili spinati del denaro, delle armi, dei consumi, dell’inconscio che ci rovista dentro ingarbugliandoli. Ma anche (avvolta) da quella pervasiva paranoia maccartista che moltiplica i nemici nascosti nel doppio fondo della vita quotidiana, proprio dietro la luce inoffensiva dei neon. Immaginando, non lontano dal tepore dei Drive In, l’imminenza dello sterminio nucleare. Fantasticando sulla guerra per la conquista dello Spazio e sullo Spazio che conquisterà la Terra. Temendo il nemico interno e la minaccia esterna. Sempre moltiplicando gli incubi, i fantasmi, i mostri che da un istante all’altro compariranno per toglierci tutto, la borsa e la vita.
Capita perciò che un viaggiatore, dal suo innocuo oblò di notte d’aeroplano veda un gremlin che lo fissa ridendo, attaccato all’ala, tra le turbolenze del volo. Che una casalinga respinga con la scopa, nella sua cucina, l’invasione di minuscoli marziani. Che un impiegato, contaminato da una nube radioattiva, rimpicciolisca all’improvviso di tre millimetri al giorno, inesorabilmente, con il cappello che diventa immenso, come il terrore moltiplicato dalle dimensioni che dilatano l’appartamento, la crudeltà del gatto, la mostruosità del ragno. Che un soldato si ritrovi tra le mani uno specchio capace di prevedere la morte di chi ci guarda dentro. Che una donna diventi prigioniera di un sanguinario idolo guerriero appena comprato su una bancarella. Che uno scrittore iracondo, violentatore di oggetti, dalla matita, alla macchina per scrivere, venga accerchiato e poi ucciso da quegli stessi oggetti.
Matheson pesca in superficie e declina in profondo. Vaglia ipotesi. Le esplora. Annota possibili slittamenti. Ci accompagna fino ai margini della luce. E poi ci lascia soli quando le corsie di un supermercato si trasformano in un labirinto. L’America in un cimitero. Il cimitero in una premonizione. Dalla Cbs, Matheson passa alla Universal. Dirà: “Non c’è una gran differenza tra la televisione e il cinema. A parte la censura”. Diventa sceneggiatore pagato a settimana. Racconta: “Mangiavo al tavolo degli scrittori: era come stare sui sedili in fondo all’autobus”. Si specializza nelle versioni cinematografiche di Edgar Allan Poe. Adatta “La casa Usher” per Roger Corman. Poi “Il pozzo e il pendolo”. Poi “I racconti del terrore”. Nel 1962 lo chiama Hitchcock per lavorare alla sceneggiatura di “Gli uccelli”. Racconta Matheson: “Andai al primo incontro. Gli dissi: secondo me nel film non si devono mai vedere gli uccelli. Hitchcock si alzò, disse no, no, no e se ne andò. Non l’ho più visto”.
Il giorno dell’omicidio di John F. Kennedy sta giocando a golf con un amico sceneggiatore. Racconta: “Smettemmo di giocare, stavamo male tutti e due. Salimmo in auto per tornarcene a casa. La strada attraversava una serie di canyon. Dal nulla sbucò un grosso camion che cominciò a tallonarci. Non si allontanava mai. Più acceleravo, più si avvicinava. Sbandai in una curva. Frenai. Scivolai quasi fuori strada. E il camion ci passò come niente fosse. Ero pieno di rabbia. Il racconto mi venne in mente lì, mentre guidavo”.
Matheson scrive l’idea su una busta. La busta finisce da qualche parte. Passano sette anni. Quando salta fuori, diventa un racconto. Il racconto viene pubblicato da “Playboy”. Lo leggono quelli della Universal. Lo legge Steven Spielberg che sta cercando una storia per il suo primo lungometraggio a basso costo. Il racconto ha un protagonista solo, qualche automobile, un camion, molta strada piena di polvere e l’abisso in fondo. Ci sono il Bene, il Male e la casualità con cui la vita li intreccia. Era il 1971 e “Duel” comparve sugli schermi come una folgorazione. Da allora ci tallona con il suo incubo da autostrada che talvolta si riaccende direttamente sul piccolo schermo dei nostri specchietti retrovisori, magari quando guidiamo in perfetta solitudine, lungo i rettilinei della vita.
Matheson conosce quello sguardo. E la rivelazione che seguirà. Come accade al protagonista di un suo magnifico racconto con viso insaponato raddoppiato dallo specchio, mentre si fa la barba alla mattina e radendosi si taglia e tagliandosi non esce sangue dalla ferita, ma una goccia d’olio. Olio da macchina. Per ingranaggi da robot. Mentre la moglie di là in cucina mangia corn flakes e i bambini giocano e il solito sole splende tra i fiori del giardino.
Ogni istante – ci racconta Matheson – è buono per spalancare la sua voragine. Che sarà reale quanto una remota strada irachena prima dell’esplosione. Inoffensiva quanto un mutuo subprime prima del tracollo bancario. Insospettabile come il nostro vicino prima che il tramonto non lo trasformi in un vampiro.
http://www.lostraniero.net/pagine/uno.html
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Astenersi perditempo

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