treball

treballa

...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo,
tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo.
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi.
E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare
una tal quantità di cose che potremo costruire
la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare,
in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

venerdì, 16 maggio 2008
PogRom



Con la scusa del popolo

di Gad Lerner
La Repubblica, 16 maggio 2008

La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.

Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.

Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?

La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.

Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.

La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.

Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.

La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.

Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.

Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.

Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.

http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-3/lerner-rom/lerner-rom.html





Il Pogrom moderno

Adriano Prosperi
La Repubblica, 16 maggio 2008

"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest´uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un´Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.

Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale.

La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta – per la prima volta – gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell´Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c´è un´altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani.

Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt´altro.

Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom – i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall´odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti.

Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l´integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E´ una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l´arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te.

Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine – quelle scattate nelle aule del Parlamento – ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi.

Di fatto nel Palazzo circola un´aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l´Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l´Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari.

Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ´500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c´è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India».
Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza.

Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori.

http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=51154

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mercoledì, 14 maggio 2008
La cultura dell’eterno presente



Uno scandalo bipartisan:
i ricchi, gli arricchiti

di Goffredo Fofi
Lo Straniero, Numero 95 - maggio 2008

Gli economisti sanno bene che le disuguaglianze tra i ceti sociali e le persone vanno crescendo a vista d’occhio (cominciano a rendersene conto anche in Italia, anche se i più, e non importa di che schieramento, fingono di non vedere o elaborano effimere ricette destinate a scontrarsi con l’avidità e la amoralità della classe dirigente, di cui peraltro sono parte integrante). Per consolarsi, dicono che però diminuiscono quelle tra i popoli, e fanno l’esempio della Cina e dell’India ma tacciono di tanti altri paesi e del continente africano. Nel quadro complessivo il peso centrale dell’impoverimento dei più è dato certamente dal predominio della finanza sulla produzione: la dimensione finanzaria sopravanza quella prettamente economica e cioè la realtà, ed è questo a permettere gli arricchimenti più facili e improvvisi di chi con la finanza sa giocare e di chi sta loro attorno. Se aggiungiamo a questo quadro l’assenza di una funzione ridimensionante del sistema fiscale, di cui la politica si serve con molta disinvoltura, attentissima a farsi amici coloro che i soldi sanno farli e maneggiarli, non c’è da stare allegri e certamente non si può essere ottimisti sul nostro futuro. Sul futuro delle maggioranze. Capisco poco di economia, ma fin qui ci arrivo anch’io.

So anche benissimo che le maggioranze non sono innocenti, e che si meritano questo e altro, essendosi lasciate irretire, compresi i proletari, nel perverso gioco delle suggestioni pubblicitarie. Non aveva torto Godard quando in un film degli anni in cui il consumo di massa esplodeva, ne interruppe la narrazione con la scritta a pieno schermo: la pubblicità è il fascismo del nostro tempo. Era una formula incandescente, essenziale, estrema, della cui verità ci si è resi conto molto lentamente e i più non vogliono rendersi ancora conto. Si indicava con quello slogan una forma moderna di dittatura sulle coscienze, illuse che la loro libertà consistesse nella loro capacità di consumo e consideranti il consumo come la misura di tutti i valori. Lo si poteva anche comprendere, in quegli anni, perché si avevano alle spalle, e ancora non erano del tutto finiti, gli anni della scarsità (ed era questa la ragione di alcune polemiche con Pasolini, che vedeva lucidamente ma forse astrattamente i pericoli dello sviluppo senza progresso). Si può comprendere l’ansia che pervadeva i nostri connazionali degli anni del boom e quella di chi oggi vive in contesti di fame, con tutte le preoccupazioni che ne conseguono – prima fra tutte l’insicurezza del futuro per i propri figli e non solo per sé. Si comprende però molto meno la disattenzione degli intellettuali su questi temi, se non in chiave di complicità.

Si comprende infatti benissimo il servilismo dei media nei confronti della pubblicità, anima dei loro commerci. Si comprende meno bene l’atteggiamento della Chiesa, mai così cauta come in questi due ultimi papati nei confronti dei ricchi, una Chiesa che sembra considerare anche ufficialmente i ricchi come i suoi più ovvi e diretti alleati, pronta a tollerarne tutte le ipocrisie (compresa quella di essere, mettiamo, nella realtà abortisti e nelle dichiarazioni pubbliche antiabortisti: ma siamo per l’appunto un paese cattolico). E naturalmente si comprende molto poco quello della sinistra, che è sempre stata, nella sua ufficialità, molto opportunista. Enrico Berlinguer, nei suoi ultimi anni di vita – e io considero la sua morte causata dalla politica, come quella di Moro e come quella del nostro Langer – sembrò comprendere con tragico ritardo tutta l’importanza che rivestiva il problema dell’austerità, cioè, in sostanza, della riduzione dei consumi – per il futuro del paese e del pianeta. Ma ricordo ancora la mia irritazione di fronte alle battutacce dei compagni (anche quelle di molti insospettabili amici, ma soprattutto quelle dei membri del suo partito) sul suo irrealismo, una reazione che peraltro era coerente con le più antiche convinzioni dei dirigenti e intellettuali della Terza Internazionale. (Esprimendo il mio scandalo per la ricchezza spavalda di un artista comunista, un conoscente molto perbene che era anche membro del Cc del Pci mi rispose sbalordito: ma che marxista sei? sei ancora fermo a queste cose?) Ma la ricchezza nasce dal furto, dissero i socialisti dell’Ottocento, e non avevano torto.

Non c’è da stupirsi dunque delle morali correnti oggi, e del rapporto con la ricchezza e con il consumo che hanno tanti bei nomi, a sinistra come a destra. La riduzione dei consumi è un bello slogan, ma da lì a praticarla ne corre! Come la maggior parte dei nostri connazionali anche la nostra sinistra ama dire A, fare B e pensare C, dice un amico, che poi anche lui…

Il consumo è, peraltro, consumo del superfluo – e a volte di un superfluo che è dannoso per la sorte di tutti, e gli esempi sono mille e mille, dall’eccesso di automobili a quello dei prodotti di bellezza. La cultura della ricchezza e del superfluo è penetrata in tutte le coscienze, ed è diventata cultura unica; è diventata, oltre ogni menzogna ideologia, progetto unico. Una generale laicizzazione (che significa anche scomparsa di un super-io etico) riguarda tutti, compresi, e infatti ne parlano sempre meno, i sacerdoti, che sembrano essersi convinti anche loro che non ci saranno mai più per la ricchezza e per i suoi abusi e per le ingiustizie mostruose che essi comportano, punizioni di sorta, né nell’al di là dei morti (l’inferno) né nel futuro dei vivi (le rivoluzioni). Salvo le punizioni che immancabilmente deriveranno, e stanno già derivando dall’abuso. Ma di queste cose si preoccupa chi pensa al domani, mentre la cultura del nostro tempo, la cultura dell’eterno presente, sembra aver abolito insieme a ogni riflessione sul passato ogni idea e ogni progetto di domani.

Per secoli e secoli la ricchezza è stata considerata, con l’omicidio, il peggiore dei peccati, strumento privilegiato di Satana (e l’oro era lo sterco del diavolo). Oggi è venerata e idolatrata da tutti coloro che stimano la vita degna di venir vissuta solo se si ascende ai consumi esclusivi, all’Olimpo dei vecchi e dei nuovi ricchi, e invidiata dai poveri che non sanno come accedervi, e che mai vi accederanno compresi i nuovi poveri, vittime dell’economia contemporanea e del suo delirio. Anni fa, quando morì uno dei massimi responsabili del degrado ambientale e civile dell’Italia, il nefasto Agnelli, tutto il popolo lo pianse, ricchi e poveri, onesti e ladri, maschi e femmine, credenti e non credenti, sapienti e analfabeti, artisti e... operai. Fu davvero una data fatidica, il punto di un non-ritorno.





I vampiri siamo noi. Omaggio a Richard Matheson

di Pino Corrias
Lo Straniero, Numero 95 - maggio 2008

Chi sarebbero poi i vampiri? Richard Matheson ci guarda da quando aveva 17 anni e già sapeva come rovesciare il punto di vista sulle cose per rivelarcele. “Abitavo a New York. Un pomeriggio, nel buio di un cinema, vidi il Dracula di Bela Lugosi. Pensai che se faceva così paura un solo vampiro in un mondo abitato dagli uomini, chissà quanta ne avrebbe fatta la storia di un solo uomo, l’ultimo uomo, in un mondo abitato dai vampiri”.

Il tempo, da allora, ha lavorato sulla trama di “Io sono leggenda” (scritto nel 1954 e riproposto di recente da Fanucci nella traduzione di Simona Fefè) l’ha intrecciata alla nostra deriva planetaria. L’ha levigata di realismo, moltiplicando le sue versioni cinematografiche fino a quest’ultima (brutta) scheggia multicolor, protagonista Will Smith, un cane pastore, un lieto fine incoerente, ma paesaggi di rovine newyorchesi conquistate dai rampicanti, dal silenzio e della solitudine dei millenni futuri e manichini congelati nel vuoto dei Grandi Magazzini, tutto inanimato come la luce, come l’aria. Come noi, immobilizzati al primo sguardo. Ma poi distratti dal battito di un cuore, il nostro. Perché nel frattempo l’invenzione ideata da Matheson per attirare la nostra attenzione (per scuoterci, per spaventarci) è finalmente diventata il nostro specchio, l’ombra che ci respira, la rivelazione che non ci fa dormire. La premonizione si è avverata: noi siamo i vampiri e questo è il nostro (prossimo) mondo. Non per effetto di un errore remoto, di un dio vendicativo, ma per una nostra predisposizione virale – alla velocità, alla voracità, alla violenza – che abbiamo perfezionato nel nostro buio d’ultimo secolo, con accelerazioni crescenti verso il punto di non ritorno. Ma se noi siamo la minaccia che ci estinguerà, Matheson e la sua fantascienza iperrealista, fanno parte dell’antidoto.

Per Ray Bradbury, “Matheson è uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo”.
Per Stephen King, “è lo scrittore che mi ha influenzato di più”.

Per i suoi molti lettori è un inventore di storie con trappole incorporate e nessuna via di fuga. È uno scrittore eclettico, veloce. Esploratore di generi. Capace di declinarli tutti, in cinquant’anni di lavoro per cinema, tv, libri, riviste, dal fantasy all’horror, dal western al mistery. Passando per la fantascienza, suo esordio narrativo, “Nato da uomo e donna”, pubblicato nel 1950.

Richard Matheson nasce a Allendale, New Jersey, anno 1926, villetta con giardino e sogni in plastica middle class con gite tra i grattacieli. Poi il destino e la guerra si mettono in traiettoria trasportandolo dai cieli azzurri della giovinezza ai campi insanguinati delle battaglie di fanteria. Una ferita gli vale il congedo con una nuova vita all’Università del Missouri, facoltà di giornalismo, lavori precari in fabbrica, notti di scrittura. E a 25 anni il grande viaggio di inchiostro e di Greyhound lungo la linea soleggiata della California, capolinea Los Angeles. Gli Studios. Dove un tizio con la faccia da boscaiolo, Rod Serling, lo ingaggia con Charles Beaumont come terzo scrittore di una nuova serie tv, “Twlight Zone”, “Ai confini della realtà”, sigla indimenticabile con tramonto marziano a evocare le solitudini terrestri, per raccontare i destini di uomini e donne che si incrociano, interferiscono, bruciano, tutti assediati da un mistero che sempre ci sovrasta, talvolta ci governa, quasi mai si spiega.

Matheson annota dalla sua trincea quello che vede passare. Lo declina con sguardo narrativo. Percepisce la paura che nutre la nuova America congelata dalla Guerra Fredda, padrona del mondo, prigioniera del mondo. Avvolta nei fili spinati del denaro, delle armi, dei consumi, dell’inconscio che ci rovista dentro ingarbugliandoli. Ma anche (avvolta) da quella pervasiva paranoia maccartista che moltiplica i nemici nascosti nel doppio fondo della vita quotidiana, proprio dietro la luce inoffensiva dei neon. Immaginando, non lontano dal tepore dei Drive In, l’imminenza dello sterminio nucleare. Fantasticando sulla guerra per la conquista dello Spazio e sullo Spazio che conquisterà la Terra. Temendo il nemico interno e la minaccia esterna. Sempre moltiplicando gli incubi, i fantasmi, i mostri che da un istante all’altro compariranno per toglierci tutto, la borsa e la vita.

Capita perciò che un viaggiatore, dal suo innocuo oblò di notte d’aeroplano veda un gremlin che lo fissa ridendo, attaccato all’ala, tra le turbolenze del volo. Che una casalinga respinga con la scopa, nella sua cucina, l’invasione di minuscoli marziani. Che un impiegato, contaminato da una nube radioattiva, rimpicciolisca all’improvviso di tre millimetri al giorno, inesorabilmente, con il cappello che diventa immenso, come il terrore moltiplicato dalle dimensioni che dilatano l’appartamento, la crudeltà del gatto, la mostruosità del ragno. Che un soldato si ritrovi tra le mani uno specchio capace di prevedere la morte di chi ci guarda dentro. Che una donna diventi prigioniera di un sanguinario idolo guerriero appena comprato su una bancarella. Che uno scrittore iracondo, violentatore di oggetti, dalla matita, alla macchina per scrivere, venga accerchiato e poi ucciso da quegli stessi oggetti.

Matheson pesca in superficie e declina in profondo. Vaglia ipotesi. Le esplora. Annota possibili slittamenti. Ci accompagna fino ai margini della luce. E poi ci lascia soli quando le corsie di un supermercato si trasformano in un labirinto. L’America in un cimitero. Il cimitero in una premonizione. Dalla Cbs, Matheson passa alla Universal. Dirà: “Non c’è una gran differenza tra la televisione e il cinema. A parte la censura”. Diventa sceneggiatore pagato a settimana. Racconta: “Mangiavo al tavolo degli scrittori: era come stare sui sedili in fondo all’autobus”. Si specializza nelle versioni cinematografiche di Edgar Allan Poe. Adatta “La casa Usher” per Roger Corman. Poi “Il pozzo e il pendolo”. Poi “I racconti del terrore”. Nel 1962 lo chiama Hitchcock per lavorare alla sceneggiatura di “Gli uccelli”. Racconta Matheson: “Andai al primo incontro. Gli dissi: secondo me nel film non si devono mai vedere gli uccelli. Hitchcock si alzò, disse no, no, no e se ne andò. Non l’ho più visto”.

Il giorno dell’omicidio di John F. Kennedy sta giocando a golf con un amico sceneggiatore. Racconta: “Smettemmo di giocare, stavamo male tutti e due. Salimmo in auto per tornarcene a casa. La strada attraversava una serie di canyon. Dal nulla sbucò un grosso camion che cominciò a tallonarci. Non si allontanava mai. Più acceleravo, più si avvicinava. Sbandai in una curva. Frenai. Scivolai quasi fuori strada. E il camion ci passò come niente fosse. Ero pieno di rabbia. Il racconto mi venne in mente lì, mentre guidavo”.

Matheson scrive l’idea su una busta. La busta finisce da qualche parte. Passano sette anni. Quando salta fuori, diventa un racconto. Il racconto viene pubblicato da “Playboy”. Lo leggono quelli della Universal. Lo legge Steven Spielberg che sta cercando una storia per il suo primo lungometraggio a basso costo. Il racconto ha un protagonista solo, qualche automobile, un camion, molta strada piena di polvere e l’abisso in fondo. Ci sono il Bene, il Male e la casualità con cui la vita li intreccia. Era il 1971 e “Duel” comparve sugli schermi come una folgorazione. Da allora ci tallona con il suo incubo da autostrada che talvolta si riaccende direttamente sul piccolo schermo dei nostri specchietti retrovisori, magari quando guidiamo in perfetta solitudine, lungo i rettilinei della vita.

Matheson conosce quello sguardo. E la rivelazione che seguirà. Come accade al protagonista di un suo magnifico racconto con viso insaponato raddoppiato dallo specchio, mentre si fa la barba alla mattina e radendosi si taglia e tagliandosi non esce sangue dalla ferita, ma una goccia d’olio. Olio da macchina. Per ingranaggi da robot. Mentre la moglie di là in cucina mangia corn flakes e i bambini giocano e il solito sole splende tra i fiori del giardino.

Ogni istante – ci racconta Matheson – è buono per spalancare la sua voragine. Che sarà reale quanto una remota strada irachena prima dell’esplosione. Inoffensiva quanto un mutuo subprime prima del tracollo bancario. Insospettabile come il nostro vicino prima che il tramonto non lo trasformi in un vampiro.

http://www.lostraniero.net/pagine/uno.html

Postato da: treball a 14/05/2008 18:47 | link | commenti |
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venerdì, 25 aprile 2008
Parole sante



Ascanio Celestini
 
Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che ricorderemo
i precari del lavoro
come alla Liberazione
con i fiori e le bandiere
i caduti della guerra
nel conflitto mondiale

Maurizio: non riconfermato
Mara: non firma la conciliazione
Alessandra: non firma la conciliazione
Christian: non firma la conciliazione
Valerio: licenziato
Cecilia: non riconfermata, con invalidità ancora non riconosciuta
Emanuela: non riconfermata
Andrea: rinuncia dopo essere finito in ospedale
Jimmy: non riconfermato
Salvatore: licenziato

Tutti gli altri: stoppati, licenziati, non riassunti

Ave ave ave ave
avevamo versato il sangue
per una Repubblica fondata sul lavoro

Lode lode lode lode
lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti
per un piatto di lenticchie

Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che le parole
usciranno dai denti

e ricorderemo
i giorni delle barricate
come in quinta elementare
le date del Risorgimento

2005
Marzo: prima assemblea spontanea e nascita del collettivo PrecariAtesia.
Maggio: primo sciopero con adesione del 90%.
Luglio: licenziamento di 4 lavoratori
Pochi giorni dopo: presentazione dell'esposto all'ufficio provinciale del lavoro.

2006
Maggio: non riassunti 400 lavoratori.
Agosto: l'ispezione dice che i precari devono essere tutti assunti.
Autunno: articolo 178 della finanziaria e condono per le aziende.

2007
Inverno: il collettivo non accetta di firmare la conciliazione.
Tutti costretti a uscire, a rinunciare al lavoro
in estate arrivano gli avvisi di garanzia per i membri del Collettivo.

Ave ave ave ave
avevamo versato il sangue
per una Repubblica fondata sul lavoro

Lode lode lode lode
lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti
per un piatto di lenticchie

Verrà quel giorno
il giorno è venuto
che siamo stati
tutti quanti licenziati
non abbiamo mangiato
questo piatto di lenticchie
non siamo mica il Titanic
non affonderemo cantando

Parole Sante! Parole Sante! Parole Sante!

Ave ave ave ave
avevamo versato il sangue
per una Repubblica fondata sul lavoro

Lode lode lode lode
lo deve sapere il popolo che ha perso dignità e diritti
per un piatto di lenticchie

Buon 25 Aprile, comunque

Postato da: treball a 25/04/2008 15:05 | link | commenti (2) |
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martedì, 08 aprile 2008
Dall'Italia



La montagna elettorale

di Piergiorgio Giacchè
Lo Straniero 94, aprile 2008

Questo articolo uscirà troppo tardi per sperare di partecipare, nel suo e nel nostro piccolo, alla campagna elettorale. Non mi resta allora che dare l’indicazione di un solo voto: il mio.
La campagna elettorale in Italia come si sa è ininterrotta, eppure paradossalmente si affievolisce proprio quando arriva davanti alla montagna elettorale. Dovremmo cominciare a chiamare così il periodo ufficiale dell’apertura dei comizi e della chiusura delle liste, perché da quel momento in poi “qui non si fa politica” ma ci si assesta e ci si allena al gioco del “padron del monte”, che non è una metafora della presa del potere ma una contesa rituale per la monta e la fertilità della nazione. E c’è chi se la vuole fare in piedi – Rialzati Italia! – e chi com’è sempre stato fra bestie, alla pecorina. Stavolta la montagna elettorale incombe poi in primavera e questo ha aiutato la potatura delle alleanze e la fioritura dei sondaggi, l’aumento delle quote rosa e il ricambio generazionale. E così fra donne e giovani, operai salvati dal fuoco e industriali salvati dalle acque, la sinistra si presenta a gareggiare per la magnifica Parte di Sotto; dall’altra, a destra, dietro l’effige restaurata del Capo (chirurgicamente identica a quella di più di un decennio fa), il seguito dei cortigiani e degli avvocati, imprenditori rampanti e pensionati irredenti, giovani fascisti di ieri e soldati federalisti di domani, ripresenta il corteo ormai storico della nobilissima Parte di Sopra. Inutile dirvi chi si siederà sopra il monte citorio. Ma l’importante è avere già vinto, ovvero partecipare.
Uno spirito olimpico fin troppo pacifico caratterizza questa tornata elettorale, con dispetto dei sacerdoti dell’informazione che vorrebbero almeno un testa a testa e magari qualche testa coda per poter fare più spettacolo. Fin dai primi commenti i giornalisti si sono mostrati impazienti e irritati per un fair play che non fa strisciare la notizia: Berlusconi avrebbe sbagliato ad “accettare il terreno di gioco di Veltroni”, quello del coraggio di presentarsi da soli (dopo opportune fusioni e trasfusioni, com’è ormai legge dello sport). Ma è anche vero che Veltroni lo ha facilitato accettando di vendere la partita (altra abitudine sportiva), accontentandosi della riforma del torneo che si sta avviando verso un bipolarismo quasi perfetto.
Attorno ai due maggiori contendenti, gli altri fanno rumore e danno colore con la loro lotta per la sopravvivenza, superando soglie di sbarramento e cercando interstizi di collocamento. Anche loro però non alzano l’ascolto né l’attenzione: il solito carnevale dei poveri, con vestiti arcobaleno e fiaccole tricolori, segni di croce e rose mistiche, su su fino al mistero buffo del partito della vita – versione alta e “culturale” dei più ruspanti partiti della forchetta di una volta. Dalla commedia all’italiana alla tragedia vaticana, finalmente anche gli embrioni hanno diritto al voto. O almeno all’ex-voto di un consunto consigliere del re che ha deciso di ungersi anche lui promuovendosi al ruolo di cardinal nepote.
E pensare che molti continuano a pensare che Ferrara è un tizio intelligente. Ma come si fa appunto a pensare che i politici italiani – incapaci a risolvere i problemi della vita quotidiana – possano svolgere un tema sulla vita pre-natale? Come si fa a investire degli amministratori che già non si raccapezzano davanti all’economia della borsa con discorsi che riguardano la filosofia della vita?
Per fortuna tutti gli hanno risposto che per certi argomenti vale la libertà di coscienza. E nessuno più dei politici può vantare in effetti una libertà dalla coscienza pressoché totale. Anzi, come si sa, il prerequisito per “candidarsi”, è quello di smacchiarsi il peccato originale del pensiero per poter essere più determinati nell’azione. Tutto il contrario di quello che viene richiesto all’elettore-peccatore: dimenticare per sempre la possibilità di un’azione efficace e farsi venire un accidenti di pensiero qualunque che possa giustificare il proprio voto.

A essere sinceri a me non è mai capitato di votare per chi mi pare. E ancora meno per chi mi piace. Da tempo poi – e questa è la cosa più triste – ho capito che questa situazione non è affatto originale ma generale, e forse l’ultima distinzione sta nel fatto di ammetterlo. Anzi, per essere precisi, sta nella mia ostinazione a votare comunque e in fondo a votare chiunque. Non proprio qualunque parte o partito, visto che non sono mai riuscito a uscire dall’area di sinistra; ma nel frattempo anni di bradisismi e smottamenti hanno cambiato le mappe catastali e le liste elettorali oltre la confusione, fino alla comunione.
Non voglio farla lunga sui partiti tutti uguali e sugli arrivati, sempre gli stessi. Voglio al contrario dire che non è vero che non ci sono novità sotto il sole dell’avvenire: a ogni scadenza elettorale il nuovo avanza fin troppo e troppo velocemente. Non è il nuovo che aspettavo, ma proprio questo rende più autentica e sorprendente la novità di elezioni che, almeno per me, non costituiscono più un’occasione politica ma appena una tentazione apotropaica. In fondo io le aspetto e le uso per fare gli scongiuri: ieri, per fingere di fare il tifo per una squadra che perde; oggi, per fare il malocchio a un campione che non c’è. Sempre, per scommettere sulla sconfitta di qualcuno piuttosto che sulla vittoria di tutti (come invece regolarmente succede). Insomma, anziché fare una croce su una scheda per me è come giocare una schedina, che ha una possibilità su un miliardo di vincere e nessuna di convincermi. È poco, è risibile, è anzi ridicolo, ma tant’è: non riesco ad astenermi. C’è gente che smette di votare e si sente meglio – mi dicono. Anche smettere di fumare è salutare, ma non ce la faccio.
Andrò a votare dunque, ancora una volta, inevitabilmente. E dovrò scegliere come e per chi, o meglio cosa e contro chi. Sogno un futuro con delle elezioni davvero democratiche come quelle del Grande Fratello, in cui si possa finalmente votare non solo per qualcuno ma anche contro qualcun’altro. Scommetto che sarebbero in tanti a scegliere il voto negativo, anziché quello di fiducia o di clientela o di simpatia. Non cambierebbe nulla sul piano del governo ma si abbasserebbe la protervia del potere. Alla fine, fatta la somma algebrica, il partito vincente potrebbe vantare un risultato sotto zero appena migliore dei partiti perdenti. Dovrebbe ammettere che è il meno odiato ma non il più amato degli italiani. Con il vantaggio di diminuire l’arroganza del potere e di aumentare la responsabilità del servizio.
Ma questo all’elettorato non piace. Gli sembrerebbe il giorno del giudizio e non quello dell’“È sempre Natale” e della collettiva identità. In verità, io invidio quelli che ancora giocano la schedina insieme, come facessero un sistema. Il mio “gratta e non vinci” è invece solitario, e nella migliore delle ipotesi si verifica sempre il peggiore dei risultati.

I risultati questa volta si sanno dall’inizio, tanto che Berlusconi li ha ripetuti durante tutta la campagna soltanto per abituarsi e per farsi coraggio. Gli toccherà di governare e – a conti fatti e a cause penali chiuse – la faccenda lo diverte poco o niente. Lui è un televisivo, anzi un televisore che preferisce trasmettere più pubblicità e meno programmi. Il fatto che fin dal primo giorno abbia già venduto il prodotto, ha svuotato la sua azione di propaganda “porta a porta” e spento quasi del tutto la sua eccitazione. Avendo cioè vinto da subito le future elezioni, non c’è gusto né durata nella sua erezione. È una vittoria precox, ma in più non è nemmeno una vittoria conquistata da lui ma sancita da un Elettorato ormai diventato autonomo persino dal suo alto fattore.
Un elettorato per il quale non valgono i sondaggi ma servono i carotaggi, visto che si è solidificato, stratificato e infine identificato con quasi tutto il territorio di questo nostro paese di merda. Mi spiego meglio, l’elettorato prima di dividersi in destra e sinistra, è tutto intero e ormai lo sa. Oggi non ha più bisogno di un radicamento, perché si spalma come un comportamento pervasivo anche senza nessuna idea persuasiva. Non servono più le sezioni e le parrocchie dei vecchi partiti di massa. Oggi è la massa che è un partito, e il voto non va più inseguito, orientato, conquistato. L’elettorato è già convinto ed ha già stravinto: è lui che fa il risultato molto prima che si giochi effettivamente la partita. In altre parole, lui è già dall’altra parte della montagna quando i partiti cominciano appena la loro campagna.
È davvero il caso di dire – ma stavolta a Berlusconi – “ben scavato vecchia talpa!” Ormai la cosiddetta stragrande maggioranza degli elettori sta dalla parte dell’interesse privato contro ogni atto pubblico, dell’egoismo pietoso e dell’altruismo peloso, del malcostume e della maleducazione, della comodità della sudditanza e della vocazione al servilismo, del familismo senza più famiglia (promossa a valore aggiunto) e del clientelismo senza più azienda (riconosciuta come valore primo). L’elettorato in definitiva sta aspettando che i partiti arrivino fino a lui, e se ne frega dei piccoli passi dei loro programmi e delle grandi balle delle loro promesse: sta aspettandoli dove ancora non osano arrivare, al nucleare e alla pena di morte, ai lavori forzati e alla castrazione chimica, alla differenziazione fra i sessi e alla disuguaglianza fra le etnie, alla libertà del profitto e alla selezione per merito, eccetera e ancora eccetera e purtroppo eccetera. Non tutti gli elettori la pensano così, ma sanno di partecipare a un elettorato che tutto intero obbedisce alla dittatura delle maggioranze e funziona con la stessa inerzia e la stessa potenza dell’audience: un corpaccione globale sempre soddisfatto o assuefatto, che manda in onda le commoventi storie di singole miserie e singolari disgrazie, ma manda in orbita soltanto l’immagine plurale e imperiale di sé.
Ebbene, l’elettorato stavolta ha già svoltato prima di votare. Il risultato delle elezioni non possono che confermarlo per quello che è, e soprattutto per quello che non è. Non è più ad esempio sinonimo di Popolo (se non in Lombardia); ancor meno c’entra con la Nazione (dell’ex-alleanza di Fini) ma nemmeno con la nazionale di calcio presa a modello da Forza Italia; infine non ha ovviamente nessun rapporto con lo Stato di cui è il tradizionale anticorpo. Ma la sua vera novità e la sua completa autonomia sta nel fatto che non ha più niente a vedere con la Società. O forse è la società che non si fa vedere da tempo e che l’elettorato non riesce più a surrogare.
Non c’è un sociale riconoscibile, da vivere o appena da bere. Non c’è un tessuto di rapporti solidali o un insieme di attributi identitari a cui, per così dire spontaneamente, si possa o si voglia fare riferimento. Quando i partiti si rinnovano prendendo “prestiti” dalla società civile, ieri ci si chiedeva quando poi glieli rendono, oggi invece dovrebbero spiegarci dove li prendono.
Forse la sola differenza fra un professionista prestato alla politica e un professionista della politica è che il secondo non ha un vero mestiere. Se non dovesse essere eletto, un politico cosa fa? E dove va? Lo sapremo seguendo il destino del povero Mastella, traditore per amore. Ma, per non sparare sulla croce rossa, siamo sicuri che D’Alema potrebbe lavorare all’estero? Che Buttiglione vivrebbe di filosofia? Che Veltroni si metterebbe a fare cinema e Bertinotti la rivoluzione? Forse solo Berlusconi può tornare a fare il finanziere, ma dovrebbe stare all’erta quando passa la finanza… Insomma i politici hanno un mestiere ingrato e – da oggi, forse – vita breve. Possono anche essere presi in prestito dalla società, ma non vi possono più tornare, se è vero che sotto i loro occhi ma anche le loro mani, si è man mano volatilizzata.
Se l’Elettorato non fa rima né si lega con niente altro, vorrà dire che le Elezioni sono quindi e infine una festa: l’unico e ultimo momento dove una popolazione dispersa si finge e si celebra come corpo sociale. Si prende un giorno e mezzo di vacanza dal suo ordinario sfacelo e si ricompone dentro l’urne, mimando una libertà, una uguaglianza e perfino una rissosa fraternità che non ha altri riscontri né conseguenze, nemmeno il giorno dopo. Il giorno dopo il dì di festa, l’elettorato se ne frega dei problemi del paese, in un certo senso si dimentica perfino dei politici che ha votato.
Saranno loro – i politici – ad affacciarsi cinque volte al giorno in televisione per ricordare all’elettore la loro presenza, saranno loro a riempire di gossip la stampa e a litigare come il pubblico finto di uomini & donne, come i tronisti e le veline e i piccoli grandi fratelli. Nella speranza di fare audience, e cioè di titillare e magari resuscitare il fantasma dell’elettorato.

“Perché votare” non è più una domanda da porsi. A una festa non si può mancare senza peccare d’orgoglio e di stupidità. Non vale più il dubbio amletico di quel film dove l’astensione o la partecipazione a una festa potevano comportare un’uguale speranza di essere notati. Oggi né l’una né l’altra scelta contano, e l’unica differenza sta semmai nell’essere contati o viceversa nell’essere dati per scontati. L’astensione non è più un atto ma soltanto un fatto. E in tempo di elezioni i fatti non valgono quanto le opinioni.
“Per chi votare” è infine un falso problema. Il vero è sempre stato “contro chi”. Mettendola giù così, si evita di rifare l’elenco degli infingimenti utili e delle precauzioni necessarie, dal naso turato agli occhi chiusi alle mani davanti e soprattutto dietro. Qui non si fa politica e per un bel pezzo non la si farà più. Armati della schedina si può soltanto cercare di scommettere uno contro milioni sulla impossibile sconfitta di Berlusconi. Altri cinque anni di Popolo e di Libertà significherebbero – anzi significheranno, prepariamoci – l’assestamento definitivo di atteggiamenti malsani e di comportamenti odiosi, di valori finti e di norme sbagliate, in una parola di una atmosfera culturale francamente irrespirabile. O peggio, contagiosa.
Il cambiamento sarebbe auspicabile è vero, ma ora si tratta di scongiurare il perfezionamento di una già avvenuta mutazione. Un altro mondo non è possibile, e comunque non è questo il momento di parlarne. Ci si potrà lavorare nei giorni feriali, ma non c’entra nulla nel momento festivo della macabra scadenza elettorale.





Anestetizzati

di Goffredo Fofi
Lo Straniero 94, aprile 2008

In Italia, si ha da tempo l’impressione di un intero paese, di un’intera cultura anestetizzati. Dalle anestesie, si sa, ci si può risvegliare molto male – con la possibilità di trovarsi di fronte, per esempio, realtà nuove e terribili, come il “figlio di Iorio” di una rivista di Totò che si ridestava nella Roma dell’occupazione tedesca. Ma capita anche che non ci si risvegli affatto, precipitando direttamente nel nulla della morte o nelle nebbie di un coma profondo, irreversibile. Il “ritorno alla vita” è sempre traumatico, anche quando è quello di Lazzaro: se ci sarà, non sarà semplice e a scontarlo maggiormente saranno proprio gli ignavi che si sono lasciati addormentare (fuor di metafora: che si sono lasciati ammazzare la coscienza, cioè la capacità di ragionare sulla propria condizione, nel quadro dello stato del mondo ).
Ad anestetizzarci sono stati – e lo hanno fatto, bisogna dirlo, con molta abilità – giornalisti politici preti insegnanti intrattenitori (ce ne sono che vengono detti animatori, quando il loro lavoro è di disanimare, distraendo da ciò che conta), e nel caso dei giovani lo hanno semplicemente fatto gli adulti, e i mercanti e pubblicitari che stanno alle loro spalle. I mercanti, soprattutto. Mercanti di tutto, perfino del trascendente e del sacro. Le colpe variano, ma sono colpe e vanno chiamate con il loro nome. Si presume di solito che gli alienati abbiano meno colpe degli alienanti, ma anche questo si può ormai metterlo in discussione: non vediamo all’intorno innocenti, nel presente stato delle cose tutti hanno – tutti abbiamo – le nostre responsabilità.
Ci sono molti tipi di anestetizzati. Ci sono quelli – vecchi – che, venuti dalla povertà, hanno sposato tutti i modelli che vengono loro riservati dai diversi poteri, di una ricchezza raggiungibile solo nelle sue parodie e risibili scopiazzature; ci sono quelli – adulti – che semplicemente non hanno avuto altri orizzonti che le merci e hanno assistito, raramente vivendola direttamente, all’epoca delle ribellioni, e dalla loro sconfitta hanno introiettato un quotidiano cinismo, subendo la scomparsa di un’identità di classe che si riduceva via via alle rivendicazioni corporative e si assuefaceva, ora istericamente ora malinconicamente, alla crisi dello stato assistenziale; e ci sono quelli che – giovani e giovanissimi – sono cresciuti dentro un sistema di “pensiero unico”, dentro un’“unica proposta di vendita” che riserva ai suoi clienti-sudditi solo insignificanti e miserabili varianti.
Sono forse questi i più disastrati dei nostri connazionali, perché non hanno avuto e non hanno termini di paragone, non sanno che sono esistiti altri modi di essere e di affrontare la vita. Ma se si dovesse precisare quale categoria di anestetizzati ci sembra la più tipica di questi anni, ebbene, è quella trasversale che va oltre le distinzioni di età e di ceto e perfino di cultura, quella che riguarda noi stessi e i nostri immediati vicini, le aree politiche ed etiche cui pensiamo di appartenere. È qui che le cattive abitudini cresciute dal fallimento dei movimenti e delle speranze di rinnovamento, alla fine degli anni settanta e dentro gli ottanta, si sono radicate e ramificate e hanno compiuto il disastro. Erano gli anni in cui il terrorismo e il socialismo craxiano hanno creato una diffusa falsa coscienza (ma in moltissimi si trattava di mera ipocrisia e di mero cinismo) che ha allontanato chi credeva nell’intervento pulito nelle situazioni, e nella possibilità di una politica (di un movimento) che desse alla pluralità dei modi dell’intervento un senso collettivo. Né bastava ovviamente a produrre nuova morale la pelosa demagogia di questo e di quello, dai Fo ai Di Pietro ai Grillo non c’è altra abbondanza! I militanti di un tempo e gli insoddisfatti da loro sollecitati si sono trovati da un lato spossessati di questa possibilità dalla piccola borghesia stalinista del terrorismo, per quanto numericamente ristretta, e dall’altro dalla pacificazione amorale proposta da Craxi nel segno del denaro (e dai teorici del pensiero debole, della “fine della Storia”).
Si è reagito – credo i migliori – con il fenomeno breve del volontariato, dell’associazionismo e del terzo settore, ma a dar loro cemento non poteva bastare una morale cattolica con un super-io fiacchissimo, accomodante e accomodantissimo, nei confronti della realtà e del potere. Nel mentre che altre indicazioni erano assenti. Questo fallimento è stato il fallimento di un’ultima reazione possibile venuta dalla base, dalla sensibilità ai bisogni più veri e da un rapporto diretto con la realtà, perché, se i “comunisti” si erano fascistizzati (il terrorismo) o adeguati (il Pci, con tutti i suoi successivi, irrefrenabili, ridicoli cambiamenti di nomi e di stemmi e riverniciatura di facce, oggi centrale quella del più americano dei salvatori della patria che si contrappone al più clownesco emblema degli arricchiti, primaria piaga della nazione) i cattolici non se la passavano meglio, con l’invadenza e l’arroganza degli ultimi papa-divi e dei loro ruini, e i primi maestri d’ipocrisia erano pur sempre i cosiddetti laici, capitanati da facce di tolla alla Agnelli (la struttura cioè la rapina) e alla Scalfari (la sovrastruttura cioè l’imbiancamento dei sepolcri, il paravento per la rapina). Col tempo, si è cementificato in tantissimi, e diciamo pure nei migliori o quantomeno in coloro che amano credersi e presentarsi come i migliori, un modo di essere che sarebbe parso, pochi anni prima, inaccettabile e che invece veniva rivendicato come il giusto modo, la scelta più seria: far bene le proprie cose, una presunta onestà nei comportamenti professionali e privata, il tifo per le rivoluzioni altrui (vere o finte, preferibilmente latinoamericane), e magari l’adesione in qualche eclettica maniera alle iniziative di pace e di carità, alle buone azioni (preferibilmente africane), e finalmente la delega ai politici (ai partiti, magari a quelli più sbraitanti) delle scelte collettive. Convinti che il singolo nulla più può, ma che può sentirsi in pace con la sua coscienza per il “ben fare” di incidenza collettiva zero, e che a volte è servito solo a oliare la macchina, a dare fiacco vigore a meccanismi sgangheratissimi. Ci si accontenta davvero di poco, e sembra una gran fatica anche la ricerca di analisi e idee più serie, quando è così facile avere a portata di mano un mucchio di idee tranquillizzanti, che ci fanno sentire migliori a buonissimo mercato.
È questa l’anestesia peggiore e la più grave, quella di chi ancora pensa di stare nel giusto; è questa la forma di viltà più detestabile, la più ipocrita di tutte. Ne consegue per esempio, tra i tanti danni, che gli anestetizzati non avvertono più i cambiamenti di clima, il crescere delle corruzioni, lo scollamento delle persone e dei gruppi e perfino dei territori da qualsiasi progetto o idea comune che non sia di denaro e di consumo. Nessuno sembra più avvertire la necessità, oggi davvero assoluta, di legare i fatti alle idee, le azioni al pensiero, e di non accontentarsi di quella parodia di salvezza che è l’eterno farsi i fatti propri magari gridando convinzioni radicali... L’anestesia peggiore è quella nostra e dei nostri amici, con la sua accettazione di un quieto vivere sonnambulico e la soggiacente, incancrenita paura di ogni rischio, di ogni possibilità di affidarsi alla propria diretta e personale responsabilità. Mentre la rovina cresce, e i tempi stringono.

http://www.lostraniero.net/pagine/uno.html

Postato da: treball a 08/04/2008 21:35 | link | commenti (1) |
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giovedì, 13 marzo 2008
Victor Cavallo, Uno stalker a Roma



"Ce n'hoabbastanza "

di Vittorio Vitolo in arte Victor Cavallo   

ce n'ho abbastanza per comprarmi una bottiglia di vodka
un chilo di arance un amburg il pane tondo una birra
un pacchetto di marlboro.

E poi mangio l'amburg col pane tondo tostato e
bevo la birra e fumo la marlboro e poi spremo due
arance con la vodka.

E poi esco e incontro la più grande figa della mia
vita con gli occhi verdi e le ciglia nere e la bocca
rossa e le mani nervose e decidiamo cazzo di non
fare nessun film di non scrivere nessuna stronzata di non recitare
nessuna cagata e di non andare in campagna
e di non occuparci della casa né della merda né dei capelli né dei comunisti.

Io butto nel fiume il trench di mio fratello
io compro i biglietti per la partita roma-river plate
io raccolgo gli occhi nella spazzatura
io accompagno mio figlio nel paradiso totale
senza nessun pericolo né gas né elettricità né politica
né bicchieri né coltelli né stanze di pavimento.

E lei scompare come le ore e appare come le ore
e me ne frego della pensione e me ne frego di morire
me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno
e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi
respirano e le nuvole di merda si spaccano
e da dentro partono razzi luminosi
e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura
né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti
e butto via l'elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo
e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra
e grido come un'arancia stellare
e viaggio nella luce dell'ananas e cago cicche d'oro
sulla faccia dei nazi-igienisti maledetti
puliscicessi. Buttare via il tempo della vita
a lucidare i bidè e conservare i bicchieri
e sorridersi a culo sbarrato e invecchiare
come i più stronzi prima di noi.

Maledetti cagoni falsi e vigliacconi.
lei apparirà. Bruciando i tampax dell'anima sanguinante.
apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa
anima luminosa come arcobaleno puro
radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda

e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.


Victor Cavallo- da 1° Guida Poetica Italiana, 1979

http://www.activitaly.it/victor/cenho.htm

Postato da: treball a 13/03/2008 20:01 | link | commenti |
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mercoledì, 20 febbraio 2008
Que viva Fidel!


Mensaje del líder cubano

Página/12, Miércoles, 20 de Febrero de 2008

Queridos compatriotas:

Les prometí el pasado viernes 15 de febrero que en la próxima reflexión abordaría un tema de interés para muchos compatriotas. La misma adquiere esta vez forma de mensaje.

Ha llegado el momento de postular y elegir al Consejo de Estado, su presidente, vicepresidentes y secretario.

Desempeñé el honroso cargo de presidente a lo largo de muchos años. El 15 de febrero de 1976 se aprobó la Constitución Socialista por voto libre, directo y secreto de más del 95% de los ciudadanos con derecho a votar. La primera Asamblea Nacional se constituyó el 2 de diciembre de ese año y eligió el Consejo de Estado y su presidencia. Antes había ejercido el cargo de primer ministro durante casi 18 años. Siempre dispuse de las prerrogativas necesarias para llevar adelante la obra revolucionaria con el apoyo de la inmensa mayoría del pueblo.

Conociendo mi estado crítico de salud, muchos en el exterior pensaban que la renuncia provisional al cargo de presidente del Consejo de Estado el 31 de julio de 2006, que dejé en manos del primer vicepresidente, Raúl Castro Ruz, era definitiva. El propio Raúl, quien adicionalmente ocupa el cargo de ministro de las F.A.R. por méritos personales, y los demás compañeros de la dirección del partido y el Estado, fueron renuentes a considerarme apartado de mis cargos a pesar de mi estado precario de salud.

Era incómoda mi posición frente a un adversario que hizo todo lo imaginable por deshacerse de mí y en nada me agradaba complacerlo.

Más adelante pude alcanzar de nuevo el dominio total de mi mente, la posibilidad de leer y meditar mucho, obligado por el reposo. Me acompañaban las fuerzas físicas suficientes para escribir largas horas, las que compartía con la rehabilitación y los programas pertinentes de recuperación. Un elemental sentido común me indicaba que esa actividad estaba a mi alcance. Por otro lado me preocupó siempre, al hablar de mi salud, evitar ilusiones que, en el caso de un desenlace adverso, traerían noticias traumáticas a nuestro pueblo en medio de la batalla. Prepararlo para mi ausencia, sicológica y políticamente, era mi primera obligación después de tantos años de lucha. Nunca dejé de señalar que se trataba de una recuperación “no exenta de riesgos”.

Mi deseo fue siempre cumplir el deber hasta el último aliento. Es lo que puedo ofrecer.

A mis entrañables compatriotas, que me hicieron el inmenso honor de elegirme en días recientes como miembro del Parlamento, en cuyo seno se deben adoptar acuerdos importantes para el destino de nuestra Revolución, les comunico que no aspiraré ni aceptaré –repito–, no aspiraré ni aceptaré el cargo de presidente del Consejo de Estado y comandante en jefe.

En breves cartas dirigidas a Randy Alonso, director del programa Mesa Redonda de la Televisión Nacional, que a solicitud mía fueron divulgadas, se incluían discretamente elementos de este mensaje que hoy escribo, y ni siquiera el destinatario de las misivas conocía mi propósito. Tenía confianza en Randy porque lo conocí bien cuando era estudiante universitario de periodismo, y me reunía casi todas las semanas con los representantes principales de los estudiantes universitarios, de lo que ya era conocido como el interior del país, en la biblioteca de la amplia casa de Kohly, donde se albergaban. Hoy todo el país es una inmensa universidad.

–Párrafos seleccionados de la carta enviada a Randy el 17 de diciembre de 2007:

“Mi más profunda convicción es que las respuestas a los problemas actuales de la sociedad cubana, que posee un promedio educacional cercano a 12 grados, casi un millón de graduados universitarios y la posibilidad real de estudio para sus ciudadanos sin discriminación alguna, requieren más variantes de respuesta para cada problema concreto que las contenidas en un tablero de ajedrez. Ni un solo detalle se puede ignorar, y no se trata de un camino fácil, si es que la inteligencia del ser humano en una sociedad revolucionaria ha de prevalecer sobre sus instintos.

“Mi deber elemental no es aferrarme a cargos, ni mucho menos obstruir el paso a personas más jóvenes, sino aportar experiencias e ideas cuyo modesto valor proviene de la época excepcional que me tocó vivir.

“Pienso como Niemeyer que hay que ser consecuente hasta el final.”

Carta del 8 de enero de 2008:

“...Soy decidido partidario del voto unido (un principio que preserva el mérito ignorado). Fue lo que nos permitió evitar las tendencias a copiar lo que venía de los países del antiguo campo socialista, entre ellas el retrato de un candidato único, tan solitario como a la vez tan solidario con Cuba. Respeto mucho aquel primer intento de construir el socialismo, gracias al cual pudimos continuar el camino escogido.”

“Tenía muy presente que toda la gloria del mundo cabe en un grano de maíz”, reiteraba en aquella carta.

Traicionaría por tanto mi conciencia ocupar una responsabilidad que requiere movilidad y entrega total que no estoy en condiciones físicas de ofrecer. Lo explico sin dramatismo.

Afortunadamente nuestro proceso cuenta todavía con cuadros de la vieja guardia, junto a otros que eran muy jóvenes cuando se inició la primera etapa de la Revolución. Algunos casi niños se incorporaron a los combatientes de las montañas y después, con su heroísmo y sus misiones internacionalistas, llenaron de gloria al país. Cuentan con la autoridad y la experiencia para garantizar el reemplazo. Dispone igualmente nuestro proceso de la generación intermedia que aprendió junto a nosotros los elementos del complejo y casi inaccesible arte de organizar y dirigir una revolución.

El camino siempre será difícil y requerirá el esfuerzo inteligente de todos. Desconfío de las sendas aparentemente fáciles de la apologética, o la autoflagelación como antítesis. Prepararse siempre para la peor de las variantes. Ser tan prudentes en el éxito como firmes en la adversidad es un principio que no puede olvidarse. El adversario a derrotar es sumamente fuerte, pero lo hemos mantenido a raya durante medio siglo.

No me despido de ustedes. Deseo solo combatir como un soldado de las ideas. Seguiré escribiendo bajo el título “Reflexiones del compañero Fidel”. Será un arma más del arsenal con la cual se podrá contar. Tal vez mi voz se escuche. Seré cuidadoso.

Gracias

Publicado en el diario cubano Granma.

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http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-99261-2008-02-20.html



 

Fidel Castro renuncia a la presidencia de Cuba

EL HOMBRE QUE LIDERO LA REVOLUCION DURANTE 50 AÑOS ANUNCIA UNA NUEVA ETAPA

El líder cubano no aspirará ni aceptará el cargo de presidente del Consejo de Estado ni de comandante en jefe debido a su frágil salud. “Mi deseo fue cumplir el deber hasta el último aliento”, dijo. Su decisión llega cinco días antes de que la nueva Asamblea Nacional se reúna para elegir al próximo jefe de Estado. Se prevé que sea para Raúl Castro.

Página/12, Miércoles, 20 de Febrero de 2008

La Habana baila a su propio ritmo y ayer volvió a demostrarlo. Mientras el mundo entero hablaba de cambios históricos y transiciones, en la pequeña isla caribeña la vida seguía su curso, a pesar de la sorpresa. La noticia llegó bien temprano a la mañana. Los más madrugadores se enteraron por el diario del Partido Comunista Granma y el resto por la televisión y la radio. Las palabras de Fidel Castro resonaban a lo largo y a lo ancho de la isla: “No aspiraré ni aceptaré –repito–, no aspiraré ni aceptaré el cargo de presidente del Consejo de Estado y comandante en jefe”. Eso fue todo. No hubo comentarios del gobierno ni manifestaciones populares. En la calle reinaba un clima de aceptación, de naturalidad. Pero también de tristeza. “El hombre que lideró la Revolución durante 49 años dio un paso al costado. Eso, aunque no signifique grandes cambios, es histórico”, aseguró un joven cubano, que se colaba en un café para mirar el último boletín del noticiero oficial.

El anuncio del líder cubano llegó cinco días antes de que la nueva Asamblea Nacional se reúna para elegir al próximo presidente del país. Desde 1976, cuando se aprobó la Constitución Socialista, Castro era la opción obligada. Sus compañeros siempre apoyaron unánimemente su candidatura y, a pesar de su enfermedad, lo volvieron a hacer semanas atrás cuando el dirigente de 81 años ganó nuevamente una banca en la Asamblea Nacional. “Mi deseo fue siempre cumplir el deber hasta el último aliento”, se disculpó ayer Castro en su carta al pueblo cubano (ver aparte). El mandatario –a pesar de delegar el poder en 2006, sigue oficialmente en el cargo– explicó que su salud ya no le permite asumir todas las responsabilidades de un líder de una nación.

En sus últimos editoriales, Castro ya había reconocido que estaba muy débil para encabezar actos públicos o para hacer campaña, e incluso adelantaba su decisión de ayer. “Un verdadero revolucionario debe tener sentido del momento histórico”, había escrito hace unos meses el comandante. Ayer volvió a retomar esta idea en su mensaje y adelantó cuál será su lugar de ahora en más. “Deseo sólo combatir como un soldado de las ideas. Seguiré escribiendo bajo el título ‘Reflexiones del compañero Fidel’”, aseguró. “Tal vez mi voz se escuche. Seré cuidadoso”, agregó.

Las palabras de Castro trajeron tranquilidad y tristeza a gran parte de los cubanos. Hacía meses que esperaban una definición. Desde mediados de 2006, cuando Castro anunció al mundo que estaba enfermo y dejaba el poder en manos de su hermano Raúl, la isla ha vivido muchos momentos de incertidumbre. “Se esperaba ya, Fidel está enfermo. El pueblo estaba preparado para esto”, señaló Alejandro, un joven de 25 años que hacía cola para hacer las compras en el centro de La Habana.

Para los que se criaron con Fidel en el gobierno hacía tiempo que se sentía la despedida del líder de la Revolución. “Nos está faltando las reuniones mensuales en la plaza central con los ex combatientes o con los trabajadores. Esa era la forma de hacer política de Fidel, de hacer la Revolución en las calles”, dijo con nostalgia un joven de 30 años que ojeaba el diario Granma por tercera vez en el día. “Raúl es un hombre más mesurado, con menos protagonismo en la sociedad”, agregó.

Otros, en cambio, seguían con la esperanza de volver a los viejos tiempos. Manuel, un cubano de unos 50 años, no tenía vergüenza de reconocer su optimismo ciego ayer en el centro de La Habana. “No me lo esperaba”, dijo intentando contener la emoción. A su lado, Julio le envolvía las papas que había comprado y aprovechaba para colarse en la conversación. “Ha sido una sorpresa, se esperaba que iba a estar hasta la muerte”, señaló.

Pero la sorpresa de algunos no fue suficiente para interrumpir la cotidianeidad de la isla. Ayer millones de cubanos fueron a trabajar como todos los días, las oficinas públicas atendieron como lo hacen habitualmente, los medios hablaron de las elecciones en Pakistán y los records de producción local, y, en La Habana, la estampida de intelectuales que llegaron esta semana por la Feria del Libro acapararon los cafés y el tradicional Malecón. Uno de ellos, el teólogo brasileño de la Liberación y amigo personal de Castro, Frei Betto, les advirtió a los que festejaban en los callos de Florida. “Se ilusiona quien piensa que Cuba será capitalista”, dijo.

Pocas veces gobierno y oposición han coincidido en Cuba. Sin embargo, ayer las organizaciones opositoras de la isla tampoco pronosticaban cambios o, como suele decir el gobierno estadounidense, una transición. “Castro se retira de la posibilidad de ser nombrado de nuevo presidente, pero no ha dicho nada de dejar de seguir siendo primer secretario del Partido Comunista Cubano (PCC)”, señaló a los medios extranjeros la vocera de la opositora Asamblea para Promover la Sociedad Civil (APSC), Martha Beatriz Roque. “Y la Constitución cubana dice que la fuerza superior del Estado y el pueblo es el PCC”, agregó.

Pero, más allá de los formalidades de los cargos, los dirigentes de la oposición no auguran ningún cambio de fondo porque un Castro seguirá en el poder. Ayer nadie dudaba de que el próximo presidente de la isla será Raúl, el hermano menor de Fidel y el hombre que él designó para reemplazarlo cuando tuvo que dejar el poder para operarse. El próximo domingo, la recién elegida Asamblea Nacional deberá presentar candidaturas presidenciales y luego votarlas. Los analistas barajan varios nombres, entre ellos, el vicepresidente Carlos Lage, el canciller y referente del “cambio generacional” Felipe Pérez Roque y el presidente del Parlamento, Ricardo Alarcón.

Estos son los hombres que fueron designados por el mismo Castro para acompañar a su hermano Raúl en el gobierno colegiado interino, que lo sucedió hace 19 meses. “Afortunadamente nuestro proceso cuenta todavía con cuadros de la vieja guardia, junto a otros que eran muy jóvenes cuando se inició la primera etapa de la Revolución”, reafirmó ayer Castro en su mensaje. Pero a pesar de la experiencia de estos dirigentes y de la confianza que se ganaron entre los cubanos y el propio Fidel, ninguno de ellos parece ser el sucesor natural.

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La nave de la revolución sigue en curso

Por Atilio A. Borón *
Página/12, Miércoles, 20 de Febrero de 2008

Si algo hacía falta para ratificar por enésima vez que Fidel es un personaje “histórico universal”, como diría Hegel, y por añadidura uno de los pocos estadistas que quedan en el mundo, lo prueba el fenomenal impacto que tuvo la difusión del mensaje en el cual el líder cubano anunciaba que ni aspiraría ni aceptaría ocupar nuevamente los cargos de presidente del Consejo de Estado y comandante en jefe. Al promediar la tarde, un sencillo recuento en el buscador Google en español e inglés revelaba que ya había cerca de medio millón de páginas referidas a la decisión del gobernante cubano, una cifra absolutamente inalcanzable por cualquier declaración formulada por la inmensa mayoría de los políticos y gobernantes del mundo entero. Por supuesto, esta conmoción mundial sirvió para excitar la imaginación de quienes vieron en este acto el inicio de un proceso de “apertura” en Cuba, vaguísima noción bajo la cual se oculta la precisa ambición de instaurar en la isla un régimen político calcado del modelo norteamericano. Es decir, un bipartidismo en donde quien recauda más fondos gana las elecciones para luego gobernar a favor de sus financistas; o como en Italia, donde gracias a ese modelo puede triunfar un producto del bajo fondo como Berlusconi, de quien la conservadora revista The Economist hace rato viene diciendo que debería estar en la cárcel; o como en España, donde puede hacerlo un político de la época de Torquemada como Rajoy, capaz de agitar los esperpentos mentales que aún hoy oprimen el alma de un amplio sector de la sociedad española sumida en los vapores de la Inquisición.

Entre los exaltados aperturistas figuran prominentemente los tres precandidatos de los Estados Unidos, en una desaforada carrera para ver quién mejor se congracia con los sórdidos personajes que manejan la clientela electoral de Miami. La “esperanza negra” de los progres de América latina y Europa, Barack Obama, dijo que “el día de hoy debería marcar el fin de una era tenebrosa en Cuba”. Y confirmando que en materia de política exterior las diferencias ya ni siquiera son de retórica, para no hablar de sustancia, Hillary Clinton celebró el fin de 58 años (¡sic!) de one-man rule en Cuba y en un alarde de sensatez aconsejó a los cubanos a que se inspiraran en las ejemplares “lecciones aportadas por las recientes elecciones en Pakistán y la declaración de la independencia (léase: secesión) de Kosovo”. John McCain, para no desentonar en esta grotesca cacofonía de disparates, declaró que “Estados Unidos puede y debe acelerar el encendido de la chispa de la libertad en Cuba”, seguramente como tan felizmente lo hiciera en Irak y Afganistán.

No sorprende, por lo tanto, que la nave de la Revolución Cubana siga su curso impertérrita ante tantos dislates; o que su institucionalidad le haya permitido absorber sin sobresalto alguno la salida de Fidel del gobierno y su reemplazo por Raúl y que aquél pueda regresar ahora para dedicarse, con el empeño que pone en todos sus actos y la sabiduría adquirida a lo largo de los años, a librar la crucial “batalla de ideas” que tanto necesita no sólo nuestra región sino también una humanidad cuya supervivencia, según Noam Chomsky, se encuentra seriamente amenazada por una catástrofe capaz de poner fin a toda forma de vida en nuestro planeta.

* Politólogo.

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Una ética inquebrantable

Por Néstor Kohan *
Página/12, Miércoles, 20 de Febrero de 2008

Sentimos un poquito de tristeza, ¿por qué no admitirlo? Sin embargo, como alguna vez dijo Julio Antonio Mella, todo tiempo futuro tiene que ser mejor. Fidel está enfermo y renuncia. Decisión lúcida y sabia, como siempre. No huye en helicóptero, como el patético presidente argentino Fernando de la Rúa, derribado por su pueblo en rebelión en diciembre del 2001. No se tiene que ir acusado de corrupción, enriquecido y millonario pero escupido por el pueblo, como tantos otros. No termina escapando en lo oscuro de la noche como los dictadores latinoamericanos, protegidos por el Pentágono y la CIA, con el traje manchado de sangre y los bolsillos llenos de dólares.

Fidel no se rinde. No se arrodilla. No implora clemencia. No se degrada ni se deteriora. Simplemente toma la decisión de renunciar por limitaciones de salud, pero conservando intacto su prestigio político, el cariño y el consenso de su pueblo y la admiración de numerosos pueblos del mundo. Si tuviéramos que sintetizar el núcleo de su pensamiento político creemos no equivocarnos si lo ubicamos en la ética. El marxismo de Fidel –como el de su entrañable hermano argentino, Ernesto “Che” Guevara– ha sido y es un marxismo eticista y culturalista. La clave de la historia humana no está en el desarrollo de las fuerzas productivas sino en los valores y la cultura. En todo caso, las principales fuerzas productivas de la historia han sido las fuerzas morales. La Revolución Cubana no se derrumbó, aun sin comida, dinero ni petróleo, debido a los valores, la ética y la cultura.

La “batalla de las ideas” con la que insiste Fidel es otro nombre para lo que Antonio Gramsci ha denominado la lucha por la hegemonía. Todo el pensamiento político de Fidel, su práctica revolucionaria al frente de Cuba durante tanto tiempo, sus discursos y sus escritos han sido una prolongada y larga marcha por la hegemonía socialista.

En esa batalla de las ideas y los valores, la ética ha jugado un papel fundamental. Ya de jovencito, muchos años antes de iniciar la guerra revolucionaria en Cuba, el joven Fidel lo había resumido con una sentencia fenomenal: “el verdadero ser humano no pregunta de qué lado se vive mejor sino de qué lado está el deber”. Ese es, a nuestro juicio, el núcleo de fuego que ha recorrido como un hilo rojo todo el pensamiento de Fidel a lo largo de décadas.

¿Fue distinto el marxismo del Che? ¿Guevara no planteó que la mayor satisfacción posible para una persona revolucionaria no reside jamás en la búsqueda de dinero sino en sentirse pleno y feliz por haber cumplido con el deber social? ¿Quién influyó en quién? ¿El Che en Fidel o Fidel en el Che? Probablemente haya habido una influencia mutua y recíproca. Y en el medio de ambos, la ética de José Martí, el rechazo al “hombre mediocre” de José Ingenieros, el humanismo socialista, todos entretejidos en la perspectiva revolucionaria del viejo Carlitos Marx y su joven continuador, nuestro amigo Lenin. Eso ha sido Fidel. Ese es Fidel.

La mejor solidaridad con Cuba, con su pueblo, con el futuro del socialismo y con Fidel, sigue siendo la lucha popular. Una lucha contra el capitalismo y por el socialismo que no tiene fronteras. “El deber de todo revolucionario es hacer la revolución.” Esa es la enseñanza que nos deja Fidel con su ejemplo de vida. ¡Una vida entera dedicada a la revolución! Cuánta razón tenía también Fidel cuando nos dijo: “nuestro campo de batalla abarca todo el mundo”. ¡Qué impactante actualidad!

A la larga, esta noticia dejará de ocupar la atención. Lo que permanecerá, a largo plazo, son las enseñanzas de Fidel. Las banderas de su pensamiento político rebelde y su ética revolucionaria inquebrantable. Esa misma que le permitió mantenerse de pie, sin trastabillar, durante medio siglo frente a la potencia más poderosa de la Tierra y de la historia.

Continuar, hoy y en el futuro, las enseñanzas de Fidel y del Che. Ese es el gran desafío para las nuevas generaciones. Dentro de Cuba pero también en toda América latina.

* Coordinador de la cátedra “Che Guevara - Colectivo Amauta” de Argentina, docente e investigador de la UBA y autor del libro Fidel para principiantes.

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Cambios que empezaron en silencio

SEGUN LOS EXPERTOS, HAY UN ESPACIO PARA LA RENOVACION EN CUBA

Tres analistas coinciden en subrayar que EE.UU. se verá imposibilitado para realizar un movimiento dañiño contra la isla.

Por Mercedes López San Miguel
Página/12, Miércoles, 20 de Febrero de 2008

Cuba sin Fidel fue una idea temida por unos y añorada por otros. Hoy la transición ya es un hecho, pero ésta comenzó a esbozarse luego de que el comandante de la revolución delegara el poder en su hermano Raúl Castro, en julio de 2006. Lo cierto es que los hombres que hacen la política en la isla no sólo pertenecen a la generación de los Castro: existe una renovación generacional en figuras como el vicepresidente Carlos